Novità in fumo
Auguro a tutti un sereno 2013.
Che ci porti chiarezza l’anno che verrà, che ci aiuti a veder lontano, a decidere e a vivere.
Vi posto un video che non è bello ma cela un messaggio vero. Vi auguro di alleggerirvi dalle apparenze, di fare a meno di quello che non è indispensabile, di concentrarvi sull’essenziale. Vi auguro di smascherare i bugiardi, di incenerire gli inganni.
Fa discutere l’ultimo spot anti- fumo che sta circolando in Gran Bretagna. Un uomo aspira con gusto la sua bionda, nell’altra mano ha una tazza di caffè, piano piano la sigaretta si crepa, si incancrenisce e, sulla cartina che avvolge tabacco e nicotina, spunta un cancro.
Non piace questo spot perchè dice la verità (mette paura e la paura è uno spettro che talvolta può vincere le dipendenze). Ci racconteranno che offende il buon gusto e non lo manderanno in tivù, perlomeno in Italia.
Se invece vogliamo scandalizzarci per davvero guardiamo la vicenda delle sigarette elettroniche. Sono appena uscite, non hanno nicotina o, se si vuole, ne hanno pochissima e quel che si aspira è vapore acqueo. Si trovano dappertutto ( forse troppo business?) , i fumatori dimostrano di apprezzarle, hanno trovato un rituale sano, ripetono la gestualità che li rendeva schiavi senza rischiare il cancro. Eppure…
Eppure il ministero della salute ha già stabilito che “sono pericolose” (in frettissima l’ ha fatto, su quali dati?)
È un ragionamento molto simile a un altro, che riguarda la ricerca sul cancro: l’acido transretinoico non è in commercio come preventivo anti tumorale, benchè lo si stia studiando da 40 anni, “perchè ci possono essere effetti collaterali”…!!!
È più tossica la sigaretta vera o quella al vapore?
E sono più tossici i chemioterapici o i retinoidi?
In caso di risposta giusta, chiediamoci: chi ci guadagna?
E sulla pelle di chi?

Chiede Gioia: “In caso di risposta giusta, chiediamoci: chi ci guadagna? E sulla pelle di chi? ”
Da Di Bella Inieme:
“Spett.le Big Pharma……PARTE IIIa
Altre malattie inventate, i farmaci blockbuster, i farmaci fotocopia, lo sfruttamento dell’infanzia.
1. ….e continuano: la B.P.C.O.
“Preferisco i malvagi agli imbecilli: almeno i primi, ogni tanto, si riposano” (A. Dumas figlio).
Iniziamo questa terza parte attingendo alla fresca cronaca, che segnala come continuino imperturbabili comportamenti e strategie che abbiamo già passato in rassegna. Stesso copione: un’altra patologia inventata, col suo bravo acronimo ed il rimedio già scodellato, in omaggio al curioso costume della “ricerca” farmaceutica di non attendere che sia lo studio di una malattia a plasmare il rimedio, ma di sfornare prima il farmaco da produrre (e vendere), e pensare poi con calma a quale malattia, vera o falsa, vecchia o nuova, conviene appiccicarlo. Potreste osservare che è vero sfrigolìo di meningi stare ogni volta a coniare nuove malattie e costruire il tender dell’acronimo da attaccare alla locomotiva, e che sarebbe più semplice presentare la nuova gemma del genio farmaceutico quale rimedio per malattie già conosciute: ma cari amici, laddove la logica scientifica sembra risentire di uno scambio funzionale tra cervello e glutei, le uniche ragioni che contano sono quelle del cuore (di Wall Street). Dove andrebbe a finire la forza d’impatto dell’azione di marketing? E poi, vogliamo proprio far sprofondare l’Era della Scienza ai livelli del tempo in cui farneticavano empiriconi come Pasteur e Koch, e si blaterava di rabbia, carbonchio, tubercolosi?
Ma rientriamo nei binari. Una malattia che suoni il campanello dei potenziali acquirenti e porga con mano guantata il proprio biglietto da visita, istoriato da un altisonante “BPCO, Bronco-Pneumopatia-Cronica-Ostruttiva”, lascerà a bocca aperta il buzzurro onorato da cotanto personaggio. Un po’ come accadeva qualche secolo fa, di fronte a personaggi dalle ricche vesti, spadino al fianco, cappello con piume da far trascolorare d’invidia un pavone e, soprattutto, una lunga lista di titoli nobiliari che richiedeva lunghi minuti per essere sciorinata per intero. Volete mettere le borghesuccie “colite”, “ulcera”, “emorroidi” con la sangueblu Bronco-Pneumopatia-Cronica-Ostruttiva, che impegna la favella quasi come la celebre sopra la panca la capra campa/sotto la panca la capra crepa? E che figurone fa il medico che spara questa complessa diagnosi con disinvoltura, rapidamente, guardando il paziente di traverso e con gli occhi semichiusi dal disprezzo, come a dirgli: “pezzo d’asino! Cosa vuoi capire tu di queste cose, ignorante come sei?”. Il fine di abbindolare il cliente, fargli credere si tratti di una nuova malattia prima sconosciuta, ma oggi identificata e curabile grazie ai progressi della ricerca, appare evidente.
Ed ora la solita domanda da plebeo semianalfabeta: ma che è ‘sta Bronco-Pneumopatia-Cronica-Ostruttiva-BPCO? Coscienti del nostro abbrutimento culturale, ce lo facciamo spiegare da numi della scienza: “La BPCO è caratterizzata da mancanza di respiro, tosse cronica e un’eccessiva produzione di muco. Occasionalmente si verificano casi di notevole peggioramento dei sintomi, denominati esacerbazione o crisi polmonare, che possono durare più settimane. La respirazione viene gravemente compromessa e i pazienti possono avere bisogno di ricovero ospedaliero. Le esacerbazioni sono eventi traumatizzanti, che comportano un maggiore stato d’ansia del paziente, un peggioramento dello stato di salute, un calo della funzionalità polmonare e un maggior rischio di morte”.
Dopo gli scongiuri di rito – i più efficaci dei quali sono notoriamente quelli localizzati ad hoc – emerge che non si tratta di una patologia, ma di una serie di sintomi propri di uno stato di infiammazione la cui genesi (la questione è sempre la solita…) può essere quanto mai variegata: fumo, malattie professionali, inalazione di polveri, stati enfisematosi, bronchiti mal curate o cronicizzate da eccessi antibiotici, e così via. Altro che……esacerbazione polmonare!
Una delle cose che non pochi medici sembrano ignorare – approfondiamo l’argomento data la diffusione di patologie bronchiali – è che sia sulla mucosa nasale che sull’epitelio interno del polmone sono disseminate cellule ciliate, così denominate per la loro foggia, pensata da un Tale che prima di creare l’uomo non aveva pubblicato statistiche truccate né ideato acronimi. Le cellule ciliate, per la loro stessa struttura, provocano un movimento convettivo dell’aria inspirata, inducendo un flusso non laminare, ma rotatorio. Forse qualche farmacologo o luminare istituzionale criticherà il Padreterno per questa bizzarria, ma il risultato è evidente per tutti coloro la cui scatola cranica non sia stata svuotata di materia grigia per far posto a certe benigne elargizioni: basta pensare che un tubo di gomma, poggiato su una superficie predeterminata, risulterà molto più lungo e voluminoso se arrotolato su se stesso anziché steso bello dritto. Questo significa che l’atto inspiratorio fa affluire una quantità d’ossigeno cospicua, a tutto vantaggio del risparmio nella frequenza respiratoria e di un minor logorio dei polmoni e delle strutture dedicate al loro movimento. In breve: si campa di più e meglio. Pur nella rudimentalità della nostra esposizione, questa, gentili lettori, è Fisiologia. Gli antibiotici, specie se usati impropriamente e per tempo prolungato, uccidono le cellule ciliate, creando col tempo le premesse per un’insufficienza respiratoria e turbe cardiocircolatorie. Basterebbe non incaponirsi a trattare forme virali come fossero batteriche ed usare, fin quando possibile, sostanze come lisozima, vitamina C, vitamina A – totalmente innocue nei dosaggi consigliati, eutrofiche e non inventate da qualche Sir Girolami, ma da quel Tale di cui parlavamo sopra – per eliminare buona parte di situazioni prese golosamente a pretesto per creare la cosiddetta BPCO.
La solita aberrazione – dunque – di confondere (o voler confondere) manifestazione di un male (sintomo) con malattia. La tragedia – per i “Girolamini” ed i beneficati dai droghieri del farmaco – sarebbe che si risalisse alla causa, e si affermasse (o meglio: si riaffermasse) quella mentalità medico-scientifica, sapientemente obnubilata negli ultimi decenni, che mira a rimuovere l’effetto rimuovendo la causa. Infatti, se il medico stacca la spina dalla cultura che ha il dovere morale di possedere ed arricchire incessantemente, e come i cavalli che trascinano le poche romantiche carrozzelle rimaste si riferisce alla limitatissima visuale consentitagli dal paraocchi delle Linee-Guida, farà gli interessi di chi dall’interesse soltanto è mosso. In altre parole: il farmaco xy non risolverà mai la patologia, ma darà (e non sempre) quel po’ di sollievo che basta a farlo acquistare da chi avverte un disturbo; e poi riacquistare, e così via. Cosa che non accadrebbe se risolvesse la causa del disturbo. Questa è una delle colonne portanti degli utili dell’attuale mondo farmaco-medico-sanitario e dello sconfinato potere abbinato.
Ma è scomponendo l’acronimo che emerge la parola magica: l’aggettivo “cronico”!! Mai risolvere le malattie, ma cercare di prolungarle, cronicizzarle, o farle considerare croniche. Al tempo stesso – attenzione perché è un punto cruciale – produttori di farmaci e salmerie al seguito faranno di tutto perché venga tacitato, con le buone o le cattive, chi parla di cause di determinate patologie, e di tutto farà perché nessuno possa disporre delle sostanze in grado di risolvere davvero queste cause, nessuno possa rendere note e praticare acquisizioni scientifiche ed applicazioni terapeutiche capaci di scronicizzare i disturbi e guarire (o cercare di guarire) certe patologie. Questa è la storia della lotta feroce, rabbiosa, da bava alla bocca – lotta di un Golia vigliacco e tremebondo – condotta contro la Fisiologia, la corretta concezione di Scienza, la pratica medica “secondo Scienza e Coscienza”, le vitamine, tante sostanze fisiologiche, farmaci vecchi ma insostituibili ed innocui, e chi basa sulla scienza e non su editti e linee-guida un moderno approccio a tanti mali che affliggono l’umanità: in particolare al problema cancro. Ma ne parleremo a conclusione di questi nostri scritti. Quello che, per ora, ci preme sottolineare è come tutto l’Apparato attacchi, come fosse un esercito schierato, con entrambe le ali, ed applichi contemporaneamente due strategie: una, palese e urlata al megafono, attuata attraverso l’infiltrazione nei poteri governativi e nella società e diretta a suffragare un’accezione di scienza che poco con la scienza ha a che fare, molto col denaro; una seconda, silenziosa, occulta, a quota periscopica, da novella Santa Inquisizione alla ricerca di eresie ed eretici, diretta a censurare, impedire, perseguitare, oscurare e, se qualche cavallo scappasse dal recinto, esecrare, calunniare, ridicolizzare. Oggi, per giunta, si fatica meno di un tempo: spesso basta ignorare e far ignorare, attendendo che la gracile logica, la labile memoria della gente e la seguente alata filosofia facciano il resto: “ne parla la tv?…ahhhh, allora dev’esser vero”; “non ne parla affatto??? Come pensavamo: era tutta una fola”.
Quanto diremo, a chiusura dell’argomento BPCO, ci sembra comunque segnali difficoltà un tempo più rare, quando non inesistenti, nella sfilata sotto l’arco di trionfo delle vendite. Di primo acchito non si scorge alcuna traccia, alcun effetto delle critiche severe al malcostume farmaceutico sollevate da ricercatori e medici moralmente integri, ed i tanti articoli o libri di denuncia cui fatto prima cenno parrebbero sfoghi improduttivi di idealisti che si sono illusi di poter cambiare il mondo. Ma forse qualcosa sta cambiando davvero.
Il Roflumilast, specialità Daxas, è stato prodotto dalla Nycomed per il trattamento della BPCO. Ovviamente – come da copione – c’è stata la consueta campagna preparatoria, con dati e statistiche estratti dal cilindro (il 5% degli italiani sarebbe interessato dalla neosindrome, i morti sarebbero 20.000 all’anno nel mondo….); gli “studi” sono stati pubblicati sul Lancet nell’agosto 2009 e comunicati il mese dopo a Vienna al congresso annuale della ERS (European Respiratory Society). Ma non tutto è andato liscio come altre volte. Anzi, all’inizio le cose sembravano mettersi maluccio, dato che il Panel della FDA aveva votato contro l’approvazione del farmaco. Nycomed è una multinazionale con sede centrale a Zurigo, con un fatturato di “appena” 3,2 mld. di € nel 2009, ma una gran voglia di fare meglio. Ha pensato fosse opportuno siglare un accordo con la Merck (fatturato: $12,1 miliardi) per il Daxas, e di puntare comunque sul mercato europeo. E qualche maligno potrebbe leggervi un “nuovo corso”, diretto a non indisporre il governo insidiando troppo la salute degli americani, sempre più sospettosi nei confronti di Big Pharma, ma propinare le ultime porch… – scusate – i farmaci più recenti agli indigeni delle colonie che compongono il vecchio continente: a noi, ascari bianchi. D’altronde la storia insegna come i nipoti dello zio Sam siano sempre stati bravi a declamare sacri princìpi ed ancor più ad imporli con la pelle altrui. Sia come sia, il farmaco alla fine è stato approvato dalla EMA (corrispondente europeo della FDA), ma con scarso entusiasmo e tutta una serie di specifiche limitative, dubbi e raccomandazioni, mentre il SMC (Scottish Medicines Consortium) ne ha sconsigliato l’impiego senza “mi” e senza “ma”. Quanto agli effetti collaterali più comuni (diarrea, nausea, cefalea, perdita di peso), si ammette che non sono ristretti a pochi soggetti con criticità peculiari, ma che appaiono più frequenti del desiderabile.
Tutto qui? Pare di no, dato che nei documenti ufficiali della EMA si parla di “.. rischio di disturbi psichiatrici come insonnia, ansietà, depressione nei pazienti che assumono Daxas e con potenziale rischio di suicidio. Da qui, la necessità di valutare attentamente il rapporto rischio-beneficio di questo trattamento nei pazienti con sintomi psichiatrici pre-esistenti o con una storia di depressione e di informare i pazienti di riportare qualsiasi cambiamento nel comportamento, nell’umore ed ogni ideazione di suicidio. Daxas non è quindi raccomandato in pazienti con una storia di depressione associata a ideazione o comportamento suicidario”. E poco oltre: “.. potenziale rischio di tumori maligni e la mancanza di esperienza in pazienti con una storia pregressa di cancro. Il trattamento con Daxas non deve essere iniziato o deve essere interrotto nei pazienti affetti da cancro (eccetto il carcinoma delle cellule basali)”. Per non tralasciare nulla, occorre considerare anche il “….potenziale rischio di infezioni: il trattamento con Daxas non deve essere iniziato, o deve essere interrotto, nei pazienti con problemi di infezioni acute gravi. L’esperienza limitata in pazienti con infezioni latenti come la tubercolosi, l’epatite virale o le infezioni da herpes”. Per non fare torto ad alcun aspetto, si rileva anche come un motivo di prudenza sia costituito da “…informazioni limitate o mancanti nei pazienti con insufficienza epatica. Daxas è controindicato nei pazienti con insufficienza epatica moderata o grave…i dati clinici sono considerati insufficienti per consigliare un aggiustamento della dose e quindi bisogna osservare cautela nei pazienti con moderata insufficienza epatica”.
Cari lettori, converrete che la nostra non è polemica pretestuosa: qui c’è veramente – a sfuggire l’accusa di maschilismo discriminatorio – da rigirarsi tra le dita quei gingilli comuni nel Meridione e raffiguranti un gobbetto, indice e mignolo protesi, cilindro in testa e un corno al posto delle gambe….
Non mancano – doveroso riferirlo per completezza – elogi del farmaco e minimizzazioni degli effetti collaterali da parte di augusti cattedratici, anche nostrani. Ma in questo campo ed in simili ambienti, bisogna meravigliarsi solo di meravigliarsi ancora di qualcosa.
§ 2. I farmaci blockbuster, affari e malaffari.
Prima di andare a constatare come né la tarda età né l’infanzia riescano ad innestare rudimenti di scrupolo morale nei mercanti di pillole, è tempo di parlare dei cosiddetti “farmaci blockbusters”. Con questa terminologia si designano i farmaci campioni delle vendite: come si trattasse di detersivi, autovetture, televisori coinvolti in una gara a chi ne piazza di più e più guadagna. Già questa dichiarata aspirazione al primato la dice lunga su fini, morale, idealità delle case farmaceutiche e mette di fronte anche gli ottimisti (spontanei od a cottimo) di fronte ad un’evidenza incontestabile.
Sostanzialmente questo concetto, accompagnato dalla relativa terminologia gergale, nasce dai fasti Glaxo dell’era Paul Girolami ed in particolare dal famoso Zantac: farmaco tutt’altro che prodigioso e tutt’altro che immune da magagne nascoste. I pareri che contano nella politica farmaceutica non sono quelli di ricercatori e scienziati, ma quelli degli analisti finanziari. Dell’immortalato e nobilitato….Paul, il ricercatore dott. Jack, che aveva abbandonato schifato la Glaxo sbattendo la porta, disse in un’intervista: “per parlarci chiaro, quell’uomo non ha la minima considerazione né per i ricercatori, né per la scienza ed i suoi princìpi. Gli interessa solo il denaro. Non credo gli importi di lavorare bene”.
Se non interessava a Girolami, alla Glaxo ed alle altre multinazionali produrre farmaci realmente efficaci e necessari, importava ed importa ancor meno a chi investe per speculare e per governare a bacchetta il mondo intero. Marc Mayer, esponente della Sandford C. Bernstein & Co, colse bene come il “nuovo corso” farmaceutico fosse una miniera d’oro sia per i produttori di farmaci che per l’esercito di jene, sciacalli, vampiri, zecche, sanguisughe & affini di tutte le borse del mondo: “…valeva la pena investire grosse cifre in quei farmaci destinati alla cura di malattie croniche in grado di garantire un ampio margine di guadagno” dichiarò durante l’intervista rilasciata nel 1991 alla rivista Fortune. A questo “din” fece subito eco il “dan” di un’altra mignatta della finanza, analista di Morgan Stanley: “il farmaco che negli anni ’70 valeva 50 milioni di dollari all’anno, nel decennio successivo garantiva un ritorno dieci volte maggiore”. Come nota la Petersen, “..si venne così a delineare a poco a poco una serie di strategie di vendita che gli addetti ai lavori definirono ‘modello blockbuster’. La ricetta era più o meno questa: concentrare gli investimenti finanziari e le attività di marketing sui farmaci destinati a curare malattie croniche o problemi come bruciori di stomaco, colesterolo alto e depressione”.
La ricetta – pubblicità a tutto campo+malattie croniche (o rese croniche) – è stata la carta vincente per i giganti del farmaco, la carta perdente per la salute dell’umanità. I numeri, del resto, parlano chiaro: Pfitzer nel 1947 dedicava alle spese promozionali e amministrative il 6% degli incassi, cinquant’anni dopo il 40%.
Ma un altro è il punto fondamentale, il più importante di tutti, perché consente di comprendere l’anima nera della medicina contemporanea e la sua filosofia mercantilistica. Scrive l’autrice (pag. 180): “le medicine che garantivano un migliore ritorno economico erano quelle che non guarivano da nessuna malattia, limitandosi a curarne i sintomi. Il paziente che comprava questi medicinali si trasformava né più né meno in una sicura fonte di reddito, proprio come il fumatore o l’amante del caffè espresso lo erano per la tabaccheria e il bar, contribuendo a garantire anni di considerevoli guadagni alla società produttrice”.
Torniamo ad avvertire il lettore: questa è la chiave di volta e la spiegazione di linee guida, farmaci imposti, farmaci e sostanze censurate, ricerche consentite, ricerche proibite, programmi di studio universitari, stage e master di aggiornamento, commissioni ministeriali, comitati etici e di tutta la costellazione di entità che oggi possono imporre e vietare, soffocando, insieme alla civiltà scientifica, l’aspirazione dell’umanità alla salute ed al benessere.
Tanto per intenderci, un farmaco blockbuster, al tempo del conio di questo neologismo, doveva vendere almeno 500 milioni di dollari l’anno. Ora si parte da 1 miliardo di dollari (cifra che, per avere un metro di misura immediato, significa duemila miliardi delle vecchie lire), per puntare a multipli. Quindi, un blockbuster che si rispetti realizza almeno il fatturato della Ferrari auto (€1,9 mld. Nel 2010).
I fatturati delle sette e più sorelle del farmaco raggiungono livelli inimmaginabili. Ray Moynihan e Alan Cassels, nel loro “Farmaci che ammalano”, parlano di un fatturato USA di 500 miliardi di dollari (circa 1 milione di miliardi di lire), superiore al PIL (Prodotto Interno Lordo) di parecchie nazioni, con un crescendo non solo ininterrotto, ma anche logaritmico. Dell’utile netto – senza confronti nei riguardi di qualsiasi attività economica umana – si è già parlato. Ci limitiamo ad osservare che, se da una parte il pur titanico profitto sarebbe doppio senza il costo di capillari ed endemiche corruzioni, dall’altra ungere significa investire, e non soltanto spendere, in quanto:
- assicura una vivificante rete commerciale di corrotti (cattedratici, medici, politici, imbrattacarte mediatici, testimonial ecc.);
- presidia il sistematico progresso del giro d’affari;
- toglie di mezzo la concorrenza della vera ricerca, della vera medicina, di una efficace farmacopea.
Senza rinunciare volontariamente a qualche miliarduccio in…sacre unzioni, prima o poi si sarebbe obbligati a rinunciare a cifre maggiori di introiti. Attraverso questa politica, le chiocce del farmaco “…realizzano profitti a velocità più che doppia rispetto al resto del mercato…e…non conoscono crisi”.
Ma attenzione, non esistono solo i blockbuster ma anche i “mega-blockbuster”! E non si tratta solo di cifre, ma del rafforzarsi di una mentalità ancor più totalizzante. Citiamo la Petersen: “La ricetta del blockbuster farmaceutico funzionava talmente bene che Wall Street si innamorò ben presto dei profitti elevati che generava. Già alla fine degli anni ’90, per una casa farmaceutica non bastava più poter mostrare un incremento rispettabile delle vendite e dei profitti annuali. Dalle maggiori case farmaceutiche gli investitori ormai si aspettavano incrementi come minimo del 15%, se non decisamente superiori. Gli azionisti si affrettavano a punire qualunque produttore osasse deludere le loro aspettative annunciando guadagni in crescita rapida, ma comunque leggermente inferiori a quanto Wall Street si attendeva….In breve, persino un farmaco capace di vendite per un miliardo di dollari all’anno non fu più abbastanza”.
Si comprende quindi l’obbligata entrata in funzione di un meccanismo automatico di pressioni incrociate. Anche qualora lo staff dirigenziale di un big del farmaco non se la sentisse di superare determinati limiti morali, non esisterebbe alternativa ad un corso ormai obbligato: un po’ come chi prima sobilla la folla e poi si trova, anche avesse cambiato idea, ad esserne sospinto e strattonato. Se non assecondi l’incendio che hai appiccato, o sei sostituito o scompari. Una delle conseguenze più gravi è che “….composti sperimentali che potevano rivelarsi provvidenziali per la salvezza di molti pazienti, ma che non avrebbero mai potuto garantire le vendite di un mega-blockbuster sarebbero stati ceduti in licenza ad altre società produttrici o abbandonati su uno scaffale a prendere la polvere”.
E questo è niente. Immaginiamoci cosa accade (ed è accaduto), per sostanze che non solo non rendono, ma insidiano o vanificano le mega-vendite!!!! Ve lo diciamo subito: rischia di scapparci il morto. Enrico Mattei fu incidentato per affari e cifre immensamente inferiori. Anche se oggi, con il progresso delle tecniche mediatiche e l’ubiquitario controllo della società, nella maggior parte dei casi basta ignorare, isolare o mistificare.
Insieme ai blockbusters, veri purosangue, assi ed orgoglio dei farmaco-Arpagoni, trainano il carro migliaia di tozzi e robusti cavalli normanni, che assicurano un profitto unitariamente meno clamoroso, ma da non buttar via. Se i plebei criniti portano a casa meno soldi, si tratta comunque di soldi tanti e sicuri, e che non costano nulla; in secondo luogo non bisogna dimenticare come diversi di questi abbiano dei magnifici effetti collaterali che, diagnosticati per malattie autonome e non da farmaco, provocheranno una domanda di altri farmaci per combattere (o far finta di combattere) mali indotti da loro colleghi. Basti pensare al sinergismo aspirinetta-gastoprotettori. Un’aspirinetta al giorno toglie l’arteria di torno. Basta aver avuto episodi di ipertensione, qualche problema circolatorio, e portarsi almeno una decina di lustri sulle spalle. Il bello (si fa per dire) è che non si tratta di prescrizioni temporanee, ma sine die. La sclerotizzazione arteriosa, che giunge inesorabile col tempo, frutterà tanti esami diagnostici e tante capsuline multicolori, particolarmente abbondanti se, con l’aiuto dell’età avanzata e di inflessibili giornalieri diuretici, si potrà contare su succulenti sintomi di arteriosclerosi e, con un po’ di fortuna, sull’induzione o accelerazione di quel pozzo senza fondo che è l’aureo Alzheimer. Niente di male per le specialità povere ed infeconde, dalle mammelle rinsecchite: c’è sempre tempo per pensionarle e magari sostituirle quando, arruolato qualcuno dei luminari che scalpitano per farsi ungere, assemblato qualche studio da pubblicare su riviste compiacenti, scoperta una nuova malattia, si varerà finalmente un nuovo farmaco-transatlantico dagli oblò sfavillanti, sulla cui prua qualche coniglietta di Play Boy manderà a rompersi una bottiglia di champagne, tra lacrime di Girolamini commossi e gli “evviva” degli investitori di borsa.
§ 3. Timonieri, farmaci fotocopia e prezzi gonfiati.
Non è stata certo l’indisponibilità di validi ricercatori a determinare la mediocre efficacia di tanti farmaci, né, tantomeno, sono stati defatiganti itinerari sperimentali a provocare prezzi elevati. Ne sia la prova il caso del dott. James W. Black, che già nel 1958 aveva individuato una formula utile ai malati di angina pectoris e, nei sei anni successivi che lo avevano visto lavorare per la società chimica inglese ICI, aveva realizzato i betabloccanti. Black sarebbe stato insignito di uno dei pochi Nobel meritati dei tempi moderni, ed avrebbe successivamente realizzato un farmaco antiulcera, il Tagamet: e qui ci ricolleghiamo ad una vicenda della quale ci siamo precedentemente occupati, quella dello Zantac. Lo Zantac, in sostanza, era una fotocopia del Tagamet, ma con il sex appeal di un prezzo superiore del 50%! Si tratta solo di un episodio, che si perde tra miriadi di altri analoghi, che dimostra quanto siano ingiustificati molti prezzi di specialità e sia un alibi falso quello dei costi della ricerca. La prassi dei farmaci-fotocopia (così definiti da diversi studiosi, tra i quali la Prof. Angell) è veramente endemica. Non, purtroppo, l’onestà di ricercatori come Black, il quale attribuì al lavoro di R. Ahlquist il merito della scoperta dei betabloccanti, nonostante si trattasse di un lavoro che lo aveva illuminato e non di un plagio brutale. Ma la Glaxo, produttrice del leggendario Zantac, come era arrivata alla sua dorata specialità? In un modo molto semplice: parassitando le idee di Black. Infatti ad un ciclo di lezioni tenuto dallo scienziato, era presente il Dr. David Jack, capo del dipartimento ricerche della Glaxo, il cui parere caustico su Girolami abbiamo riportato prima. Il gigante britannico cominciò a seguire ricerche e progressi di Black e dei suoi collaboratori e, al momento opportuno, scodellò lo Zantac, la cui formula differiva da quella del Tagamet quel tantino sufficiente a non violare il brevetto. Fu lo stesso Jack – come riferisce Independent del novembre 1991 – a spiegare che la creazione del formidabile blockbuster Glaxo aveva richiesto più o meno lo “…stesso tempo rispetto a quello necessario a risolvere un problema di chimica”: alla faccia di Black, aggiungiamo noi. Costume del resto non confinato al plagio di farmaci, ma anche a quello – tentato o consumato – di idee.
Al di là di valutazioni negative ed esecrazioni, è la realtà delle cose che svela gli effettivi retroscena e suffraga una visione critica dell’agire delle case farmaceutiche. Tre esempi che non abbisognano di commenti: nel 2001 la guida della Bristol-Myers Squibb fu assunta da Peter Dolan, la cui summa di cultura scientifica era rappresentata dalla proposizione di uno snack alla cioccolata prodotto da General Foods; la Novartis nel 2000 affidò la gestione totale dell’azienda a Thomas Ebeling, già responsabile marketing della Pepsi; Randall Tobias, stratega della Pfitzer, era dirigente nella azienda telefonica AT&T. Quindi, tra snack, pepsi-cola e telefoni, si raggiunge il top della scienza. Bene prenderne nota.
Qualche lettore avrà sicuramente osservato come tutto questo poema di truffe da baracconi è stato scritto in assenza di reazioni governative. La cosa non può non suscitare forti perplessità e giustifica qualcosa di più. La celebrata, mitica F.D.A., Food and Drug Administration, la cui evocazione piega il ginocchio di ossequiosi ratti d’ateneo e di farmacologi a gettone, sembra tutt’altro che stagna a pressioni e colonizzazioni. Tanto per cominciare, non ha mai preteso la prova che un nuovo farmaco è più efficace, e con le stesse o minori controindicazioni, di analoghi già in circolazione: e già questo non ci pare poco. D’altra parte, come meravigliarsi, dato che le prove comparative – che già di per sé farebbero venire il mal di stomaco per le risate ad un cavallo – vengono effettuate tra il farmaco ed un placebo e non tra il farmaco e un concorrente? Abbiamo detto in premessa che ci atterremo ai fatti, e quindi di fatti parliamo. Il Center for Drug Evaluation della FDA, nei tre lustri intercorrenti fra il 1990 ed il 2004 ha autorizzato l’immissione in commercio di 1.100 farmaci, solo 400 dei quali non spudoratamente ed evidentemente pantografati su altri preesistenti. Ma, come se ciò non bastasse, la maggioranza di questi non costituiva un miglioramento effettivo rispetto ai farmaci pensionati: la Petersen, esaminando con attenzione i documenti FDA, conclude che solo 183 dei nuovi – appena il 16% del totale – potevano ritenersi una novità di rilievo rispetto al passato.
Ma vi sono incontrovertibili conferme di queste stime. Nel 1994 il Dr. David Kessler, alto esponente della FDA, pubblicò insieme ad altri quattro colleghi un articolo sul New England Journal of Medicine (allora diretto dalla Prof. Marcia Angell) sul malcostume farmaceutico. In questo articolo gli autori parlarono di “frenesia promozionale” dei produttori di farmaci, derivante dalla consapevolezza che i prodotti immessi in commercio erano “..virtualmente indistinguibili gli uni dagli altri”; solo “…una minoranza dei 127 nuovi medicinali approvati fra il 1989 ed il 1993…aveva dimostrato di poter offrire un qualche miglioramento rispetto ai farmaci già in commercio. Le case farmaceutiche sfruttavano la promozione per far credere che i nuovi farmaci fossero in qualche modo diversi e utili”.
Un incidente di percorso riguardante un dirigente di una società farmaceutica offrì una conferma di prima mano di questa realtà: si trattò di una nota redatta – ovviamente – per uso “interno”. Eccone un passo: “…non sono ammessi errori a riguardo: lo studio sul…[seguiva il nome del farmaco] è la più importante iniziativa di vendita in programma per il 1993. Durante la fase I, 2.500 medici lo somministreranno ai loro pazienti….mantenendo sotto controllo la loro pressione….Grazie al [nome farmaco] ..se almeno 20.000 dei 25.000 pazienti coinvolti nello studio continueranno ad assumere il…, le vendite potranno raggiungere quota 10.000.000 di dollari. Nel corso della Fase II questa cifra dovrà raddoppiare”.
Dopo che Kessler lasciò l’incarico all’interno della FDA, gli subentrò un oncologo, Michael Friedman, che allentò le già lente restrizioni sulla pubblicità dei farmaci e spalancò a questa il potente mondo della promozione televisiva. Friedman sarebbe passato successivamente alla vicepresidenza di una casa farmaceutica…e…..vissero tutti felici e contenti.
Il citato Jones, nel corso dell’udienza promossa dal Sen. Kennedy (ne abbiamo parlato in una precedente parte di questo scritto), condensa in poche rabbrividenti righe la logica dei prezzi e lo spirito criminale (non si può definire altrimenti) dei produttori di farmaci: “Come minimo si valutano le alternative di cui il malato dispone: il prezzo sarà direttamente proporzionale alla disperazione ed alla sofferenza del paziente e inversamente proporzionale al numero di alternative a disposizione. Intorno a questi argomenti si svolgono normali discussioni che riguardano virtualmente ogni farmaco in commercio”.
Uno dei tanti esempi di questa filosofia inqualificabile venne riferito dallo stesso Jones. I dirigenti della Abbott Laboratories (fatturato di ca. 31 mld. di US$) fecero una bella pensata per risolvere un problema di liquidità a breve termine: sfornarono una specialità per la cura della SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), malattia degenerativa sempre letale e crudele, pur sapendo in partenza che era totalmente inefficace, in quanto “….i medici avrebbero impiegato circa sei mesi per verificare l’inefficacia del farmaco sui pazienti, il che avrebbe consentito alla società di incassare milioni di dollari, nonostante la scarsa diffusione del morbo…….fu questo il motivo che spinse Abbott a far pagare il medicinale….circa 10.000 dollari a paziente…..”. Il prezzo elevato venne giustificato dalla società con l’indisponibilità di tecniche automatizzate; ma quando i tecnici annunciarono che avevano trovato il modo di ridurre ad un quinto il costo di produzione, i dirigenti dissero che “…non c’erano ragioni per abbassare il prezzo e di non preoccuparsi, perché ci sarebbero sempre stati dei vicini caritatevoli, pronti ad organizzare vendite di beneficenza per raccogliere il denaro necessario ai malati di SLA. Le persone convocate a quella riunione erano sotto shock”. La conclusione di Jones fu che “…ogni società si impegna a fondo per nascondere ciò che in realtà sta facendo. Queste aziende vivono di truffe legalizzate”.
Che non fosse una visione malevola di Jones emerse poi da parecchi altri elementi e da testimonianze analoghe.
A questo punto dovrebbero essere chiare molte delle strategie correnti adottate da Big…ma anche Little Pharma, perché i cattivi esempi fanno più proseliti di quelli buoni: specie quando questi ultimi sono accanitamente oscurati. Un flash tutto nostrano (e del quale c’è sicuramente poco di che andar fieri) conferma, oltre alla extraterritorialità della filosofia d’azione, almeno tre cose: quanto rende fabbricare farmaci – come manchino (o vengano dolosamente omessi) i controlli statali – che l’appetito vien mangiando; per cui, oltre alle truffe di prammatica, non si rinunzia anche a quelle fiscali. Il Gruppo Menarini è il primo in Italia, il quindicesimo in Europa ed il trentacinquesimo del mondo, riferiscono giornali economici nazionali. Ma abbiamo dubbi in proposito, dato che il fatturato 2009 ha sfiorato appena i 3 miliardi di €. Sia come sia, nel novembre 2010 Carabinieri dei Nas e Guardia di Finanza hanno sequestrato beni per un miliardo e 212 milioni di euro, frutto di una truffa a danno del SSN (Servizio Sanitario Nazionale), perpetrata fin dal 1984 gonfiando prezzi di farmaci forniti a questo. L’ingente somma, per la cronaca, era occultata all’estero con un collaudato sistema di scatole cinesi e la gentile collaborazione di angioletti: quelli che volano nei paradisi fiscali. E se è lecito pensare che tale cifra riguardi solo i beni rintracciati, lo è ancor di più chiedersi come mai le nostre istituzioni farmaco-sanitarie – efficientissime quando si tratti di acquistare stock di vaccini inutili o dannosi – non si siano accorte di nulla in ventisei anni di fregature sistematiche rifilate loro, cioè a noi, dato che i soldi dello Stato non sono altro (o così dovrebbe essere) che i nostri. Ma a chi puntasse il dito contro il nostro paese, potremmo rispondere che chi è senza FDA scagli la prima pietra.
Invece di continuare con elencazione di casi, basterebbe convenire del perfetto analogismo tra produzione consumistica e produzione di farmaci, affratellati dalla stessa filosofia e dall’identico appetito di guadagno: un appetito insaziabile da Pantagruel che esige soddisfazione totale, rapida e facile. Come le dispense si sono riempite di ogni genere commestibile, le case di ogni genere di apparecchiature elettroniche preferibilmente inutili, così gli armadietti dei farmaci straripano di pillole, capsule, supposte, fiale, fialette, sciroppi. E’ il consumismo della salute, tutt’altro che disinteressato, come quello deputato ad altri aspetti dell’esistenza, ma con ben diverso impatto sulla nostra vita. E le analogie non si fermano qui. Basti pensare al sofisticato tecnicismo costruttivo finalizzato a minare la durata degli oggetti, al quale si affianca l’esasperante pubblicità diretta a far apparire superato ed anacronistico quanto acquistato in tempi non recentissimi. Il farmaco, fabbricato prevalentemente per incidere (nel migliore dei casi) sulla malattia senza risolverla e che, anche se valido, viene sostituito da altri di “nuova generazione” che nuova magari non è, segue la stessa traccia. Dal che, non solo facile, ma obbligata, emerge la concezione praticata dalla società contemporanea: il malato-oggetto, il paziente-cliente, l’essere umano fattore di reddito.
Da quanto riportato in queste pagine risulterà ormai chiaro come la libido degli sputa-farmaci guardi con fosca concupiscenza soprattutto alle malattie croniche, che assicurano redditi corposi perché gonfiati e corposi perché costanti.
§ 4. Erode è tornato.
Per brevità, tralasciamo tutta quella nebulosa di specialità conculcate speculando sull’ansietà istintiva per la propria salute (disturbi gastrointestinali, problemi relativi all’attività sessuale ecc.), ed i (ne)fasti dell’esasperata (e redditizia) tecnologia diagnostica impotente a raggiungere il cercine di tutta la medicina, quello che Luigi Di Bella definiva “il tratto quasi divino dell’arte medica”: la diagnosi. Intendiamo riferirci alla variegata famiglia dei tratti caratteriali di ognuno e dei comportamenti che ne conseguono, a volte primigeni, altre derivati dall’educazione ricevuta e dall’esperienza di vita ricavata: il mondo inafferrabile della psicologia umana e, in particolar modo, di quella infantile.
Era una tentazione troppo grande tuffarsi in un campo nel quale è difficile contestare una diagnosi, specie da parte dei più ingenui, e nel quale si poteva contare sull’emotività e la istintiva insicurezza dei genitori. Decisive, nel consentire questa ennesima mistificazione e (qui bisogna parlar chiaro) opera criminale, due delle piaghe del nostro tempo: la progressiva descientificazione della medicina ed il suo inquinamento da parte di professioni empiriche. Da una parte, l’oblìo doloso disceso su fisiologia e neurofisiologia ha fatto compiere alla medicina un passo indietro di secoli, vanificando acquisizioni dovute all’impegno e la genialità di tanti ricercatori; dall’altra, sono stati parificati alla logica scientifica teoremi indimostrabili, come quelli propinati dalla psicologia e, peggio ancora, dalla psicanalisi. Questo irrazionalismo diffuso, che costituisce una delle incoerenze ed assurdità della pretesa epoca della scienza, ha trovato un sinergico e favorevole terreno nella diseducazione collettiva, nell’indotta paralisi della logica e del ragionamento, nella lotta senza quartiere a quella tutela dell’infanzia e dell’adolescenza prima assicurate dall’educazione familiare e scolastica. Il risultato è stato di abbattere quel diaframma prezioso, quella blindatura che proteggeva le nuove generazioni dal mercantilismo senza limiti e dall’immoralità montante. Ecco quindi la progressiva trasformazione in malattie di timidezza, introversione, vivacità, svogliatezza, sensibilità, carenza di volizione, e perché no – diciamoci tutta la verità – scarsa intelligenza, e, concomitante con questa trasformazione, l’impiego di farmaci per rimediare a caratteristiche o difetti caratteriali immutabili, ovvero a transitorie situazioni ovviabili con la naturale maturazione o con la correzione da parte di genitori e/o insegnanti. Per essere più precisi, parliamo degli psicofarmaci: salvo casi del tutto particolari sempre e comunque deleteri, impropri, forieri di danni il più delle volte irreversibili e di un asservimento moralmente ripugnante, ma commercialmente prodigioso. Il tema è di una complessità immensa, riguarderebbe una intera concezione della vita che si è andata formando in questa disgraziatissima epoca e non solo un aspetto sanitario: ma trattare di questo argomento ci porterebbe lontano. Suggeriamo solo spunti di riflessione che ognuno può individualmente elaborare e conseguenzializzare. Così sarebbe opportuno pensare alla strettissima parentela tra lassismo – a livello legale e di promossa tolleranza sociale – nei confronti della droga, e ricorso, senza risparmio, a questa classe di farmaci: dei quali tristi fenomeni è legittimo supporre l’esistenza di un finalismo che non può non evocare gli inquietanti scenari del “1984″ di George Orwell. Gli psicofarmaci, in buona sostanza, non sono altro (nella maggior parte dei casi) che droga legalizzata e prescrivibile.
Altrettanto potrebbe dirsi a proposito dell’abdicazione, così procurata, alle difficoltà della vita e alla diseducazione collettiva che fa assistere ad innumerevoli episodi di resa, di fuga dai problemi, di svirilizzazione dei giovani, pronti a diversivi pur di non affrontare le situazioni e superare gli ostacoli, di delegazione ad altri e ad altro di nodi che solo il singolo può e deve sciogliere. Una folla di ragazzi, potenzialmente ricchi di doti umane ed intellettive, che vagano smarriti, boccheggianti, privi di appigli, riferimenti, esempi, validi aiuti: prede predestinate di chi tutto vuole aggiogare e sfruttare e di quanti vedono nell’individuo il nemico da contrastare, nella massa amorfa il naturale alleato dei propri squallidi ed infami disegni. E ancora: la tendenza immorale ed antiscientifica di aggirare le situazioni invece di studiarle e risolverle, imbellettando i malati e riconsegnandoli – fantasmi senza luce, né volizione, né affettività, né consapevolezza – ai propri cari. La “Medicina dell’apparenza” che punta a mantenere malati i malati, a nascondere gli inevitabili insuccessi dietro statistiche da gioco dei tre bicchieri e sfruttare sofferenza e morbilità allo stesso modo in cui un tempo si setacciava la sabbia dei fiumi in cerca di pagliuzze d’oro. Ma questo è oro rosso.
Un caso apparentemente lontano, ma in realtà strettamente imparentato, ci vide testimoni di questa mentalità “dell’apparenza” una quarantina d’anni or sono. Due chirurghi, senza finalità eversive, ma per amor di fama e – si va a finire sempre qui – scarsissima dimestichezza con la neurofisiologia, ebbero un momento di celebrità quando introdussero in Italia la vagotomia, intervento col quale ritenevano di avere risolto il problema dell’ulcera gastrica. In occasione di una conferenza, dopo salamelecchi e bizzeffe di “esimi colleghi” da parte della baronale colleganza, dovettero assistere alla demolizione, impietosa, del loro teorema. “Nella giustificazione della vagotomia si è posta in particolare risalto l’ipercloridria nell’etiopatogenesi dell’ulcera gastrica, e si è data importanza alle sparute fibre eccito-secretorie del vago, dimenticando la criticabilità di una delle dimostrazioni dell’azione di queste fibre, quella cioè degli abnormi parametri di stimolazione. Lungo le fibre del vago, non solo toracico, ma anche addominale, vi sono neuroni non solo sensitivi, ma anche vegetativi… la vagotomia sottodiaframmatica è a mio parere una deconnessione vegetativo somatica….molti operati vivono e stanno ‘bene’; come non male stanno, finchè la malattia non ha progredito notevolmente, i siringomielici, i tabetici eccetera. Credo che questi esempi dovrebbero saggiamente ammonire e suggerire complementi di studi prima di pentirci forse un domani in ritardo!”. In poche parole: il paziente veniva operato e non avvertiva più la sgradita sintomatologia precedente, per il semplice fatto che i “segnali” non partivano più, essendo stata resecata la linea telefonica….Peccato che, insieme ai sottili fili dei segnali in partenza, fossero stati tagliati anche i grossi di quelli in ingresso, di importanza vitale perché neuromotori. Il malato usciva radioso ed in posizione eretta dall’ospedale; salvo uscirne in posizione supina al primo scontato nuovo ricovero. Questa contestazione venne mossa ai due chirurghi dal Prof. Luigi Di Bella, al termine di una trionfale conferenza tenutasi nel 1968 al Policlinico di Modena. I due medici, alquanto mortificati, ebbero comunque la correttezza di scusarsi pubblicamente con il fisiologo, tra stizza e digrignar di denti degli azzimati cattedratici che li avevano applauditi fino allo spellamento delle mani ed all’orrenda figuraccia finale. E di vagotomia non si parlò più, specie dopo che lo scienziato comunicò la sua opinione in un congresso internazionale a Bruxelles (Seance extraordinaire de la Societè Belge de Gastro-Enterologie, 29/9/1968: “La secrétion chlorhydrique de la muqueuse isole de rat vagotomisé ou non”).
La filosofia d’azione degli psicofarmaci ci sembra esattamente la stessa. Con, in più, sinistri ed allarmanti risvolti.
Trattando dello sfruttamento dell’infanzia, occorrerebbe passare in rassegna l’indecente ed interessato abuso che è stato e viene fatto delle vaccinazioni. Il tema obbligherebbe ad una trattazione troppo estesa per la forzata economia di questo scritto ed inoltre non si attaglia perfettamente ai parametri ispiratori di questo inesauribile appetito nato dal magico aggettivo “cronico”; dato che, pur con la tenera e premurosa foga dei legislatori e degli enti sanitari, ci si può vaccinare una volta sola, ed oltre eventuali richiami non si va o non si può essere obbligati ad andare. Le vittime delle vaccinazioni sono sotto terra o, se vive, sopravvivono minorate in famiglie distrutte. Nel nostro Paese, nonostante i genitori si siano organizzati in associazioni per avere l’aiuto del quale hanno diritto da parte dello Stato (che tentazione scriverlo con la esse minuscola!), non sono riusciti ad ottenere giustizia. Quello che lascia sbigottiti è che nonostante quanto emerso da più fonti e, soprattutto, da un’inchiesta della giornalista Milena Gabanelli (che si è occupata anche di malattie inventate, purtroppo senza continuare, o poter continuare a “battere” sul tema), la Giustizia non si sia mossa: nemmeno quando un noto personaggio dell’Ist. Sup. della Sanità, pressato dalle domande di alcuni genitori, dovette ammettere che erano state distribuite partite di un vaccino imperfetto, pur disponendo di altre molto più sicure, perché occorreva….svuotare i magazzini. Morti e disabili sono stati quindi la quisquilia da pagare per avere un magazzino ordinato.
Concludiamo il tema vaccinazioni con la saga dell’influenza A/H1N1. L’OMS – altro organismo spesso pappa e ciccia con il potere farmaceutico – dopo essersi vergognosamente prestata a diffondere il panico su questa INESISTENTE epidemia, parlando di INESISTENTI pericoli e sparando cifre che non erano nemmeno cugine di quarto grado della verità, ora invita …”ad evitare il panico…”, dopo decessi in tutto il mondo e inabilitazioni. Pensate: il rischio di narcolessia nei vaccinati c’è (bontà loro), ed è “nove volte superiore….” (a che?), ma riguarda “solo” la fascia d’età fra i 4 ed i 19 anni….e chi è geneticamente predisposto! Come dire: se sei nato male, mica è colpa nostra! Nessuno è finito in manette (o meglio, con palla di ferro al piede e piccone in mano) per questo incredibile e vergognoso episodio di truffa organizzata: né i produttori del vaccino, né gli esponenti di commissioni ministeriali, né luminari al neon prestatisi a fare da testimonial per la truffa. Tutti innocenti. Questa è una delle occasioni perdute per tutti noi. Invece di manifestare per le cose più cretine che mente umana possa ideare e ripetere slogan ritmati in due quarti coniati da Napoleoni dell’imbecillità, i cittadini di tutto il mondo avrebbero dovuto scendere in piazza, prendere a calci nel sedere le cassandre a provvigioni, pretendere dimissioni dei responsabili e azioni legali contro di loro. Ma l’azione penale, non era obbligatoria?
In mancanza di tutto questo, è bene ricordarsi CHI abbia lanciato l’allarme ostentando, con talento melodrammatico, voce fosca e sguardo costernato; e CHI abbia consigliato queste vaccinazioni. Basterebbe un po’ di memoria per individuare i disonesti e gli iscritti a libro paga di Big Pharma, e liberarsene. E’ stata, in sostanza, un’azione-spot di cinica speculazione, utilissima per fare affluire denaro sporco, a volte di sangue, in forzieri ormai all’orlo del cedimento.
Ma almeno, grazie ai galletti dei notiziari televisivi, abbiamo imparato un’altra bellissima parola, oltre alla misteriosa (e spaventosa) sigla A/H1N1: “PANDEMIA”!!! Un contributo storico alla cultura collettiva, che ben valeva qualche centinaio di morti. Pandemia….non la banale, incolta “Epidemia”, razza di ignoranti che non siete altro. Ringraziate chi semina cultura, e vi ha insegnato tante altre cose importantissime: come, ad esempio, che i fiumi “ESONDANO” (“straripano” lo dicono solo i sottoproletari della cultura)….ed i maremoti (termine piccolo-borghese-reazionario) si chiamano “TSUNAMI”! Lo sapevate, buzzurri, prima che la tv ve lo insegnasse? Questa è civiltà, questa è cultura. Sia come sia, qualche statista non del tutto prono si è ribellato e detto chiaro e tondo che era ora di finirla col raccontare balle da Zeppelin, facendo venire i sudori freddi al pool di multinazionali che si stavano fregando le mani. Che, dopo qualche timido tentativo di rinverdire i fasti influenzali, si sono accontentate delle poche decine di miliardi di euro e dollari rimediati. E’ stato un “crac”, una crepa un tempo inconcepibile, nella crosta pataccara dell’industria del farmaco e, forse, un segnale, una svolta storica: della quale certi valorosi giornalisti d’inchiesta – quelli abituati a tuonare contro i deboli e scodinzolare di fronte a tutti i forti dei quali non sia ancora disponibile il certificato di morte – si sono ben guardati dall’approfittare.
Concludiamo questa penultima “puntata” con un accenno – solo un accenno – al “Disease Morgening” indirizzato all’infanzia e all’adolescenza ed al business collegato. Occorrerebbe scrivere libri interi per esaminare, con la pretesa di un minimo di completezza, tanti argomenti correlati: a partire da quello, sconvolgente, dell’alimentazione. Nel segnalare un altro interessante volume, del quale alcuni amici ci hanno parlato assai favorevolmente, ma che non abbiamo ancora avuto modo di leggere (Marcello Pamio, “I creatori di malattie”, Il Nuovo Mondo Edizioni, 2010), non possiamo esimerci dall’annotare il coinvolgimento di alcune case farmaceutiche anche nel settore dell’alimentazione umana. Ci riferiamo non tanto agli omogeinizzati per l’infanzia (a titolo di cronaca: molti anni fa fu soffocato a stento uno scandalo per l’impiego di carne di ratto; sterilizzata finché volete, ma sempre ratto era), quanto alla geniale trovata – attribuita ai chimici Pfitzer – di integrare il mangime per gli animali da allevamento (bovini, pollame, suini) con antibiotici, allo scopo di stimolarne la crescita. Col magnifico risultato che gli animali tendono a selezionare batteri sempre più resistenti (passando a noi quest’eredità negativa), le loro carni sono sempre più povere di vitamine, ed i bambini in particolare, data anche la contaminazione dei foraggi ad opera di aggressivi concimi chimici, ben di rado possono contare su un’alimentazione sana e genuina.
Ricollegandoci a quanto accennato all’inizio di questo paragrafo, le malattie inventate che hanno particolarmente (ma non esclusivamente) interessato i minori sono state: “l’ansia generalizzata”, “il disturbo da deficit attentivo” (ADHD), “gli attacchi di panico”. Una incredibile quantità di psicofarmaci si è riversata sui bambini, a volte anche su quelli che cominciavano appena a camminare.
Per limitarci ad esempi, il Ritalin, prescritto per vincere la timidezza…..ha fatto registrare dal 1990 un incremento dell’800% delle vendite, mentre il sonnifero Ambien, nel solo periodo tra il 2000 ed il 2004, raggiunse un aumento dell’85% delle prescrizioni nella fascia d’età tra i 10 ed i 19 anni. Lo Xanax, indicato quale rimedio per gli attacchi di panico ed il Paxil per l’ansia generalizzata, non sono certo stati da meno. La Angell scrive a questo proposito: “…la GlaxoSmithKline ha sepolto prove che il suo antidepressivo, il Paxil, top nelle vendite, è inefficace e potenzialmente dannoso per i bambini e gli adolescenti; GlaxoSmithKline fu obbligata, nel 2004, a transare sulle accuse di frode pagando 2,5 milioni di dollari”. Ma cos’erano 2,5 milioni di dollari rispetto ai 2.700 milioni di vendite annuali del Paxil? Per non fare favoritismi, l’ex direttrice del New England, scrive: “..sei anni fa quattro ricercatori, invocando il Freedom of Information Act, hanno ottenuto dalla FDA relazioni su ogni studio clinico – che prevedesse il confronto-pacebo – presentato per ottenere l’approvazione iniziale dei sei più usati farmaci antidepressivi approvati tra il 1987 e il 1999: Prozac, Paxil , Zoloft, Celexa, Serzone e Effexor. Essi hanno scoperto che, in media, l’80 per cento dei placebo hanno la stessa efficacia di questi farmaci. La differenza tra farmaco e placebo è stata così piccola che era improbabile che essa potesse rivestire un qualche significato clinico. I risultati sono stati più o meno gli stessi per tutti e sei i farmaci: tutti sono risultati egualmente inefficaci. Ma visto che sono stati pubblicati solo i risultati “favorevoli” e quelli sfavorevoli sono stati….sepolti (in questo caso, all’interno della FDA), il pubblico e la professione medica hanno ritenuto questi farmaci potenti antidepressivi”.
E questo sarebbe il meno, se l’uso di questi psicofarmaci, specie non occasionale, non portasse a danni irreversibili a livello della sfera intellettiva e neuromotoria, tenuto anche conto della dipendenza indotta negli assuntori. Una dipendenza sempre più stretta e soffocante, come si fosse tra le spire di un pitone, che porta gradualmente alla spersonalizzazione dell’individuo, proiettato in un limbo asettico di stupori silenziati, di suadenti allucinazioni, di perdita della volizione, di sterilizzazione della vita emotiva.
Chiudiamo questo nostro scritto, in attesa di concludere tra breve la “serie”, accennando ad un altro incommentabile sfruttamento dell’infanzia: la somministrazione del GH (Growth Hormon, l’ormone della crescita) per stimolare lo sviluppo fisico dei bambini. E’ bene ricordare come il valore dell’ormone della crescita risulti di regola elevato in ogni tipo di tumore e che le cellule neoplastiche bevano avidamente questa sostanza, fornite come sono di recettori del Gh in numero molto superiore a quello delle cellule sane. In poche parole, l’uso del GH, propagandato per “avere figli belli, alti, grandi e sani”, pone una serie ipoteca alla nascita di processi tumorali od al forte sviluppo di forme che, normalmente, sarebbero contrastate e vinte dalle difese naturali dell’organismo.”
Chiede Gioia: “In caso di risposta giusta, chiediamoci: chi ci guadagna? E sulla pelle di chi? ”
Da Di Bella Inieme:
“Spett.le Big Pharma, Bolgia X, Malebolge – 00000 INFERNO” – PARTE IIa
Ma quale ricerca! – Inventare malattie.
1. Ma quale ricerca!
“Le case farmaceutiche si sono trasformate in imperi commerciali capaci di vendere antidepressivi…, antidolorifici…e farmaci anticolesterolo …con gli stessi metodi utilizzati da Coca Cola o per vendere il Dash… Vendere farmaci, anziché scoprirli, è diventata l’ossessione dell’industria farmaceutica”.
Questo uno dei passi più incisivi dell’introduzione del libro della Petersen (pag. 14). Emerge, clamorosa, un’anomalia: che senso ha indirizzare una pubblicità così intensiva verso il malato? Questi viene considerato persona da curare o cliente da allettare? Appare moralmente lecita una politica simile e la parallela indifferenza delle autorità? E poi: visto che incidono fortemente sul prezzo, quanto costano al cittadino le spese promozionali delle case farmaceutiche? Sono domande che tutti dobbiamo cominciare a porci, per sapere che fiducia possiamo dare a costoro, ai loro prodotti, a coloro che li prescrivono. Inoltre occorre riflettere su un’altra stranezza, e cioè la doppia pubblicità: quella rivolta ai medici e quella al cittadino. Un assedio opprimente che negli Usa ha raggiunto livelli inimmaginabili e da noi si sta preparando a diventarlo, come facilmente ravvisabile nel recente incremento della pubblicità farmaceutica sui nostri teleschermi.
Tra il 1995 ed il 2000 gli impiegati addetti all’attività di marketing nelle aziende farmaceutiche statunitensi erano cresciuti del 59%, mentre gli addetti alla ricerca ed allo sviluppo dei farmaci erano diminuiti del 2%: i promotori avevano così raggiunto le 87.210 unità contro le 48.527 dei tecnici. Nel 2004 il boom: sono stati assunti negli Stati Uniti 101.000 informatori farmaceutici che visitano il medico portando una “pioggia di omaggi e denaro contante” (op. cit., pag. 19). E’ ovvio che dal medico ci si aspetta riconoscenza, sotto forma di prescrizione di farmaci. Questa tendenza si era fatta evidente già dal finire degli anni ’70, ma, come osservò il Dr. Steven N. Wiggins, docente di economia presso un rinomato ateneo americano, “i ricercatori avevano cominciato a perdere la loro influenza all’interno delle grandi società farmaceutiche già alla fine degli anni sessanta”.
Pierre Simon, ricercatore universitario prima, responsabile della ricerca presso la francese Sanofi poi, dichiarò allo storico della medicina David Healy: “All’inizio l’industria farmaceutica era in mano ai chimici. Ora appartiene a persone che hanno un Master in Business Administration o qualcosa del genere, gente che potrebbe dirigere allo stesso modo Renault, Volvo o qualsiasi altra società. Bisogna vedere la quantità di denaro che il settore farmaceutico spende per condurre ricerche su farmaci-fotocopia, la cui efficacia a volte è minore. Parliamo di utilizzare il 70-90% di tutto il denaro destinato alla ricerca per finalità che esulano dall’innovazione. E’ uno spreco di denaro terribile”.
Ma torniamo alla foglia di fico dei costi della ricerca. Questi sono assai contenuti – ammettendo per un istante che si intenda fare davvero ricerca scientifica – ed inferiori ai costi vivi che, comprensivi di oneri di acquisto delle materie prime, spese di produzione e confezionamento, raramente superano il 10% del totale. A questo punto è opportuno approfondire la natura del marketing e dell’attività promozionale. Cominciamo con le…quisquilie. Gli esponenti della Tap Pharmaceutical Products – si tratta solo di un esempio emblematico di costumi più sistematici che diffusi – facevano omaggio di televisori, videoregistratori e biglietti per spettacoli a Broadway ai medici che prescrivevano una loro specialità. Se un medico doveva trasferire il proprio studio, ecco arrivare con fulminea tempestività i rappresentanti della ditta con un assegno rotondo; se voleva incrementare le proprie entrate, non mancava l’affettuosa offerta di consulenza gratuita, fornita da esperti che ordinariamente chiedevano onorari anche di 25.000 dollari.
La tolleranza di pratiche di dubbia correttezza e legalità ha poi portato alla mancanza di quel minimo di ipocrita decenza che solitamente costituisce il belletto dei disonesti di marca. Ci riferiamo a molti congressi scientifici (sic), che assomigliano molto di più a fiere e saghe paesane che a convegni: poco ci manca che, aggirandosi per le sedi di questi coacervi di intellighenzia scientifica, non si venga avvolti dall’acre fumo di porchetta rosolata o dal dolciastro aroma dei fusi di zucchero filato, mentre concionatori dalla lingua sciolta magnificano le virtù dell’ultima padella antiaderente o di un avveniristico sbucciapatate. E non si tratta certo di cose nuove. Già all’inizio degli anni cinquanta un docente universitario, amico del Prof. Luigi Di Bella, riferendosi all’ambiente osservato in un congresso, gli scriveva sdegnato: “….Le case farmaceutiche premono per esporre le loro bancarelle”.
Ma, bancarelle a parte, migliaia di medici e papaveri accademici, un volta salvate le convenienze con fugaci apparizioni nelle sedi congressuali, di giorno si crogiolano al sole di scientificissime spiagge tropicali, dedicandosi col vespro all’estatica degustazione di ostriche fresche e rosee aragoste innaffiate da champagne francese d’annata; per ritemprare infine le esauste mandibole riposando, da soli o con accompagnatrici congressuali, in magnifiche suite di alberghi a cinque stelle, totalmente spesati dal grande cuore e dall’ancor più capace portafogli degli industriali farmaceutici. Questa è prassi corrente, non episodica forzosamente generalizzata. Avete qualche perplessità o dubbio? Dirimiamoli insieme affidandoci ad uno degli innumerevoli episodi a suffragio, preso a caso.
Miami Beach, 2004: si tiene un convegno formativo di dermatologia. I partecipanti possono godere il panorama marino dalle finestre di un lussuoso hotel che si affaccia sulla South Beach. Il depliant consegnato ai congressisti-bagnanti recita:
“Per cominciare, avrete l’occasione di farvi fotografare insieme a numerosi pappagalli esotici. Nel corso del ricevimento, un illusionista girerà tra la folla, sorprendendo gli invitati con i suoi trucchi strabilianti, mentre un gruppo di acrobati vi lascerà senza fiato con uno spettacolo assolutamente incredibile! Potrete servirvi ad un ricco buffet con cibo e cocktail locali, da gustare sulle note di una tipica orchestra da spiaggia e delle sue canzoni. Naturalmente, la pista da ballo è a vostra disposizione”.
Si riempirebbero più libri che pagine di esempi sconfortanti e – si badi bene – non tratti da semplici indiscrezioni o testimonianze sporadiche, ma da documenti di rango assoluto. Nel corso di lavori di una apposita commissione al Senato americano furono verbalizzati episodi vergognosi e generalizzati. Basti quello costituito dall’operato della “American Home Products”, una grossa casa farmaceutica del New Jersey, che da poco aveva ottenuto l’approvazione di un suo prodotto, l’Inderal LA, versione fotocopiata di un farmaco ideato vent’anni prima. I medici che prescrivevano l’Inderal a cinquanta pazienti, compilavano un modulino fornito loro dalla American H.P. ed ottenevano subito un volo gratuito della American Airlines per qualsiasi città del paese. La Roche, per non esser da meno, offriva 1.200$ ai medici che prescrivevano il Rocephin ad almeno 20 pazienti, mentre la Sandoz spediva assegni da 100$ a qualunque medico accettasse semplicemente di leggere un articolo di un paio di pagine dove si magnificavano i risultati di un proprio farmaco per la cura della psoriasi (risultato poi inefficace ed estremamente tossico).
I rapporti con emittenti tv e la stampa risultano descritti nei verbali di un’apposita commissione, presieduta dal senatore Kennedy. Per dribblare i pur platonici controlli della FDA, le case farmaceutiche fornivano alle televisioni filmati per promuovere i loro prodotti, abilmente presentati come fossero stati realizzati dai giornalisti delle emittenti. Lasciamo la parola alla Petersen: “negli spezzoni dei filmati comparivano spesso medici dalla parlantina forbita, pazienti riconoscenti e grafici complessi elaborati a computer. I copioni distribuiti insieme ai filmati contenevano suggerimenti destinati ai giornalisti di studio su come presentare la notizia, quali domande porre e come concludere il servizio per farlo apparire come un fatto vero”.
Aggiungiamo che noi italiani – oggi ridotti a mimi/imitatori dei costumi stranieri – ci apprestiamo ad adottare questo “stile” pubblicitario, che sta infettando anche altre categorie di produttori. Cominciano quindi ad affacciarsi yoghurt che diminuiscono del 43% (non un 40 o 45%…) la stipsi, o colluttori che in un mese riducono del 31% (assai più incisivo di un prosaico 30%) la carie, e così via. Hanno imparato come far cantare la stonata sirena delle statistiche che, per cifre spezzate, appaiono molto più “scientifiche”, frutto di meticolosissime indagini: più o meno sulla falsariga di quelle delle virtuali guarigioni dal cancro.
Non siamo giunti comunque al vero cuore del problema. Fin qui abbiamo passato in rassegna esempi di malcostume, scorrettezza, assenza di etica professionale: che ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. La gravità inaudita, eversiva, riguarda questa “Grande Piovra” che allunga i suoi viscidi tentacoli dovunque, obnubila con la nuvola nera del suo secreto, avvelena, corrompe, dissolve ogni argine eretto a difesa della salute e della civiltà. Non esagerazione maniacale, ma palese e concreta evidenza originano queste righe.
Marcia Angell: “Un recente sondaggio ha rilevato che circa i due terzi dei centri medici accademici hanno rilevanti partecipazioni nelle aziende che sponsorizzano la ricerca all’interno della stessa istituzione. Una inchiesta sul settore universitario medico ha scoperto che i due terzi dei cattedratici dovevano il loro incarico alle aziende farmaceutiche e che i tre quinti avevano ricevuto da queste incarichi personali”.
M. Petersen: “”La tragedia non sta nei medicinali, ma nel marketing e nel potere senza precedenti che queste società attualmente detengono sulla pratica medica”.
R. Moynihan: “le case farmaceutiche hanno generosamente sovvenzionato..ospedali, università, scuole di medicina, associazioni mediche, agenzie governative e praticamente qualunque organizzazione desiderassero avere a fianco”.
E, come non bastasse: “Dato che le aziende farmaceutiche pretendono, come condizione per erogare un finanziamento, di essere capillarmente coinvolte in tutti gli aspetti della ricerca che sponsorizzano, è facile per loro introdurre falsificazioni dirette a far apparire i loro farmaci migliori e più sicuri di quel che sono. Prima del 1980 veniva data ai ricercatori universitari una totale autonomia nella conduzione dei lavori, ma ora le case farmaceutiche impiegano spesso i loro dipendenti ed i loro agenti nel progettare gli studi, eseguire i test, scrivere i lavori, e decidere se e in quale forma pubblicare i risultati. Talvolta le facoltà mediche procurano ricercatori che sono poco più che manovali, per cui l’arruolamento di pazienti e la raccolta dei dati seguono le direttive dell’azienda. In considerazione di un controllo simile e dei conflitti di interesse che permeano la ricerca, non c’è da meravigliarsi che i risultati negativi degli studi sponsorizzati dalle case farmaceutiche (e pubblicati su riviste scientifiche a loro tornaconto), non vengano in gran parte resi noti, mentre la pubblicazione di quelli positivi venga riproposta in altri lavori appena variati nella forma; oppure che quelli negativi vengano presentati come positivi.
Per fare un esempio, un controllo su 74 studi clinici relativi ad antidepressivi, ha svelato che 37 su 38 risultati positivi siano stati pubblicati, ma 36 dei 37 negativi o sono stati occultati o pubblicati spacciandoli per positivi. Non è poi raro che un documento pubblicato focalizzi l’attenzione sull’effetto secondario che sembra più favorevole”.
Il sunto drammatico della situazione può rintracciarsi nel discorso di apertura tenuto dal Dr. Erling Refsum, esponente della Nomura International, nel corso del quale egli disse fra l’altro: “Le grandi case farmaceutiche si fondano ormai sulla finanza. Ciò che fanno non ha nulla a che spartire con la ricerca, ma ruota intorno al calcolo degli utili per azioni ed alla soddisfazione delle aspettative degli azionisti. Scoprire nuovi farmaci non interessa a queste società, perché per loro ciò che stanno realmente vendendo non ha la minima rilevanza. L’importante è guadagnare” (Life Sciences, Università del Michigan, 8 febbraio 2002.
Il video del discorso è disponibile su: http://www.zli.bus.umich.edu
/events_programs/featured_event.asp).
Ancor più esplicito il lapidario responso rilasciato nel corso di un’intervista del 2003 da Alex Hittle, analista di A.G. Edwards: “Circola una battuta secondo cui si rischiano due possibili disastri, quando si fanno dei test clinici. Il primo è uccidere le persone, il secondo guarirle” (International Herald Tribune, 1 marzo 2003).
Eccovi presentata la tanto reclamizzata e dogmatizzata E.B.M. (Evidence-Based Medicine). Le ovvie, incontestabili conclusioni di questa esasperata ed esasperante colonizzazione le trarremo nella chiusura di questo scritto, avvilita ceralacca che suggella una disamina mai condotta dai mezzi di informazione, specie nostrani, senza giri di parole, distrazioni e lacune omertose.
Conclusione: poiché sul prezzo del farmaco incidono marginalmente i costi vivi, in misura prevalente quelli di marketing e penetrazione in ogni tessuto sociale ed istituzionale, noi contribuenti siamo forzatamente costretti a pagare il sovvenzionamento della corruzione!!! Come osserva la Petersen, “mentre i pazienti si ritrovano con le tasche vuote, i produttori di farmaci nuotano nell’oro”.
2. Inventare malattie.
“Persino ai cani viene somministrato il Prozac se abbaiano troppo alla luna”. Come prologo non ci sembra male. Ma, psicofarmaci a parte, potremo constatare come non vi sia funzione dell’organismo o parte del corpo sulle quali non si sia sbizzarrita la rapace fantasia dei mercanti di pillole. Fantasia, a dire il vero, bolsa e un po’ muffita, dato che noi italiani, meno ingenuotti e più smaliziati degli americani, tendiamo – se stiamo bene – a sorriderne, condendo l’ilarità con qualche salace battutaccia toscaneggiante. Il guaio è che quando si accusa qualche problema di salute, sopra- o sottovalutato che sia, il senso critico (e quello dell’umorismo) di qualsiasi persona si appanna e rende tutti potenziali prede di queste poiane che planano su di noi, lente e pazienti – sapete – pronte a focalizzare il primo segno di malessere, la prima smorfia che ci storce la bocca e scendere in picchiata sulla nostra salute ed il nostro portafogli.
Dato che l’assurdità (ed a volte la ridicolaggine) di certa neo-diagnostica è difficile da camuffare, si ricorre ad uno stratagemma di sicura presa, efficace quando certe magniloquenti nomenclature fanno cilecca: gli acronimi.
Papale papale, ecco l’opinione della Petersen: “Per inventare nuove malattie o ingigantire le preesistenti, le aziende affibbiano loro denominazioni altisonanti attraverso acronimi”. Se poi questi sono desunti dall’ammericano…meglio ancora. Sa di arcano, sa di importante, sa di vero…. Se un sempliciotto ascolta un critico d’arte (altro velo pietoso) magnificare una crosta sfregiata da segni inconcludenti – una di quelle solenni porcherie a caro prezzo che deturpano pareti di case e di gallerie “d’arte contemporanea” (e che uno scimpanzè riuscirebbe a dipingere probabilmente meglio,…pardon..,meno peggio del “divino”) – tra un parolone e l’altro si convincerà di chissà quali criptici valori celati nel brutalizzato rettangolo di tela. Ammetterete che analoghe sciocchezze recitate da qualche ieratico personaggio dal camice bianco immacolato ed appena stirato, bene impomatato e pettinato da abili truccatori, che spari disinvolto tutta una serie di neopatologie con impeccabile pronuncia, ha buone probabilità di far presa sul pubblico più ingenuo: quasi intimorito perfino all’impulso di chiedersi “ma che è ‘sta roba?”.
Cercate quindi di rimanere seri e iniziamo il carosello.
Nel 2003 Vince Parry, esperto di marchi farmaceutici, scrisse su una rivista scientifica che la capacità di creare nuove malattie aveva toccato “..livelli di sofisticazione mai raggiunti prima”. Non si tratta infatti di un disegno inedito, ma solo di un’esasperazione di tendenze manifestatesi agli albori dell’industrialismo farmaceutico.
= L’alitosi. Alias: alito cattivo eretto a condizione patologica. Siamo agli inizi degli anni venti, quando il colosso farmaceutico Warner-Lambert fa questa pensata per aumentare le vendite di un proprio farmaco, ovviamente inefficace a risolvere un problema che, una volta curata l’igiene dentale oppure rinunciando a strapazzare il proprio fegato, magari sparirebbe: il Listerine. Risultato: la Warner riesce a vendere un quantitativo di Listerine 40 volte superiore a quello ante alitosi! Fu creato anche uno slogan, emblematico del tempo, che evidentemente fece presa soprattutto sulle donne americane:”Messaggio per 5 milioni di donne in cerca di marito: com’è il vostro alito oggi?”. Un semplice esempio, ma valido per completare, anche storicamente, questa rassegna. Ma ora proseguiamo con l’attualità.
= GERD. Siete curiosi di sapere di che diavolo si tratti? E’ l’acronimo di “sindrome gastro-esofagea da reflusso”. Detta così, una cosa importante. Tolti gli orpelli si riduce al bruciore di stomaco. Ma dire “sono affetto da sindrome gastro-esofagea da reflusso” è tutt’altra cosa del plebeo “ho bruciore di stomaco”. E caspita, c’è di mezzo l’autorevolezza del malato! Ed il problema, che un coscienzioso medico di famiglia risolverebbe con un opportuno regime dietetico e un po’ di bicarbonato, si trasforma in un caso da indagare con carrettate di analisi, -scopìe varie, indagini di ogni genere. Inutili, quando non potenzialmente dannose, e costose: per le casse dello Stato, la collettività ed il paziente dal ruttino allo zolfo. Ma remunerative per altri.
Autori ben più autorevoli di noi la pensano alla stessa maniera: “…pillole, iniezioni o interventi chirurgici possono anche provocare più danni della malattia stessa. Persino gli esami..con aghi, endoscopie, TAC e radiazioni possono danneggiare la salute”. E’ mai ammissibile la frequenza con la quale vengono effettuate, in particolare, colonscopie, rettoscopie, gastroscopie, per giunta con immotivate, frequenti (e pericolose) biopsie? Ma la semeiotica e l’esame obiettivo, dove sono finiti? Per decenza, evitiamo di rivelarlo.
Torniamo ora alla genesi dello “Gerd”. Sigla che si deve ad un ragioniere. Inutile strabuzzare gli occhi: è così. Paul Girolami era entrato in Glaxo come contabile ed aveva fatto carriera, divenendo direttore nel 1980. All’uscita dello “Zantac”, prodotto antiulcera assai noto e diffuso, Girolami considerò che gli americani sono appassionati consumatori di pizza (la loro pizza…s’intende), patatine fritte, hot dog, pollo fritto, porcherie assortite ed altri cibi spacca-stomaco: di conseguenza, trasformare i bruciori e l’acidità di stomaco in una malattia acuta e cronica e presentare un farmaco come specificamente studiato per curare il “Gastroesophageal Reflux Desease” poteva riempire d’oro la Glaxo. Una ricerca statistica, commissionata alla società Gallup, rivelò che il 44% della popolazione statunitense accusava ogni mese bruciori di stomaco: senza perdere tempo, balzellon-balzelloni, venne varata una campagna pubblicitaria titolata “Bruciori di stomaco in tutta l’America”!
Girolami non amava fare le cose a metà, per cui la Glaxo assoldò l’attrice Nancy Walker perché raccontasse che dopo inenarrabili peripezie causate dai suoi riflussi acidi aveva risolto il problema con lo Zantac. I dirigenti Glaxo fecero anche di più: crearono “L’Institute for Digestive Health”, allo scopo di incapsulare le fregole commerciali sotto il manto di un’istituzione presentata quale autorevole ed autonomo ente accademico-scientifico. Ai margini di questa offensiva, supportata da risorse evocanti la campagna di Guadalcanal, una talea del Gerd. Uno degli accademici pagati da Glaxo, Donald O. Castell, primario di gastroenterologia, raccontò nel 1989 al New York Times che la casa farmaceutica gli aveva dato 15.000 $ per condurre uno studio: val la pena approfondire. Lo “studio” consisteva nel reclutare una dozzina di podisti, far mangiare loro cornflakes, latte, una banana e succo d’arancia, seguìti da una compressa di Zantac, e mandarli a correre. Ebbene, il farmaco somministrato preventivamente scongiurava il…”riflusso del corridore”, neopatologia marcata anch’essa Glaxo. La sensazionale notizia venne diffusa in tutto il mondo grazie ad un’agenzia ingaggiata allo scopo, la Ketchum Communications.
Glaxo divenne la più grossa casa farmaceutica britannica, la regina Elisabetta nominò baronetto Girolami, e la stessa Glaxo, grata e commossa, commissionò una statua in bronzo (tutta in bronzo, non solo il viso) ad uno scultore di fama: l’effigie di “Sir Paul Girolami” troneggia oggi nel quartier generale della società. Sic transit gloria mundi.
= DE. Un acronimo di due lettere risulta particolarmente incisivo. Andiamo allo sviluppo: “Disfunzione Erettile!” Un problema fisiologico per uomini di una certa età, patologico se si manifesta precocemente. Le cause – si sa – possono essere tante e, come bisognerebbe fare sempre prima di azzardarsi a prescrivere qualsiasi farmaco, occorrerebbe decifrarle con precisione, senza limitarsi alla pur imbarazzante sintomatologia. Ma di solito ci si accontenta di qualche rapida descrizione, fatta ad occhi bassi, per diagnosticare una “DE” e, seguendo diligentemente le linee-guida, prescrivere il farmaco block-buster (campione d’incassi) a ciò deputato. Ci occuperemo più avanti di questa categoria di prodotti e del loro retroterra economico.
= PMMD. Qui voliamo verso l’empireo: siamo di fronte alla “sindrome premestruale”. Che è? Tutte le donne (ed i loro partners), sanno bene come i disturbi che precedono ed accompagnano il flusso mestruale, dal menarca alla menopausa, siano antipatici, alterino l’umore ed incrementino l’irritabilità. E’ un fenomeno fisiologico, prima ancora che psicologico, le cui cause sono state individuate da tempo e dovrebbero essere conosciute da qualsiasi studente di medicina. Ma la fisiologia è nemica del profitto delle vendite: tale considerazione ha portato (anche) a coniare il PMMD.
Già negli anni sessanta si era iniziato a parlare di SPM (Sindrome Premestruale), volendo riunire una serie di sintomatologie psicologiche e fisiche (tra le quali la ritenzione idrica) che accomunavano molte donne, senza volerne forzare l’accezione in una patologia per la quale sfornare appositi medicinali. Si era affacciata, a dire la verità, una siglatura di barocca insulsaggine (LLPDD: disturbo disforico della tarda fase luteinica), ma, al di là dell’offrire a medici di deprimente mediocrità un escamotage terminologico per apparire autorevoli e colti, non si era andati.
All’inizio del 2000, una campagna di quelle che vengono definite “informative” mise in allarme milioni di donne nei confronti del “disturbo disforico premestruale”. I media abboccarono o accettarono di abboccare alla immissione sul mercato del Prozac in confezione civettuola, frou-frou, con capsule rosa e lavanda ed il nome d’arte di Sarafem: specialità presentata quale cura per questa nuova malattia. Al solo scopo di favorire la divulgazione scientifica… la direzione marketing della Ely Lilly commissionò anche spot televisivi a società pubblicitarie esperte nel lancio di marche di caffè, elettrodomestici, autovetture, cellulari. Volete un saggio? Uno di questi spot riprende una donna, in evidente stato di nervosismo, che tenta di liberare il carrello della spesa dal groviglio degli altri. A questo punto interviene una voce fuori campo: “pensi che siano semplici sbalzi di umore dovuti al ciclo? Potrebbe trattarsi del disturbo disforico premestruale”.
R. Moynihan e A. Cassels scavano più a fondo sulle motivazioni che portarono alla PMMD. La verità è che a fine ’98 stava per scadere il brevetto della fluoxetina (principio attivo del Prozac), con la inevitabile comparsa di “generici” meno costosi. La Lilly organizzò quindi una “roundtable” a Washington, presenti anche esponenti della FDA, e partì l’offensiva sopra evocata.
Noi europei, forse perché nei secoli ne abbiamo viste di tutti i colori, siamo meno sensibili a queste cretinate, ed a volte le istituzioni sanitarie del vecchio continente ne tengono conto. Nel dicembre 2003 gli organi di vigilanza europei inibirono alla Lilly il prosieguo della commercializzazione del Prozac per i disturbi premestruali, dichiarando che si trattava di una “patologia non ben definita”. Semel in anno licet sanire.
= FSD. La disfunzione sessuale femminile (Female Sexual Disfunction). Non chiedeteci lumi sulla nozione di Fsd: mai precisamente definita. Quest’ennesima conquista scientifica non fu frutto di una singola casa farmaceutica. Forse la forzatura apparve tanto grossa da consigliare di adibire a levatrice della bufala un convegno internazionale. Come, d’altronde, si era fatto per il DE visto prima. Tecnica già collaudata: un sondaggio (?) stabilisce che il 46% delle donne ne soffre. Nella Blue Room del Palais des Congrès di Parigi, il 30 giugno 2003, nell’ambito di un sontuoso Congresso Internazionale sulle disfunzioni sessuali, si accese un dibattito sull’argomento, sponsorizzato dalla Pfitzer con “una borsa di studio senza limitazioni”. Siccome non tutti sono disposti a recitare la parte del giullare ed alcuni congressisti ritenevano che la misura fosse ormai colma, alcuni partecipanti respinsero la sola idea “….che esistesse una malattia con questo nome e stavano conducendo una campagna per smascherare il ruolo che secondo loro le case farmaceutiche avevano nella sua invenzione” (Moyhnian e Cassels, “Farmaci che ammalano”, pag. 227-228).
Singolarità: il moderatore del dibattito e due oratori schierati a difesa dell’esistenza e plausibilità della FSD avevano lavorato come consulenti esterni della Pfitzer. In un successivo congresso a Boston, la precisissima e puntigliosa percentuale del 46% si trasformò in una forbice possibilista “tra il 20 ed il 50%”, e fu sancito che la nuova definizione dovesse essere adottata negli ambienti medici e psichiatrici. Casuale…la sponsorizzazione del congresso da parte di 8 case farmaceutiche ed il fatto che 18 dei 19 sostenitori della FSD avessero “legami finanziari o di altro tipo con un totale di 22 società” (op. cit. pag. 235). L’anno dopo, altro congresso a Boston, sempre sullo stesso tema. Qui un controllo tanto al braccio (alzata di mano quale risposta alla precisa domanda) rivelò che la metà dei partecipanti era aggiogata all’industria farmaceutica.
Evitiamo di citare i numerosissimi congressi organizzati in ogni dove picchiando sempre sullo stesso tasto, alcuni dei quali – abbandonata la sagrestana prudenza – nella stessa sede della Fondazione Pfitzer, e l’arruolamento di ausiliarii di ogni genere: sociologi, opinionisti, luminari al neon, giornalisti ed associazioni di femministe furibonde nei confronti degli uomini e del mondo intero.
Il mercato sarebbe (ed in parte è) di enorme appetibilità: cerotti al testosterone, farmaci a base di estrogeni (efficacissimi fattori cancerofili: quindi fonti di potenziale, ulteriore, successivo business oncologico), psicofarmaci. Ed ovviamente non può mancare il micro business (micro rispetto alle vendite di farmaci) costituito dall’onorario di ginecologi, psicologi, psicanalisti e para-psico-parassiti vari. Lapidariamente qualcuno ha riassunto in poche righe il succo del discorso: “le società farmaceutiche stanno cercando nuove malattie, in base ad ampie analisi delle opportunità di mercato non sfruttate, già riconosciute oggi o promosse come tali domani. Gli anni venturi assisteranno in misura crescente alla creazione di malattie sponsorizzate dalle società farmaceutiche” (New England Journal of Medicine, vol. 346, pp. 524-6). L’invito più saggio ci sembra quello di Jean Endicott, intervistato da Ray Moynihan: “Non fatevi ingannare dal marketing sovvenzionato dalle case farmaceutiche camuffato da scienza o da informazione”. In conclusione: il business continua florido anzi che no, ma il concetto di FSD ha fatto flop.
= L’iperattività vescicale. Molti lettori non avranno mancato di osservare come la proliferazione di queste corbellerie è dovuta all’inescusabile complicità di parte della classe medica, a sua volta particolarmente favorita, oltre che dal sensuale fruscio delle banconote, da una rigogliosa ignoranza. La corbelleria di turno viene ideata dal colosso farmaceutico “Pharmacia” e sostenuta da una forsennata campagna promozionale senza scrupoli. Già nel 1998 i telegiornali avvisano che c’era una nuova epidemia che colpiva un americano su quattro: “misteriosamente, i servizi iniziarono a susseguirsi sui media poche settimane prima che nelle farmacie arrivasse un nuovo farmaco per questa malattia, una compressa bianca chiamata Detrol” (op. cit. pag. 27). Il bello è che cinque anni dopo il presidente di Pharmacia, Neil Wolf, intervenendo al Pharmaceutical Marketing Global Summit (titolo che è già un programma), si sarebbe vantato di questa truffa, gonfiandosi d’orgoglio come un tacchino. La prima slide proiettata recava il titolo dell’intervento: “Posizionare il Detrol – creare una malattia”. Affermò quindi: “volevamo che la gente leggesse qualcosa sul Reader’s Digest e andasse dal medico dicendo: ho questo problema”.
Da quale sfrido cerebrale nasce “l’iperattività vescicale”? La genesi è nella bava; bava monetaria che cola dalle fauci, visto che gli industriali farmaceutici sembrano tutti affetti da quel prognatismo che caratterizza bulldog e cani mastinoidi. Ricostruiamo il percorso logico-filosofico della pipì-syndrome. L’incontinenza è un problema numericamente limitato e prevalente in una fascia alta d’età. Il che significa minor numero di potenziali acquirenti; il che significa meno vendite e utili. Una rapida stima porta a considerare che l’incontinenza viene curata con farmaci di basso prezzo e frutta appena 40 milioni di dollari l’anno, cifra per morti di fame e squalificante per un’azienda farmaceutica di grosse dimensioni. Allora una lampadina si accende, abbagliante, sulla cervice di Wolf. Bisogna vendere il Detrol a venti milioni di americani, convincendoli che il bisogno naturale di fare pipì è fastidioso, sgradevole, innaturale. In una parola: è una malattia. Tutti coloro che sentono il bisogno di mingere 9-10 volte al giorno sono costretti – disse Wolf – ad adottare comportamenti definibili “mappatura della toilette”, “evacuazione preventiva”. Ecco, tenera, premurosa, materna, che Pharmacia arriva a liberare i neomalati dalla schiavitù della pipì.
Approfittiamo di questo episodio di “U.M.” (Uric-Marketing: ci si vuol negare il diritto di coniare anche noi acronimi?) per fare luce sulle strategie ormai consolidate nel breviario-manuale farmaceutico. Nel “Pharmaceutical Marketing Congress” del 2002, Eric Pauwels, dirigente della Bayer, moderò una discussione sulle “Strategie di marketing precedenti al lancio del prodotto”. I congressisti si trovarono d’accordo sul fatto che era indispensabile “…arruolare i dottori con ampio anticipo di mesi, se non anni prima della presunta data di approvazione del farmaco stesso”. Pauwels osservò: “quante volte, alla vigilia del lancio di un medicinale, abbiamo dovuto trovare qualcuno che ne parlasse?”. Si convenne da parte di tutti che non era necessario né conveniente ricorrere a grossi nomi, ma, anzi, risultava preferibile trovare una rosa di medici “…disponibili ad affermare che il prodotto X era migliore del prodotto Y”: si sarebbe pensato poi a “costruire la loro reputazione all’interno della comunità scientifica” e farne dei novelli luminari.
Insomma, trasfigurando questa realtà nella nota favola oraziana, si fanno diventare topi di città i topi di campagna. E si risparmia pure, perché i servitorelli di provincia costano molto meno dei grandi servi in livrea dei capoluoghi. Nessuna preoccupazione se, col tempo, i primi sprimacceranno i loro magnanimi lombi sugli scranni accademici: sono dei soli, ma soli compromessi, che possono quindi tramontare con la stessa velocità con la quale sono sorti. Per inciso, il lettore è così in grado di comprendere come personaggi ossessivamente chiamati in ballo da testate giornalistiche o ripresi dalle telecamere lascino in struggente incertezza. Incertezza che deriva dal loro aspetto e che è tutta questione di numeri: sì, il numero degli anni di carcere ai quali vien spontaneo pensare siano stati condannati. Questi astri di etica e cultura medica vengono definiti (e ci scappa un altro acronimo) KOL: Key Opinion Leaders, leaders di pensiero scientifico. Tenetelo bene a mente: KOL! Ma tiremm innanz.
Pharmacia individua senza difficoltà un nutrito drappello di medici disponibili, li arruola e li fa partecipare a due simposi tenutisi a Londra nel 1997 e nel 1999, pagando anche per ottenere la pubblicazione sulla diffusa rivista “Urology” degli atti congressuali. La ditta “..copriva la maggior parte, se non la totalità, delle spese dei simposi londinesi e pagava anche i medici che vi si presenziavano…..altri vennero pagati per eseguire test clinici o scrivere articoli per le riviste mediche” (op. cit. pag. 43). Il primo supplemento di Urology del dicembre 1997 riportava 30 articoli, per la maggior parte scritti dagli arruolati della società. C’è da chiedersi come mai una rivista scientifica rinomata e diffusa si sia prestata a queste mistificazioni. La triste realtà è che sono poche quelle davvero autonome e indipendenti (in misura più o meno parziale), molte quelle partecipate da multinazionali del farmaco o da loro collegate. Gli esempi di British Medical Journal o del New England Journal of Medicine sono purtroppo assai circoscritti.
Parleremo prossimamente del prezzo che avrebbero pagato gli incauti consumatori di Detrol per (non) liberarsi da questo asservimento. Ricordando una celebre battuta fantozziana a proposito della “Corazzata Potëmkin”, verrebbe da definire tale operato una “pis…ta pazzesca”.
= IBS. Sindrome da intestino irritabile (Irritable Bowel Syndrome). Inutile dire che anche questa chicca, con la quale concludiamo la presente rassegna (non esaustiva, ma solo rappresentativa), nasce da una rozza prospettiva mercantile. E’ chiaro che si tratta di mistificazione. Che non sarebbe mai passata ai tempi della grande medicina: quella di Murri, Albertoni, Lussana, Moscati, Cardarelli, Frugoni, Campanacci. Quando l’ammalato si visitava non soltanto, ma prima di tutto, con dita, occhi, orecchi; i sintomi erano considerati segni di malattie, non malattie; la mente del medico elaborava, cucendo formule chimiche con nozioni di fisiologia, biologia, biofisica; e la prescrizione nasceva da un profondo processo di logica e cultura applicata, non dal seguito servile e rinunciatario di “linee guida”. Chi avesse parlato ad uno qualsiasi dei (veri) luminari citati di IBS, DE, FSD, sarebbe stato preso a calci nel sedere o afferrato per la collottola e trascinato all’uscita.
Anche qui il solito, stanco copione. Si considera che molte persone soffrono di dolori di stomaco, diarrea o problemi di stipsi, e si rilegano questi sintomi in una nuova patologia. Una specie di natura morta, avvolta da una nebbia simbolistica alla De Chirico, dove si mettono insieme oggetti d’uso domestico, frutti, verdure ed un manichino col capo reclinato. Basta trovare una bella cornice, mettere un paio di firme nell’angolo destro, ed ecco pronta una nuova patologia. Inquietante (non inedito) lo strumento di lancio dei farmaci già pronti: un articolo di Lancet, pubblicato a Londra alcuni mesi prima del varo della nuova Potëmkin. Inutile frugare sui legami dei redattori dell’articolo e la Glaxo: “in ambito medico un articolo positivo su The Lancet vale oro, e pertanto questa fu un’ottima notizia per GSK (GlaxoSmithKline), l’azienda produttrice del farmaco” (op. cit. pag. 206). La febbre dell’oro porta a considerare che il farmaco (Lotronex) può valere miliardi di dollari, e quindi occorre tirare fuori dal cilindro il solito peluche delle statistiche: la IBS colpisce nientemeno che una persona su cinque, che, in soldoni, significa 45 milioni di pazienti negli States.
La meraviglia – ci si perdoni l’intromissione – è che, considerando i milioni di americani che soffrono di acidità, problemi vescicali, sessuali, psicologici, digestivi, motori eccetera, si arriva alla considerazione che su 300 milioni di abitanti ci sono almeno un miliardo e mezzo di malati. E poi uno non deve credere nei miracoli della scienza!
L’unica quisquilia o pinzillacchera che dir si voglia è che il farmaco provoca, in non pochi casi, costipazione acuta e tenace, nonché la cosiddetta “colite ischemica”. Le feci si trasformano in sassi appuntiti che perforano le pareti dell’intestino, con conseguenti emorragie e setticemie non di rado letali. Gli incredibili tira-e-molla tra GSK ed alleati “cavalieri mascherati”, esponenti comprati della FDA, altri fuori mercato, il solito rompiscatole del BMJ (British Medical Journal), comitati di pazienti in realtà manichini Glaxo, li tratteremo più avanti, quando parleremo dell’opinabilissima autorevolezza e indipendenza dell’istituzione governativa americana. Il farmaco viene sospeso, poi riammesso, poi nuovamente criticato, riassolto….; una lunga saga, accompagnata da resipiscenze di Lancet, pur tardive, e dall’entrata in campo, in questa cagnara accompagnata da morsi e latrati, della Novartis col suo “Zelnorm”. A dimostrare come costipazioni iatrogene, perforazioni intestinali, emorragie e morti non siano considerate che bazzecole, la concorrente della GSK giura sull’esistenza innegabile della IBS, lanciando uno spot: “Fastidi o dolori addominali? Gonfiori? Stitichezza? E’ ora di parlare con il tuo medico dell’IBS” (pubblicità Novartis del 2002).
E’ appena il caso di notare come questo mazzo di sintomi possono dipendere (e dipendono) da cause estremamente varie e spesso assai lontane. E’ semplicemente inaudito ed oscurantista (qualche severo censore direbbe criminale) mettere insieme sintomi che discendono da patologie diverse o da temporanee disfunzioni e farne una malattia. Si può trattare di ingrossamento del fegato, colite, abuso di antibiotici, alterazioni della flora batterica intestinale, fermentazioni del periodo estivo, virosi intestinali, abitudini alimentari errate, stili di vita pregiudizievoli, e via dicendo. Il più delle volte basterebbe mettersi a dieta, assumere disinfettanti intestinali, fermenti lattici, farmaci per aiutare la decongestione epatica, vitamine. Come al solito, prevale la meccanica ed acefala connessione sintomo-diagnosi, pseudodiagnosi-linea guida, linea guida-farmaci, farmaci-soldi. E la qualità della vita del singolo, già compromessa da alimenti carenti di sali, vitamine o da ritmi di vita errati ed imposti, peggiora, invece di migliorare, con l’assunzione di farmaci impropri e magari dannosi, ma che producono utili diretti ed utili indiretti: questi ultimi quando il malcapitato – come prassi frequente – sarà costretto ad assumere altri farmaci per combattere le “malattie” provocate da quelli consigliatigli. In un’autogerminazione di irrazionalità e disonestà che a volte ha fine solo con la morte del sano diventato malato. E poi dicono che il moto perpetuo non esiste!
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Il lettore che ci ha fin qui seguiti pazientemente, potrebbe, pur continuando a leggere con interesse, bofonchiare all’indirizzo del redattore di queste righe: “e va bè, abbiamo capito che si inventano le malattie per farci soldi. Ma bastava qualche esempio. Cosa vuoi fare, un’antologia minuziosa delle malattie inventate?”. Caro lettore, ti preghiamo di continuare a seguirci con pazienza, perché il bello (cioè il brutto) deve ancora venire. Nel senso che non abbiamo affrontato questi argomenti con lo spirito di un giornalista superficiale, che si frega le mani al pensiero di sbalordire e meravigliare, magari caricando i termini e colorando la realtà.
Dietro quanto abbiamo esposto c’è – cosa più importante di ogni altra – la salute e la vita nostra e dei nostri cari, certo; ma c’è il punto chiave, anzi, la chiave stessa che apre un portone sigillato in ogni modo, spalancato il quale si presenta devastante, raccapricciante, evidente il DISASTRO multiforme della nostra epoca. C’è la dimostrazione indiscutibile dell’asservimento dell’uomo a clan spuntati rigogliosi, soprattutto negli ultimi decenni, veri “Fleurs du Mal” della nostra contemporaneità; c’è la osannata, propagandata e surrettiziamente imposta filosofia che ripete con cadenza ossessiva come slogan i pur sacri vocaboli “libertà e democrazia” per celare il lezzo di una decomposizione morale, ma anche intellettuale, MAI registratasi nella storia dell’umanità. Una decomposizione che ormai non ha confini, ti entra dalla porta di casa, ti porta via i figli, ti sottrae la possibilità di capire e giudicare, trasformandoti da uomo in ingranaggio, da individuo a numero di serie, da uomo in animale ad impulsi programmati.
Gli autori che abbiamo citato, ed altri ancora, pur meritevoli di gratitudine e stima, ci sembra non colgano l’aspetto di gran lunga più importante di questa disamina: la base di questo malcostume, la ragione, la vera causa; e quindi i possibili rimedi. Qui, in poche parole, non c’è di mezzo solo la truffa e la menzogna farmaceutica: paradossalmente, sarebbe il meno. Qui si arriva al ganglio vitale di tutta la società, specie occidentale o sotto influenza occidentale, degli ultimi sessant’anni.
L’umanità è realmente oppressa ed espropriata di ogni vera libertà, speriamo non in modo irreversibile, solo quando è convinta di vivere in un’epoca di civiltà e progresso. Il tiranno più oppressivo non è quello che viene identificato come tale, quello che ha una faccia ed un nome e può essere detronizzato: il vero despota non ha volto. Non è uno, né è un direttorio. L’oppressore del nostro tempo si serve di uomini, ma è una sigla. Un sorta di moloch costituito da una “ditta”, da un’entità organizzata e non obbligatoriamente individuabile, che da creatura dell’uomo si trasforma in entità autonoma, prende vita come statua che da immobile ed inanimata inizi a battere le ciglia, respirare, camminare, orrido automa in grado di schiacciare e divorare chi l’ha forgiata per il raggiungimento dei propri interessi. Se ci trovi oscuri o farneticanti, caro lettore, scusaci, ma ti preghiamo di seguirci ancora. Non è una tattica furbesca per catturare la tua attenzione, ma solo la volontà di condividere con i propri simili, fraternamente, quello che non meriti o doti personali particolari, ma i casi della vita ci hanno permesso di scorgere. E siamo convinti che questo, per quanto amaro e sconvolgente, sia stato un privilegio che la sorte ci ha concesso. L’importante, nella vita, non è tanto la serenità, ma capire, sapere, voler capire e sapere: in caso contrario si consumerebbero inutilmente i propri anni come comparse e capitoli d’anagrafe, non uomini.
A breve affronteremo temi ancor più sconvolgenti ed eloquenti: il mondo alienante degli psicofarmaci, i farmaci block-busters, lo sfruttamento dell’infanzia, i numeri del business, l’infiltrazione nelle istituzioni di ogni paese. Prima di suonare il campanello di casa del Grande Fratello orwelliano e dalle ragnatele giungere alla tana del ragno.”
Seguirà Parte IIIa
Auguri a tutti. Il 2013 dovrà apportare serenità….
Speriamo. Rosa
Chiede Gioia: “In caso di risposta giusta, chiediamoci: chi ci guadagna? E sulla pelle di chi? ”
Annosa e sempre attuale domanda. Allora, per dare una risposta non banale, ma più ampia e argomentata possibile, è bene fare qualche passo indietro ripercorrendo, per grandi linee, la storia dell’industria farmaceutica mondiale dall’inizio del secolo scorso. Per un illuminante e fecondo apprendimento, se desiderato. Buona lettura.
Da Di Bella Inieme:
“Spett.le Big Pharma, Bolgia X, Malebolge – 00000 INFERNO” – PARTE Ia
Come produrre e vendere farmaci inefficaci o dannosi per curare malattie inventate, non curare malattie vere, distruggere scienza sperimentale e clinica, finanziare studi fasulli, corrompere medici ed istituzioni sanitarie, aggiogare mass media ed editoria, isolare ricercatori e medici onesti e riempirsi sempre di più le tasche di dollari ed euro alle spalle di chi soffre.
Premessa.
In precedenti discussioni, come sul Forum, avevamo trattato un tema che tocca tutti da vicino: quello del degrado della medicina provocato dal potere farmaceutico. Non stiamo parlando unicamente di malattie oncologiche od ematologiche, ma di ogni patologia, vera o presunta, che affligge l’umanità. Il business raggiunge l’acme in ambito oncologico, per il terrore che il cancro ispira a milioni di uomini, ma come edera malefica si abbarbica intorno a qualsiasi malattia. Oggi ci consola constatare come non siamo più soli a puntare il dito contro la degenerazione di un mondo, quello della sanità, che dovrebbe essere presidiato con particolare attenzione e severità da qualsiasi governo, perché si sono unite, a noi e ad altri, voci numerose ed autorevoli.
Oggi la società dei consumi e l’economia globalizzata (chiamatele come più vi aggrada) hanno soggiogato le collettività umane, distraendole ed ingannandole, con una pletora di falsità, slogan, luoghi comuni e messaggi più o meno subliminali. Di conseguenza, si è venuto a creare quasi un riflesso spontaneo, che porta a rifiutare gli allarmi lanciati da un sempre maggior numero di persone libere e che ragionano secondo logica, quasi fossero espressione di pretestuoso catastrofismo. Ed è triste pensare che i primi a pagare di persona saranno i soggiogati, se colpiti da malattie più o meno preoccupanti: tali non solo per l’obiettiva gravità, ma per il negativo plusvalore costituito dai farmaci proposti per combatterle, che possono rivelarsi più letali dei morbi. E’ bene, allora, rendersi conto che nessuno tutela davvero i nostri beni più preziosi – vita e salute – per il semplice fatto che essi sono, nel contempo, fattori di profitto economico e di potere. Convinti che viviamo in un’epoca civile e di condivisa solidarietà, alleggeriti da una politica suadente che incita a cancellare la parola “dovere” dal vivere quotidiano, siamo stati indotti a credere ad un’umanità liberata da ingiustizie e prepotenze e affratellata da uno zuccheroso girotondo mano nella mano. E’ vero il contrario, perché siamo stati ridotti ad una immensa spugna che assorbe acriticamente ogni scempiaggine, rassegnati a farci svuotare mente, cuore e anima ed espropriare della salute dalla mostruosa EssepiA che domina il mondo contemporaneo.
E’ triste e terribilmente difficile il compito delle Cassandre nel clima di sofisticata barbarie del ventunesimo secolo. Chi si allontana dalla musiva Linea Guida è sorvegliato a vista, e in ogni caso, una volta isolato (infame sovversivo!) non può nuocere. Ci sarebbero tanti compagni di cammino e di lotta, ma i più si smarriscono di fronte alla prepotenza della suasione occulta, legittimamente (ma immoralmente) sbottano in un: “ma cosa debbo fare io, l’eroe? A che servirebbe? Non spetta a me, ci pensi qualcun altro. Casomai, se si muovono gli altri, mi affiancherò”. L’umanità è sempre stata egemonizzata a causa di simili ragionamenti, salvandosi grazie a chi li ha rifiutati con sdegno. Ma non si può più affidare l’avvenire nostro e delle future generazioni al sacrificio ed alla croce di pochi. Occorre – tutti – svegliarsi e muoversi prima che sia troppo tardi.
Lo scopo di questa discussione è lasciare che altri descrivano questo mondo surreale – eppure reale – che più volte abbiamo esecrato nelle nostre pagine, e con una tale quantità di esempi documentati da togliere ogni supposta patina di esagerazione o vis polemica alle opinioni che condividiamo. Di più: intendiamo dimostrare che non tutti sono in stato letargico di fronte alla dilagante corruzione e contaminazione delle menti, ma che esiste un movimento di opinione ancora minoritario, ma continuamente ingrossato da nuovi adepti, che – finalmente – ci consente di sperare in un futuro migliore.
Sul DiBellaInsieme abbiamo avuto modo di riferire su studi, pubblicati da riviste collocabili nell’Olimpo dell’editoria scientifica, che hanno smascherato le truffe statistiche dell’oncologia più retriva (ci riferiamo al British Medical Journal ed al Clinical Oncology). Abbiamo anche pubblicato una discussione-recensione sul libro di una studiosa di assoluta autorevolezza, la Prof.ssa Marcia Angell, direttrice per oltre vent’anni del New England Journal: “The truth about Drug Companies” (La verità sulle case farmaceutiche) (vedi http://www.dibellainsieme.org/discussione.do?idDiscussione=8407).
Contemporaneamente o successivamente al libro della Angell ne sono comparsi numerosi altri, che espandono, approfondiscono, dettagliano l’avvilente agire delle multinazionali del farmaco e l’incredibile sfruttamento dell’umanità sofferente. Ciò che conforta, in questo panorama sconfortante, è l’appoggio e la collaborazione che gli autori hanno ricevuto da parte di medici, studiosi, ricercatori, funzionari governativi, parlamentari statunitensi. Questo significa che non tutti sono disposti a vendere coscienza e dignità per una mazzetta di dollari o di euro e, soprattutto, che sono sempre di più coloro che comprendono come non si possa più andare avanti mentendo, truffando, provocando sofferenze e lutti per il budget aziendale o l’utile d’impresa.
Che si cerchi di vendere alla gente lavatrici o televisori, stipare le case di gingilli inutili, proporre investimenti disastrosi, scorticando la nostra pazienza con telefonate promozionali o quintali di pubblicità è già cosa deprecabile; ma che le stesse regole, gli stessi fini, gli stessi strumenti si applichino alla salute, non è più tollerabile. Quanti dei lettori debbono sopportare con obbligata pazienza i tentativi di drogarli intellettivamente ed ipnotizzarli da parte dei datori di lavoro? Quanti dipendenti di istituti di credito, assicurazioni, enti finanziari si sentono martellare insistentemente con frasi e parole-guida da proporre al pubblico? Il tutto con argomentazioni che, riferite da dirigenti e superiori, indurrebbero a dubitare della loro salute mentale, perché intonate ad un “patriottismo aziendale” che non si sa se definire ridicolo o paranoico. Le parole chiave, le…linee guida (appunto) sono: “produrre di più! Guadagnare di più! Budget collettivo! Budget individuale!”. In realtà non si tratta di paranoici, ma solo di ometti che vorrebbero rimbecillire i loro dipendenti perché rimbecilliscano il pubblico. Nelle aziende farmaceutiche la politica è identica, speculare, nei termini come nelle metodologie. Il malato: Carneade, chi era costui? Non esiste il malato, ma IL CLIENTE: o diretto (farmaci non esenti – sanità privata) o indiretto (sanità pubblica).
Ed ora che abbiamo presentato il tema di questa prima discussione e delle altre che seguiranno, citiamo un poco di bibliografia. Ovviamente il testo base è quello prima citato (Marcia Angell: “Farma &Co.- Editore “Il Saggiatore”, € 16,50), per l’autorevolezza dell’autrice. Ma la stessa, nel suo libro, fa riferimento ad altri autori (tra i quali Melody Petersen, sotto citata), lodandone l’impegno civile e la documentata indagine. Può confortare la notizia che la Angell ha fatto proseliti anche tra gli studenti universitari, come quelli della Harvard Medical School di Boston, che hanno inscenato proteste pubbliche “..per chiedere la fine dell’influenza esercitata nella scuola dalle potentissime aziende farmaceutiche”. Segnaliamo tre libri che ci sono sembrati particolarmente interessanti, i primi due dei quali insperatamente tradotti nella nostra lingua:
– Melody Petersen: “Dacci oggi le nostre medicine quotidiane: venditori senza scrupoli, medici corrotti e malati immaginari” – Modena, Nuovi Mondi, € 14,50.
– Ray Moynihan e Alan Cassels: “Farmaci che ammalano: …le case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti” – Modena, Nuovi Mondi, € 14,00.
– Sauveur Boukris: “Quelle medicine che ci fanno ammalare” (uscito in Francia nella primavera 2009 e non ancora tradotto ed edito in Italia).
Curioso però che – a parte il libro della Angell – le due opere apparse nel nostro Paese, Best Sellers da record negli Usa, siano “sfuggite” ai più organizzati editori nazionali, quelli, per intenderci, che possono contare su una distribuzione e, quindi, su una diffusione capillare. La Nuovi Mondi è sicuramente una casa editrice dinamica e condotta con intelligenza, ma appare improbabile che riesca ad ottenere una diffusione quale meriterebbero i due libri. Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Utet……che distrattoni! L’ombra di Don Abbondio è un’ombra lunga, che sembra proiettarsi permanentemente su ogni attività ed aspetto sociale.
Ma ora si alzi il sipario ed abbia inizio lo spettacolo!
Infanzia, adolescenza e gioventù delle Grandi Arpìe.
§ 1. Le uova del serpente.
All’inizio del secolo passato l’industria farmaceutica aveva un peso modesto nel panorama economico occidentale. I farmaci erano in prevalenza di fattura galenica e, alcuni, di efficacia modesta, ma quantomeno non accompagnati da effetti secondari seri, mentre altri, dotati di eclatante attività farmacologica, discendevano da rigorosi studi sperimentali e dell’esperienza clinica. D’altra parte il ricorso al medico avveniva nelle occasioni più serie e non al primo starnuto, come succede oggi. Occorre aggiungere che molte vitamine e sostanze utili giungevano integre sino alla tavola, a differenza di quanto accade nella nostra civilissima epoca, nella quale un’esigenza così fondamentale è stata sacrificata a logiche economiche ed alla programmata distruzione del mondo rurale. Non solo e non tanto alla tempra dei nostri avi, quanto a questo fattore è da attribuire il grande numero di persone che – espressione ricorrente nei racconti dei nonni – non avevano mai preso nemmeno un raffreddore.
La considerazione che i medici e gli scienziati più qualificati avevano dei farmaci industriali era scarsissima. Come riferisce la Petersen – con particolare riguardo alla realtà statunitense – “i professori delle facoltà di farmacia avevano una considerazione talmente bassa di questi spacciatori di pastiglie, da precludere sistematicamente l’accesso all’American Society for Pharmacology and Experimental Therapeutics, fondata dal Dr. John Jacob Abel, a qualunque scienziato collaborasse con tali società” (op. cit., pag. 150). Dal canto suo il Dr. Abel, nel 1915, così scriveva ai colleghi: “E’ cosa nota che chi pubblicizza farmaci e medicine spesso ha difficoltà a limitare le proprie dichiarazioni ai fatti e deve ancora guadagnarsi la nostra fiducia”. Un episodio, risalente al 1925, quando George Merck diventò presidente dell’omonima ditta farmaceutica: in quell’anno fece clamore il romanzo “Il dottor Arrowsmith”, di Sinclair Lewis. Il protagonista, l’immunologo prof. Max Gottlieb, da sempre fiero censore delle aziende farmaceutiche, viene costretto dal bisogno a lavorare per una di queste. Tanto per mettere il dito sulla piaga, un passo celebre del romanzo illustra come Gottlieb “…constatò che i suoi nuovi datori di lavoro erano proprio come se li era aspettati. Per esempio la società produceva una ‘nuova cura contro il cancro’ ricavata dalle orchidee, sbandierata a destra e a manca ed efficace quanto l’acqua fresca”. Alcuni scienziati, evidentemente presi dal romanzo e compenetrati nei suoi personaggi, reagirono con sdegno all’incoerente scelta del protagonista: “..come è possibile che il vecchio Max sia passato dalla parte di questi spacciatori di pastiglie?”. Oggi, inutile dirlo, nessuno di quanti vengono presentati quali numi della scienza si scandalizzerebbe della defezione, né oserebbe parlare di “spacciatori di pastiglie”, visto che da questi ricava gran parte del suo reddito, più o meno ufficiale, ed a questi deve cattedra, incarichi prestigiosi e, in qualche caso, addirittura un immeritato premio Nobel.
Non c’è quindi da meravigliarsi se la citata American Med. Ass. raccomandava di stare lontani dal settore farmaceutico, in quanto “solo da quei laboratori non compromessi con le società produttrici di medicinali è lecito attendersi veri passi avanti”. Il settore farmaceutico doveva quindi conquistarsi una credibilità e cessare di essere considerato un’accolita di Dulcamara. Uno dei più solerti protagonisti di questa “rimonta” fu George Merck, presto seguìto da altri. Venne promesso e garantito ai ricercatori accademici che sarebbero stati indipendenti dagli interessi economico-finanziari delle case farmaceutiche, ed alle promesse seguirono i fatti, sotto forma di ingenti investimenti per la realizzazione di efficienti e moderni laboratori di ricerca. In Europa, allora patria della scienza sperimentale e della medicina clinica, il rischio di contaminazioni economiche appariva meno concreto. Questo anche per l’elevato grado di consapevolezza scientifica dei più accreditati scienziati e medici, la cui formazione ed il cui orientamento poggiavano solidamente sia su una eccellente preparazione biologica e biochimica, che su una mentalità eminentemente fisiologica.
§ 2. Giù la maschera!
Ma una volta accantonati i (giustificati) preconcetti degli ambienti medici e conquistata una credibilità prima assente, le finalità economiche si palesarono con cinica evidenza. L’occasione fu quella del secondo conflitto mondiale e delle frequenti setticemie che si verificavano nei militari e nei civili feriti. I sulfamidici, scoperti dallo scienziato tedesco Gerhard Domagk, pur studiati da colleghi di altre nazioni, non erano ancora disponibili per gli alleati, ma alcuni scienziati informarono il governo americano della scoperta di Fleming, fino a quel momento sepolta sotto una coltre di indifferenza non disgiunta da commenti sarcastici (si parlava delle sue “inutili muffette”). Il problema era come riuscire a produrre gli antibiotici in quantità sufficienti a sopperire alle esigenze correnti. Fu una levata di scudi da parte delle case farmaceutiche di fronte alle richieste del governo statunitense e del Dr. Alfred Newton Richards, dell’Università della Pennsylvania. Sia per la convinzione che il progresso scientifico ed il bene comune dovessero prevalere sulle ragioni del profitto, sia in quanto aveva fiutato che fossero imminenti soluzioni d’autorità, il lungimirante G. Merck convinse altri tre produttori a realizzare il frutto di una delle più importanti scoperte di ogni epoca e, già nel giugno 1944, al momento dello sbarco in Normandia, c’erano dosi di penicillina sufficienti per tutti i soldati impegnati nell’operazione. A dire la verità, Merck, che aveva nel frattempo brevettato la streptomicina, realizzata dal ricercatore universitario A. Waksman (successivamente insignito del Nobel), decise nel 1946 di liberalizzare il brevetto. La flessione del prezzo, dovuta alla pluralità di produttori del farmaco, incontrò peraltro l’opposizione di altri giganti del settore, tra i quali Pfitzer, il quale nel 1950 disse senza peli sulla lingua che se i concorrenti volevano perdere anche la camicia producendo antibiotici, si accomodassero pure. Evidentemente a Pfitzer interessava poco dei milioni di uomini, donne, bambini che potevano essere salvati da fatti setticemici o da infezioni batteriche gravi, come polmoniti e broncopolmoniti, grazie ai nuovi farmaci. Un segno chiaro del fatto che, ben inseritisi nel tessuto socioeconomico delle nazioni più progredite e superata l’antica diffidenza dei camici bianchi, i produttori di farmaci non avevano più motivo di tenersi la maschera calata sulla faccia. Tuttavia era ancora agli albori il processo di colonizzazione di ogni struttura ed organizzazione sanitaria oggi consolidatosi, e l’indipendenza, in special modo di molti ambienti universitari, equilibrava gli appetiti economici aziendali. Oltre a questo – seguiamo la traccia della Petersen, concentrata sulla realtà americana – c’erano limiti imposti da una legge approvata nel 1938, sull’onda di una tragedia provocata da un farmaco, la sulfanilammide, che aveva ucciso il 30% di coloro che l’avevano assunta, spingendo al suicidio il responsabile chimico della ditta produttrice (altri tempi….). La legge obbligava il produttore a controlli sulla sicurezza del farmaco prima della sua immissione in commercio. Uno degli agenti federali incaricati delle indagini scrisse, a proposito degli industriali farmaceutici: “..apparentemente non fanno che assemblare il farmaco e, se non esplode, lo mettono in vendita….”.
L’obbligo introdotto costrinse le case farmaceutiche ad assumere scienziati, considerati un tempo nemici dell’attività, ora indispensabili per proseguirla. Al termine del conflitto, negli Usa si era passati dalle poche migliaia di ricercatori di vent’anni prima a 58.000 unità. Se ne avvantaggiò la farmacopea, che nel periodo fra il 1935 ed il 1955 poté disporre di più farmaci utili ed efficaci di quanti ne fossero stati realizzati nell’intera storia della medicina: vaccini, vitamine di sintesi, antistaminici, nuove generazioni di antibiotici, antivirali, tranquillanti e …..sua maestà il cortisone. Per un breve periodo gli interessi dei malati coincisero con quelli dei produttori, i quali, nei dodici anni intercorsi fra il 1945 ed il 1957, raddoppiarono le vendite.
A questo punto la collettività cadde in quello che potremmo definire il “grande equivoco”. Tante malattie mortali o potenzialmente mortali che avevano terrorizzato intere generazioni – polmonite, infezioni, poliomelite ecc. – venivano guarite o arginate, e la gente ritenne raggiunto o imminente il sogno di un mondo liberato da qualsiasi malattia. Peggio ancora: ci si convinse che la scienza aveva compiuto passi da gigante (rispetto al passato, questo era vero) ed avrebbe bruciato le tappe nel debellare le patologie rimaste coriacee. Nessuno, o pochi, pensò che si trattava di morbi causati da microrganismi, per cui, individuato l’agente esogeno, era facile eliminarlo e con questo eliminare la malattia. Ma nel frattempo era venuta a delinearsi un’autentica tragedia per la medicina e per i malati: il progressivo allontanamento dallo studio della fisiologia, la graduale decadenza della maestria semeiotica, l’abitudine a ragionare in termini di specialità anziché di princìpi attivi, lo scollamento sempre più marcato tra ricerca e clinica. Il mutare degli equilibri e delle influenze – forzatamente anche culturali – seguìto al secondo conflitto mondiale, causò la sostituzione della mentalità anglosassone, portata più alla praticità che all’approfondimento, alla grande scienza ed alla grande medicina dei fisiologi italiani, tedeschi, francesi. Il terreno era ora pronto per la grande abbuffata.
§ 3. Incidenti di percorso
Dopo “l’incidente” del sulfanilammide, i controlli prima dell’immissione sul mercato di un prodotto venivano fatti, ma superficialmente; anzi, sempre più superficialmente, grazie al calo di attenzione e di controlli degli enti governativi a ciò deputati ed alla penetrazione nel frattempo realizzata negli ambienti universitari e tra i ricercatori. In poche parole, i controllori erano controllati in percentuale importante! Ma un punto fondamentale riguarda il duplice aspetto della ricerca promossa dal settore farmaceutico: da una parte, gli effetti collaterali erano osservati (quando non disinvoltamente nascosti) a breve termine, in secondo luogo, i nuovi farmaci vennero ideati e prodotti alla cieca e senza un “razionale” teorico-sperimentale approfondito e preventivo. Basta/bastava farsi preparare quattro nozioni apparentemente colte da uno dei tanti scribacchini di laboratorio, ed il nuovo farmaco partiva a velocità vertiginosa come i quotidiani che escono dalle rotative. Finita l’epoca delle grandi malattie infettive e pressoché esaurite le patologie ad origine esogena, si apriva il mondo delle malattie derivanti da disfunzioni, anomalie, squilibri: la parte più vasta e difficile della morbilità umana, che solo una vasta, sconfinata cultura fisiologica, neurofisiologica, endocrinologica poteva decifrare e risolvere con studio attento ed affrancato dalle fregole budgettistiche dei giganti del farmaco. “Qui casca l’asino”, si potrebbe esclamare: sì, è cascato, ma schiacciando sotto il suo corpo rozzo e pesante milioni di sofferenti.
Lasciamo parlare gli esperti. “La gente iniziò ad immaginare un mondo senza malattie….giornali, riviste, radio e televisione salutavano trionfalmente ogni nuovo farmaco come ulteriore portento terapeutico, frutto della medicina moderna. Quasi sempre si trattava di notizie gonfiate ad arte, ma i mezzi di informazione sapevano bene ciò che il pubblico voleva sentire….” (M. Petersen, pag. 156 opera citata). Rivelatrice l’osservazione del dott. James Le Fanu: “Dato che le conoscenze scarseggiavano, l’industria optò per un metodo di ricerca decisamente più grossolano: i ricercatori assoldati dalle case farmaceutiche presero a sintetizzare milioni di composti chimici e li testarono, sperando in un colpo di fortuna che garantisse ai loro prodotti una qualche utilità terapeutica”.
Siamo quindi in pieno empirismo, a livello degli alchimisti che dissertavano sulla pietra filosofale. Un esempio della inaffidabilità dei controlli, dei quali abbiamo parlato sopra, si è rivelata ad esempio per il cortisone e la streptomicina. Riguardo al primo, “…i dottori stabilirono che il farmaco causava una grave forma di osteoporosi spinale e ulcere allo stomaco talvolta letali”. Quanto alla streptomicina, si moltiplicarono segnalazioni circa l’indotta sordità e fenomeni di acuta tossicità nei bambini. E si trattava solo di una parte – la meno pericolosa – di ciò che l’abuso di farmaci simili avrebbe provocato. In ogni caso, controlli o non controlli, la macchina era partita ed eventuali disavventure in un modo o in un altro si potevano accomodare. Un esempio è costituito dalla tragedia della Talidomide, prodotta dalla Merrell, società collegata al gruppo Vick, su concessione della Chemie Grünenthal tedesca. La talidomide venne venduta come forte sedativo, presentato come immune dagli effetti collaterali dei comuni barbiturici. La Merrel affermò solennemente che il farmaco era “del tutto sicuro”. Le vendite riguardarono milioni di persone in tutto il mondo e, siccome la fame vien mangiando, il medicinale venne proposto non solo per alleviare sintomi tipici delle donne in gravidanza, nausea e vomito, ma addirittura quale strumento ideale per “calmare i bambini ansiosi, nervosi e irrequieti….ottimo anche per i neonati” (dalla pubblicità della ditta produttrice: Time, 23/2/62). Prima di continuare l’argomento: il lettore memorizzi attentamente questo messaggio promozionale, perché si tratta del primo ripugnante esempio di sfruttamento dell’infanzia.
La Merrill, ottenuta la licenza, promosse la sostanza chiamando la specialità “Kevadon”, proponendola a ginecologi e pediatri e sollecitando alcuni medici a scrivere relazioni: queste sarebbero servite quali “prove” di attività e sicurezza da presentare alla FDA. Presto apparvero i segni sconvolgenti del danno provocato dalla Talidomide: migliaia di feti morti, migliaia di bambini focomelici, con mani e piedi appena abbozzati. Il British Medical Journal pubblicò nel 1960 una relazione dalla quale emergevano danni al sistema nervoso di alcuni pazienti. Il farmaco, incredibilmente, riapparirà trent’anni dopo quale inibitore dell’angiogenesi nei pazienti oncologici! Indipendentemente dall’opinabilissima azione in tal senso (svolta in misura di gran lunga più efficace e atossica dalla somatostatina…..), la sostanza maledetta si sarebbe rivelata un autentico vaso di pandora di ulteriori gravi effetti collaterali, pregiudicando, anche irreversibilmente, la trasmissione neuromotoria relativa all’intestino. La cosa più grave è che, come si scoprì successivamente, i primi casi di bambini deformi erano stati registrati in Germania nel 1957, ma la notizia venne censurata e si dovette attendere il 1960 perché un medico di Amburgo, il Dr. Lenz, riuscisse a far giungere ai mass media la notizia che una quarantina di bambini della sua città, le cui madri erano state indotte ad assumere il farmaco, erano nati deformi. Come reagì la Merrell quando apprese dei primi tragici effetti del farmaco? Tacendo, cercando di silenziare e, cosa di gravità inaudita, di accelerare l’immissione (regolare) in commercio. Un’esponente del FDA, la D.ssa Kelsey, fin dall’inizio contrariata dalla scarsità di prove scientifiche nella documentazione presentata dalla Merrell, lesse il B.M.J., e decise di riesaminare più attentamente la richiesta di autorizzazione alla vendita. Ebbene: i dirigenti della casa farmaceutica, già al corrente delle tragedie in atto, la attaccarono “furiosamente”.
§ 4. Qualcuno inizia a capire
I lutti provocati dalla talidomide non potevano non provocare reazioni ufficiali, che si manifestarono con un’indagine da parte del Congresso. Il senatore Kefauver-Harris propose un rafforzamento dei controlli da parte della FDA, ottenendo l’approvazione unanime del suo disegno di legge: quantomeno per la parte che riguardava specificamente l’argomento. Rimase invece senza seguito la serie di proposte che il parlamentare aveva presentato per ridurre il prezzo dei farmaci: il primo vero e proprio braccio di ferro tra autorità governativa e Big Pharma aveva visto così prevalere l’influenza della seconda. E dire che la logica delle osservazioni era stringente: come mai, con l’intensificarsi della concorrenza, l’aumento di vendite e profitti, gli immensi risparmi ottenuti grazie al perfezionamento dei procedimenti di sintesi, i prezzi salivano anziché scendere? La cosa costituiva un’anomalia unica nella storia dell’economia…. “Molti dirigenti farmaceutici mossero aspre critiche alla legge”, scrive la Petersen, aggiungendo che alcune aziende farmaceutiche minacciarono di chiudere e di trasferirsi all’estero, con conseguenze devastanti sull’occupazione. Evidentemente il mondo politico americano ritenne indispensabile (o conveniente?) moderare toni e controlli, dato che negli anni successivi non si sarebbero contate le medicine autorizzate dopo controlli sommari e documentazioni lacunose o sommarie.
Il settore farmaceutico, da parte sua, rivendicò le benemerenze del passato (glissando su infamie di ogni genere e sul fatto che il merito spettava quasi esclusivamente a singoli ricercatori indipendenti) ed oppose il costo esorbitante della ricerca. Se nel 1979 si stimava che un nuovo farmaco comportasse investimenti per 54 milioni di dollari, la cifra salì a 231 nel 1991 e 802 nel 2001!!! Peccato che buona parte del costo attribuito alla ricerca o fosse gonfiato o si riferisse, in realtà, a spese promozionali (comprese anche quelle inconfessabili….), pubblicitarie e di marketing! Difficile non collegare le fiere proteste con quelle dei commercianti più sfacciati: quelli che giurano e spergiurano “..non ci guadagno quasi niente”, “non copro neanche le spese”, “guadagno meno dei miei dipendenti”! Fra l’altro, nei lai degli “spacciatori di pillole” c’erano alcune piccole dimenticanze: “…la maggioranza dei farmaci salvavita fondamentali…oggi non sarebbe disponibile se i contribuenti non avessero preso in carico i costi della loro scoperta….La rilevanza del denaro pubblico per il settore, in realtà si estende ben oltre ciò che le case farmaceutiche vorrebbero far credere e riguarda la maggior parte delle medicine più importanti…”.
In conclusione: il cittadino paga tasse per consentire a gruppi senza meriti e senza scrupoli di accumulare utili immensi rivendendogli a prezzi esageratamente gonfiati quello che lui ha già pagato sotto forma di imposte, e che spesso o non funziona o gli fa del male anziché del bene! E’ un paese libero quello nel quale avviene questo? Le istituzioni governative sono fantocci di cartapesta pilotati o entità autonome?
Verifichiamo allora se queste considerazioni siano unilaterali e forzate. Leggiamo qualche altro passo illuminante: “Per creare un simile sistema, le case farmaceutiche costituirono e finanziarono delle lobby capaci di esercitare pressioni politiche su Washington per modificare le leggi a loro favore, rendendo più semplice brevettare un medicinale e assicurarsene il controllo per anni ed anni. Inoltre, riuscirono a rendere illegale la pubblica diffusione del prezzo dei farmaci, con il risultato che, ben presto, nessuno fu più in grado di dire quanto costassero in realtà le medicine” (op. cit. pag. 158).
Tornando al senatore Kefauver, emergono verità ancora più sconvolgenti. Il parlamentare, durante una delle udienze al Congresso, chiese al Dr. A. Dale Console, ex dirigente della Squibb & Sons, la percentuale di farmaci inutili o dannosi oggetto delle “ricerche” delle industrie farmaceutiche. Ecco la risposta: “Direi più della metà. E sottolinerei che la totale inutilità di molti di questi prodotti è cosa nota già al momento della loro ideazione. Prodotti inutili, ma che venderanno”. Aggiunse quindi che le case farmaceutiche avevano un raro talento nel creare “falsi miti”, come quello costituito dal materiale informativo recapitato ai medici, ed una “..capacità unica di far passare lo sfruttamento economico per una nobile causa”.
L’insolenza ed arroganza degli alti dirigenti in servizio può essere esemplificata invece dalle dichiarazioni di Francis C. Brown, presidente di Schering Corporation, il quale, incalzato da Kefauver sui prezzi troppo alti dei farmaci, rispose che non erano i farmaci ad essere troppo cari, ma “..gli americani a non guadagnare abbastanza”, ed all’osservazione che abbassando i prezzi si sarebbero attirati più clienti “..senatore, non possiamo moltiplicare i malati” (Atti del Congresso, 7-12 dicembre 1959). Ma vedremo che anche questo prodigio porterà ad una riedizione – anche se truffaldina – della moltiplicazione dei pani: i malati sono stati aumentati sia togliendo dalla circolazione sostanze utili, che perpetuando con farmaci inefficaci patologie altrimenti temporanee, che facendo diventare malati i sani, che inventando nuove (ed inesistenti) patologie. Sarà questo il tema di paragrafi che si succederanno.
Ma continuiamo a spulciare tra i verbali di questa inchiesta governativa, e troveremo una delle prove di un falso rato e consumato: quello dei costi della ricerca quale fattore dei prezzi elevati. Il dott. E. Giffors Upjohn, presidente dell’omonimo colosso farmaceutico, dovette ammettere che il 28,6% dei costi elencati nel conto economico era comportato da spese di promozione, sotto forma di retribuzione di un migliaio di rappresentanti!!! Quando i funzionari governativi che collaboravano con il senatore indagarono sul bilancio, scoprirono che il profitto medio netto dell’azienda (al netto, quindi, di ogni costo, degli oneri finanziari, dell’imposta sugli utili, di ammortamenti ed accantonamenti) raggiungeva il 21,4% del fatturato, circa il doppio dell’11% di aziende di altri settori. Ma perché spendere tanto in marketing? Lo chiarì il dott. Louis Lasagna, direttore dell’istituto di farmacologia clinica della Johns Hopkins: troppi farmaci “..non funzionavano altrettanto bene dei farmaci più vecchi che avevano sostituito”. Assai eloquente anche un articolo del farmacologo Walter Modell, il quale rivelò che le aziende si dedicavano ad una “roulette permanente”, incaricando i propri chimici di apportare quelle minime alterazioni alla composizione molecolare dei farmaci dei concorrenti per aggirare i limiti dei brevetti. Concluse che questa “manipolazione molecolare” mirava ad “infilarsi in un mercato realizzato sulle scoperte realizzate da qualcun altro”.
Prossimamente tratteremo in modo più specifico – e, in un certo senso, più coinvolgente – argomenti relativi a farmaci rivelatisi dannosi o inefficaci, a malattie inventate, alla corruzione ed alla campagna acquisti delle case farmaceutiche, con riferimenti anche a medicinali ampiamente diffusi, magnificati e prescritti nel nostro paese.”
Seguirà Parte IIa.
…tutti ti hanno fatto qui gli auguri…te li faccio anch’io!!! Buon Anno, Gioia, auguro che tu possa ricevere tutto ciò che il cuore desidera!
Un felice Anno e un Grazie anche a te cara Gioia! Voltandomi indietro ripercorro un anno di sorrisi, di battaglie, di solidarietà, di conoscenza, di soddisfazioni,e tutto questo ci ha visti sempre uniti.Che il 2013 ci veda ancor più numerosi!E un Augurio di un felice Anno anche al Giornale ! Anna
La Verità si farà strada.
Tanti auguri di buon anno a te Gioia, a te Vittorio, a te Marco, a te Andrea, a te S. moglie di Andrea, a te FeliceFranca, a te Cikagiuro, e perché no… anche a te Alfredo, hem hem, a tutti quelli che non ho nominato e che frequentano questo blog.
Buon anno a tutti!
Augurando a tutti un 2013 migliore del 2012 ( anno orribile ) e sperando di poter portare a termine i progetti iniziati, io e mia moglie vi auguriamo un buon anno nuovo
P.S. Lo spot è un pò una fesseria, mio papà non fumava, non beveva, mangiava sano ma il cancro lo ha consumato per ben due volte senza scampo
Io non capisco come possano già essere in commercio le sigarette elettroniche e solo successivamente il ministero dica qualcosa al riguardo – forse ha pesato il fatto che ne siano state ritirate dal mercato alcuni tipi che utilizzavano una sostanza simile al Paraflù per fare fumo!
La coerenza non è di questo mondo cara Gioia … ma magari lo sarà nel “prossimo” –
Auguriamoci di avere fatto per davvero il salto “quantico” dentro al “mondo nuovo” descritto dal calendario Maya, un mondo fatto di consapevolezze nuove ad un più elevato livello di sensibilità, un nuovo “ambiente” in cui saranno chiare le reali intenzioni di ognuno.
Buon anno a lei dottoressa e ai suoi cari. Buon anno a tutti gli amici del blog.