UAyPVid4_400x400Intervista a Francesco Paulo Marconi pubblicata sul “Giornale” venerdì 11

Prendete tre uomini del nostro tempo. Elon Musk, fondatore di Tesla, ovvero l’auto a guida autonoma, dice che il ritardo nella produzione del suo ultimo modello «è stata colpa dei robot: ho capito che gli uomini sono sottovalutati». Sergey Brin, uno dei due fondatori di Google, riguardo all’intelligenza artificiale parafrasa Storia delle Due città di Charles Dickens: «È stato il migliore dei tempi, è stato il peggiore dei tempi». Larry Page, l’altro fondatore di Google, sostiene invece che l’AI «renderà il mondo un posto migliore». In pratica: gli automi che pensano sono già una realtà, il futuro invece è ancora un grande punto di domanda.
Francesco Paulo Marconi è un giovane economista-giornalista che sull’argomento ha parlato recentemente a Milano, ospite di Meet the Media Guru. Ha discusso di giornali e media, perché lui – portoghese naturalizzato statunitense con un curriculum costruito tra Missouri School of Journalist, Harvard, Colombia, Mit e Cattolica -, ora è capo Ricerca e Sviluppo e responsabile dell’Editorial Lab del Wall Street Journal. Così, mentre apre il computer su un software comandato da un algoritmo, afferma: «Qualche anno da dicevano che sarebbero spariti libri e giornali: non è successo. Non succederà. E sarà grazie all’aiuto dell’intelligenza artificiale».
In che modo?
«Cominciamo dalla storia recente di Internet. Si è passati in tre fasi: prima il point and click sul computer, poi il touch sullo schermo, adesso siamo ai comandi con la voce. C’è un indicatore comune: il nuovo non ha cancellato ciò che c’era prima. Così come stampare è ancora importante, le radio sono ancora importanti. E sarà lo stesso anche per i giornali. E pensi che già Aristotele era preoccupato perché la scrittura, secondo lui, avrebbe cancellato la memoria… Però dobbiamo trovare il punto di equilibrio».
Insomma: i robot entreranno in redazione.
«E questa non è una cattiva notizia. Perché non vuol dire che i giornalisti diventeranno robot. O viceversa».
Si spieghi.
«Si tratta di organizzare le piattaforme. Partendo con mia moglie dal Jfk di New York le ho detto: “Vedi la torre di controllo? Ecco: i giornalisti saranno come quelli che lavorano là dentro. Agenti dell’informazione”».
Dirigeranno il traffico delle notizie.
«Sì, ma non solo: saranno determinanti per la loro distribuzione. La stampa va riadattata alle nuove tecnologie e il mobile sarà sempre più visuale e immediato: le piattaforme si stanno fondendo».
Come funziona al Wall Street Journal?
«Stiamo implementando la realtà aumentata. Per esempio: leggendo un articolo economico, si scannerizza la pagina con uno smartphone e sullo schermo appare il report con tutti i dati. E questo funziona anche inserendo video oppure pubblicità».
Ma così basta un algoritmo.
«Per far arrivare una notizia sì, ma per scriverla ci vuole una persona. Le faccio vedere… (apre il programma sul computer). Ecco: qui il giornalista mette i template, le parole chiave, i dati. Il robot poi combina tutto, perché il sistema pensa logicamente e può farlo in qualsiasi lingua. Alla fine ci vuole però il tocco umano per renderlo adatto a ciò che si vuole stampare».
Vantaggi per i giornalisti?
«Liberare tempo e energie per il lavoro di controllo, di ricerca delle notizie e di scrittura. Pensi che l’algoritmo può produrre una news secondo la visuale: la partita Real Madrid-Barcellona, per esempio, può essere scritta immediatamente in due modi, a secondo della parte a cui si vuole raccontare il fatto».
E vantaggi per i lettori?
«Il giornalista evita i compiti che ormai un robot può fare, per far sì che si dedichi a quelli che un robot ancora non è capace di fare. Quando serve una vera narrazione, l’algoritmo in questo caso non funziona. Anche se penso che entro 10 anni sarà capace di imparare ad essere più creativo…».
Nessuna ribellione al Wall Street Journal?
«Abbiamo cominciato nel 2013 ed è stato facile perché l’idea è arrivata proprio dai giornalisti: se fosse stata solo una questione di business non avrebbe funzionato».
Invece…
«Invece i risultati ci sono. Ma perché succeda si devono considerare due premesse: la prima è che noi umani siamo limitati, quindi dobbiamo farci aiutare dalla tecnologia. La seconda è che ogni trasformazione hitech passa attraverso qualche fallimento. Ci vuole pazienza».
Ma non è l’Al l’origine delle fake news?
«Certo: un algoritmo può creare notizie false. Ma l’intelligenza artificiale ha l’antidoto: ci sono specifici modelli per prevenire il falso, per esempio comparare le notizie e la velocità di condivisione. Il vero problema non è la stampa, semmai il contrario».
Cioè?
«Guardi questo video…». Sul computer c’è Obama che parla.
Quindi?
«Questo è un falso: con un’operazione di machine learning è stato applicato un audio al movimento delle labbra. Questa è la prossima generazione delle fake news: terrificante».
Una cosa del genere può perfino far scatenare una guerra.
«Esatto. E non si può evitare. Per questo dico che oggi nelle scuole – oltre a matematica, storia, letteratura -, andrebbe insegnato ai ragazzi come mediare il mondo digitale. Il caso di Facebook è emblematico, ma non solo colpa di Facebook».
In che senso?
«La disinformazione esiste fin dall’Impero Romano: è un comportamento umano. Uno studio di MIT Media LAB dice che gli algoritmi non accelerano le fake news, mentre gli uomini sì. Perché noi siamo attratti dalle novità e dallo status sociale, se abbiamo un’informazione la vogliamo subito condividere per far vedere che ne sappiamo di più. Per questo io dico che anche questa è un’era umana, non tecnologica: è facile parlare di intelligenza artificiale, machine learning, realtà virtuale, blockchain… Ma questi sono strumenti dell’hitech. Noi restiamo quelli che li fanno funzionare».
Anche noi giornalisti.
«Il giornalismo è una difesa: resta un mestiere decisivo. È appunto essere nella torre di controllo: non è dire alle persone cosa pensare, ma come pensare. Questo un robot non potrà farlo mai».

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