“Nel libro uno dei principali bersagli polemici è Immanuel Kant. Chi era abituato a considerare Kant uno dei più liberali, o quanto meno dei meno illiberali tra i filosofi tedeschi, resterà fortemente sorpreso. Tutto comincia con la controversia tra Kant e Constant sul diritto di mentire e sull’affermazione del filosofo tedesco secondo cui: “Mentire è la maggiore infrazione dell’uomo verso sé stesso”, e ciò anche nel caso estremo in cui dicendo la verità si provochi la morte di un innocente.

Per tanto, ma anche per diverse ragioni, sostieni che la morale kantiana, è completamente autocentrata, come il pietismo essa è connessa solo alla propria coscienza, e fa del prossimo solo un’occasione per dimostrare la propria perfezione.

Se a questo aggiungi che secondo Kant il potere dev’essere irresistibile per garantire il diritto: “Contro il supremo legislatore dello Stato non ci può essere nessuna resistenza legittima”, si può arrivare a sostenere che non aveva torto Eichmann, il gerarca della soluzione finale, quando nel processo a Gerusalemme di cui parla anche Hannah Arendt nella banalità del male affermava “di essersi comportato secondo una definizione kantiana del dovere”.

Tu al rigorismo legalista di Kant, che presenta molti aspetti inquietanti, contrapponi un autore come Emmanuel Levinas per il quale l’esperienza dell’altro è da anteporre ad ogni universalismo astratto. Allora, in situazioni particolarmente difficili, mentire e disobbedire possono essere pratiche liberali? Ricordo la bellissima nota a p. 131 sul padre Bobby, eroe del film “The Sleepers” che spergiura sulla Bibbia per salvare dal carcere quei ragazzi che avevano giustiziato il loro aguzzino”.

 

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