Intervenendo nelle scorse ore a Vicenza, in occasione dell’assemblea regionale di Fli, il presidente della Camera italiana Gianfranco Fini una volta di più ha dato davvero una cattiva prova di sé, e se è vero che non si dovrebbe mai infierire su chi sta affrontando tante e tali difficoltà (crollo dei consensi, marginalizzazione politica, logoramento dell’immagine a seguito dell’affare Montecarlo e, più in generale, quel crescente discredito che riguarda l’intero ceto politico che ha dominato gli ultimi decenni) va detto che nella città del Palladio egli ha  usato parole che interpretano l’atteggiamento tipico di chi, per professione, è uomo di partito. Una risposta a quanto ha detto, quindi, può essere opportuna e anche necessaria, dato che Fini interpreta il luogocomunismo della classe dirigente italiana e tutto il suo provincialismo.

Criticando quanti in Veneto chiedono di votare per l’indipendenza, Fini ha definito queste istanze “antistoriche e profondamente lesive degli interessi della società veneta”. Ma è davvero incredibile che vi sia ancora chi definisce “antistorica” quella richiesta di indipendenza che, a ben guardare, è proprio uno dei tratti che più contraddistinguono il rinnovamento dell’Europa: in Catalogna come nelle Fiandre, in Scozia come nei Paesi Baschi. Antistorici, semmai, sono gli Stati nazionali inventati da quel patriottismo ottocentesco che ha causato la prima guerra mondiale e ha gettato larga parte dell’Europa nel dolore e nella disperazione, prima, e sotto regimi totalitari, dopo.

In merito alla questione degli interessi, in secondo luogo, è curioso che Fini non abbia spiegato perché mai i veneti trarrebbero un beneficio dal fatto di perdere ogni anno 20 miliardi di euro (la differenza tra quanto versano alla Repubblica italiana e il costo dei servizi che ricevono), e quindi almeno 15 mila euro a famiglia. E nemmeno ha chiarito per quale ragione non sarebbe interesse delle imprese e delle famiglie venete non poter darsi istituzioni proprie, all’interno del grande mercato europeo e di un’economia sempre più globale: nuove istituzioni più vicine alla gente, che possano servire al meglio le esigenze di questa realtà.

La cosa peggiore, però, è che Fini non ha detto nulla sul tema dei diritti. Anche ammesso che Fini abbia ragione quando sostiene che l’indipendenza sarebbe antistorica e che la solidarietà a favore dell’Italia aiuterebbe l’economia veneta, la questione vera è un’altra. Quello che bisogna chiedersi, infatti, è se i veneti sono schiavi di Roma (in altre parole, costretti per sempre a restare all’interno della comunità politica italiana: quali che siano le loro volontà) oppure se hanno il diritto di decidere, democraticamente, in merito al loro futuro.

Negli scorsi anni, il diritto di autodeterminazione e una consultazione popolare hanno permesso al Montenegro di ottenere una piena indipendenza dalla Serbia. Secondo il presidente Gianfranco Fini, che da anni dice di non considerare più Benito Mussolini un grande leader politico e che però deve percorrere fino in fondo la sua fuoriuscita dalle logiche del post-fascismo, è legittimo riconoscere al Veneto un analogo diritto a disporre dei propri confini? Ci rivolgiamo a lui, ma la stessa domanda l’avremmo potuta indirizzare a quanti su altri fronti, e magari in passato innamorati di Stalin o Mao, non sembrano mostrare un maggiore rispetto per la legittima richiesta di poter votare – pacificamente, democraticamente, e magari in una bella giornata di primavera – sulla propria indipendenza.

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