“Si spegne nelle urne in Catalogna il piano secessionista”: era stato questo, lunedì 26 novembre 2012, il titolo piazzato in prima pagina del Corriere della Sera. Probabilmente in via Solferino  – nel corso della tarda serata che aveva fatto emergere i risultati elettorali catalani – non erano riusciti a comprendere il responso delle urne, la vera posta in gioco, le intenzioni di chi aveva trionfato e di chi aveva perso. Eppure non era certo difficile capire, come scrissi io stesso su questo blog in quella notte tra il 25 e il 26, che dopo il voto il cammino verso il referendum avrebbe potuto conoscere un’accelerazione.

E in effetti ora Artur Mas e Oriol Junqueras – i leader, rispettivamente, del primo e del secondo partito catalano (il centro-destra del CiU e la sinistra del ERC) – hanno siglato un “Pacte per la Llibertat” che fissa al 2014 la scadenza per l’indizione del referendum sull’indipendenza. Dopo aver radicalizzato il suo autonomismo di stampo tradizionale e dopo avere adottato un aperto secessionismo, il governatore Mas ha siglato un accordo con la formazione politica da più tempo impegnata per l’indipendenza della Catalogna. E i due sembrano avere superato pure talune divergenze in ambito economico e sociale. Il partito CiU è una federazione, che unisce un partito maggioritario di centro-destra (liberalconservatore) e uno più centrista, mentre l’Esquerra è una formazione separatista di orientamento socialista le cui radici affondano perfino nelle vicende degli anni Trenta, ma oggi l’obiettivo dell’indipendenza viene anteposto – da entrambe le formazioni – a ogni altra preoccupazione.

L’accordo tra Mas e Junqueras evidenzia comunque un dato fondamentale: l’Europa sta cambiando a grande velocità. Non sono soltanto la Spagna e la sua unità a essere messe apertamente in discussione: in effetti, quello che inizia a essere contestato è un assetto politico continentale basato su Stati nazionali abituati a considerarsi “sovrani” e da qualche tempo proiettati a costruire un potere centrale, a Bruxelles, sempre più accentrato e minaccioso. Fino a ieri, l’Europa è stata nelle mani di capitali pronte e costruire una super-capitale: e di nessun altro. Ma ora qualcosa inizia a mutare.

Quanti sono interessati alle prospettive sociali ed economiche dell’Europa devono infatti comprendere che la Catalogna è solo l’avanguardia di un processo più ampio. Nelle Fiandre come in Scozia, nei Paesi Baschi come in Veneto, le spinte centrifughe si fanno ogni giorno che passa più forti, mentre cresce il distacco dai miti della sovranità statuale. Lo Stato nazionale in declino anticipa il disfarsi della statualità e l’emergere di alternative istituzionali basate su patti volontari e proprietà privata.

Dopo il superamento dell’unità spagnola, vedremo la nascita di comunità indipendenti e libere: a partire dalla Catalogna e dai Paesi Baschi. Ma è ancor più importante rilevare che la stessa Europa che sei secoli fa ha generato il potere statale sembra oggi voltare le spalle a quel modello: non necessariamente per creare piccoli mostri statuali al posti di quelli più grandi, ma semmai per reimpostare su base diverse la convivenza civile e le relazioni sociali.

Chi oggi si batte per l’indipendenza di un territorio e di una popolazione, quando avrà vinto la propria scommessa dovrà costruire nuove comunità politiche in cui il diritto ad autodeterminarsi sia considerato un diritto fondamentale. Verrà meno, insomma, quel legame tra l’ordinamento pubblico e ogni appello a “unità e indivisibilità”. Entreremo in un universo un po’ differente e l’Europa, oggi rigida e rattrappita, potrà essere pervasa da un nuovo dinamismo.

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