Si può pensare, e in parte è così, che il “politicamente corretto” affondi le proprie radici nella buona educazione: nel fatto (assai ragionevole) che bisogna controllare il proprio eloquio e il proprio comportamento in modo tale da non offendere l’interlocutore. La parte “sana” è tutta qui e non è senza rilievo. Ma certo è vero che dietro la tirannia della correttezza c’è molto di più e non tutto, anzi, è meritevole di rispetto.

La letteratura sul tema è ormai immensa e muoversi all’interno di questa massa di scritti non è facile. I due soli inviti alla lettura che questo post può suggerire sono tra loro molto diversi, ma anche in qualche modo convergenti.

Il primo volume da segnalare fu scritto da un amico torinese che purtroppo non c’è più, morto troppo presto e ancora davvero giovane: Giorgio Bianco. Nel 2004 ha pubblicato per l’editore Leonardo Facco un volume dal titolo Vietato parlare! Il politicamente corretto come minaccia alla libertà individuale, in cui – come ha sottolineato un altro amico, Guglielmo Piombini – viene evidenziato che la tragedia non sta tanto in questa o quella specifica battaglia, ma “nell’incontro tra politically correct e Stato”.

L’altro volume è di un filosofo importante, Kenneth Minogue, che nel 1963 scrisse The Liberal Mind e quasi cinquant’anni dopo ha pubblicato The Servile Mind, tradotto in italiano come La mente servile e ora edito da IBL Libri, con una prefazione di Franco Debenedetti. Questo volume – che ho avuto il piacere di presentare, qualche mese fa, a Milano assieme all’autore medesimo – tratta molti temi e in maniera “sinfonica”. Uno dei filoni principali è comunque, e senza dubbio, la denuncia del politicamente corretto e del suo tiranneggiare la nostra vita.

Un punto qui mi preme ricordare: e cioè che il politicamente corretto – per come è strutturato – è contraddittorio. Non si può servire al tempo stesso il femminismo, il terzomondismo, la lotta all’omofobia, l’ecologismo, il solidarismo, il giovanilismo ecc. Gli “ismi” spesso entrano in conflitto: non c’è nulla da fare. In un recente dibattito pubblico, un altro mio amico di lunga data – Carlo Stagnaro – ha smontato il politicamente corretto del chilometro zero (l’ideologia verde che vorrebbe imporci di frenare la circolazione dei prodotti alimentari) rivendicando il diritto a consumare il caffè biologico dell’America latina proveniente da aziende equo-solidali. Ha evocato una retorica contro l’altra, ponendo in difficoltà l’uditorio progressista e variamente beneducato, che non sapeva più quale parola d’ordine seguire.

Questo è punto di non poco conto. Volendo mettere la legge al servizio di questo o quell’obiettivo, vengono adottati troppi criteri e fatalmente ci si trova in situazioni non gestibili: soprattutto perché non ci si limita a invitare le persone a seguire la propria ispirazione (oguno ha diritto al proprio bigottismo, sia chiaro), ma si struttura la legislazione a partire da queste tesi più o meno indifendibili. L’esigenza prima, allora, consiste nel liberarsi dai luoghi comuni, dal dispotismo della correttezza, dall’egemonia di parole senza pensiero.

Insomma: bisogna tornare a riflettere e a rispettare il nostro prossimo e la sua libertà.

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