Da anni sono persuaso che disgregare gli Stati nazionali sia una strategia fondamentale per superare lo Stato nazionale e, di conseguenza, anche per iniziare a mettere in discussione il potere statale in quanto tale.

La costruzione delle “nazioni” ottocentesche è stato un passaggio cruciale verso quel trionfo della sovranità che ancora oggi caratterizza la scena politica europea. Per un libertario, uscire da quelle trappole è un passaggio cruciale sulla strada che conduce a un ordine giuridico più rispettoso di tutti noi, perché caratterizzato da alta concorrenza istituzionale.

Farla finita con l’Italia significa anche interrompere, una volta per tutte, quel flusso di risorse che lascia il Nord per affluire al Sud e anche alle regioni a statuto speciale. Per chi condivide le premesse fondamentali della cultura e dell’economia del liberalismo classico, è chiaro che un simile flusso di risorse danneggia le aree sfruttate (che danno più di quanto ricevono in servizi) senza aiutare le aree destinatarie di tali finanziamenti (anche perché quel denaro rafforza il potere del ceto politico e induce, in modo del tutto razionale, ad assumere atteggiamenti parassitari, che caratterizzano ogni società assistita).

Quanti sostengono simili tesi e si dicono favorevoli a ogni ipotesi di disgregazione dell’Italia si espongono però all’accusa – è un non sequiteur, ma è così – di razzismo o anti-meridionalismo. Io stesso cerco di usare lo stesso linguaggio quando sono in Lombardia e quando sono in Campania o Calabria, ma devo ammettere che nel secondo caso ho la percezione assai chiara che quanto dico non sia ricondotto ai termini precisi del mio intervento, ma invece sia associato a un rigetto culturale o addirittura a una sorta di fastidio nei confronti del Sud. Non è così.

È abbastanza facile comprendere le ragioni di tale fraintendimento, ma al di là di questo vale la pena di rilevare come il trionfo dello statalismo porti a credere che se qualcuno intende staccarsi da qualcun altro, questa richiesta di libertà e autogoverno debba associarsi a una forma di odio e rifiuto. Le istituzioni statali sono state ormai talmente moralizzate e trasformate in una sorta di organismo comune (una specie di Grande Madre) che perfino qualche liberale parla a più riprese di “educazione civica” o cose simili. La semplice aspirazione a starsene da sé, per gestire meglio quegli specifici servizi di cui si occupano gli apparati pubblici e senza subire penalizzazioni, è associata a un’attitudine aggressiva e un rigetto.

In questo senso, legittimare nel dibattito pubblico il tema della disgregazione degli Stati europei e delle battaglie per l’indipendenza (in Scozia, Euskadi, Catalogna, Veneto, Fiandre e via dicendo) significa anche demitizzare il Potere moderno e convincere i nostri interlocutori – a ogni latitudine essi vivano – che ci si può rispettare e voler bene anche appartenendo a giurisdizioni separate.

Tag: , , , ,