Ieri molti cittadini veneti hanno lasciato la propria città e sono confluiti a Venezia. Hanno marciato con le loro bandiere, attraversato Dorsoduro e, infine, hanno formulato una richiesta molto semplice: quella di poter votare sull’indipendenza della loro comunità. Lungo le calli e nei campielli, dinanzi ai palazzi e alle chiese che si affacciano sul mare li ha uniti una convinzione: quella che le istituzioni pubbliche sono legittime solo se nascono dal consenso e se costantemente interpellano i cittadini.

Ero assieme a loro perché penso che questa sia la strada giusta: in Veneto e altrove. Se lo Stato unitario ha massacrato le libertà in Europa, solo la fine dello Stato nazionale può darci una speranza e indicare il percorso da seguire.

L’iniziativa è stata promossa da un movimento politico, Indipendenza Veneta, che non ha rappresentanti in Consiglio regionale e che d’altra parte è nato solo lo scorso maggio. Nonostante questo, la sua azione sta dettando l’agenda politica, dato che ieri il testo di una proposta di legge regionale è stato consegnato ad alcuni rappresentanti del popolo veneto eletti a Palazzo Ferro Fini. Nei prossimi giorni saranno raccolte quindici firme di consiglieri affinché si abbia un consiglio straordinario sul tema e di seguito l’assemblea sarà chiamata ad esprimersi.

La proposta di legge è molto semplice e si limita a convocare, per il prossimo 6 ottobre, un referendum consultivo che chieda ai veneti se intendono che la loro comunità resti in Italia oppure possa avviare una strada autonoma, aggiungendosi a quelle numerose realtà indipendenti di recente costituzione (dall’Estonia alla Slovenia, dalla Lituania alla Slovacchia, e via dicendo) che ormai affollano l’Europa.

Il governatore Luca Zaia e la Lega a questo punto sono dinanzi a un bivio: o sposano le ragioni del diritto dei veneti a votare e decidere sul loro futuro, oppure devono accettare di mutare in profondità il senso stesso (la “ragione sociale”) del movimento fondato da Umberto Bossi. In ogni caso, le cose non potranno più essere le stesse e nella peggiore delle ipotesi si uscirà da un equivoco.

È ragionevole prevedere, però, che i consiglieri regionali – di ogni orientamento – si esprimeranno a maggioranza a sostegno dell’iniziativa che intende far votare i veneti. Non soltanto la Lega non potrà del tutto tradire il senso di quello che è, ma l’intero consiglio – come già è successo nel novembre scorso – non potrà ignorare (da sinistra a destra) che la democrazia ha una sua logica e questo implica che alla fine siano le urne a decidere.

L’atto politico compiuto ieri, per giunta, si colloca in un momento drammatico. L’economia veneta è in ginocchio e ormai la rapina fiscale che il sistema produttivo subisce è diventata insostenibile. Quei 20 miliardi di euro del residuo fiscale – la differenza tra quanto i veneti pagano a Roma e l’insieme del costo dei servizi ricevuti – stanno uccidendo il Veneto. La crisi costringe i veneti e le loro élite a considerare l’indipendenza quale unica strategia possibile.

La “questione veneta” sta pure acquisendo un profilo sempre più internazionale. Negli scorsi giorni è stato reso pubblico un Manifesto per la libertà del Veneto redatto in quattro lingue (inglese, italiano, veneto e catalano) promosso dall’associazione Diritto di Voto e che ha quali primi firmatari Marco Bassani, Hans-Hermann Hoppe, Donald W. Livingston, Xavier Sala-i-Martin e Pascal Salin. Oltre a questi eminenti studiosi, tale appello a favore del diritto dei veneti a votare sta iniziando a raccogliere un ampio sostegno: chiunque può sottoscriverlo e molti già lo stanno facendo. Il velo del silenzio, insomma, inizia a essere squarciato.

Per giunta, nel 2014 si vota in Catalogna e in Scozia. Quale che possa essere il risultato di quelle elezioni, è chiaro che ormai in Europa non sono più ammesse “democrazie zoppe”.

Se c’è una richiesta dal basso di esprimersi con il voto, questa richiesta ha una forza quasi irresistibile. Credo che lo sappiano anche nei palazzi del potere veneziano e che ne terranno conto.

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