Gli ultimi a votare – nelle scorse ore – sono stati gli abitanti delle isole Falkland. È stato un plebiscito e difficilmente sarebbe potuta andare diversamente. Ben 1.154 abitanti delle isolette sotto il controllo del Regno Unito, ma rivendicate dall’Argentina, hanno scelto Londra e solo 3 (tre) hanno optato per Buenos Aires. Ci si sarebbe sorpresi del contrario: date l’origine e la cultura degli isolani, ma anche la condizione miserevole in cui si trova l’economia argentina. La mossa del governo britannico è stata politicamente abile, ma è pure espressione di una logica e di una cultura che meritano grande rispetto.

Questo micro-referendum, in effetti, è solo l’ultimo di una serie, perché ormai è chiaro che quando vi sono problemi di rivendicazione nazionale e/o territoriale nel mondo anglosassone ci si orienta abbastanza facilmente verso il voto. Si è già votato due volte (nel 1980 e nel 1995) nel Canada francofono, quando le spinte separatiste dei québecquois hanno portato al voto una popolazione che, alla fine, ha preferito restare all’interno della federazione canadese.

E l’anno prossimo, nel 2014, si voterà in Scozia, a seguito di un accordo tra Alex Salmond (leader dei separatisti scozzesi) e David Cameron (premier britannico). Anche stavolta non è escluso che a prevalere siano i fautori dello status quo, ma il punto fondamentale è un altro: nelle società di tradizione liberale le richieste di indipendenza vengono risolte, molto semplicemente, lasciando che sia la maggioranza della popolazione a decidere. Si tratta di una soluzione imperfetta, ma comunque preferibile alla difesa di uno Stato-caserma.

Nell’Europa continentale questo non succede. Dalla Catalogna al Tirolo meridionale, dai Paesi Baschi al Veneto, dalle Fiandre alla Lombardia, dalla Corsica alla Sardegna, e via dicendo, sono ormai molte le aree in cui vi è una forte domanda di autodeterminazione. In alcune circostanze è noto a tutti come la maggioranza sia favorevole alla separazione: e se talora i partiti separatisti sono politicamente deboli, questo è soprattutto la conseguenza del fatto che il sistema politico e istituzionale nega espressamente ogni praticabilità del processo indipendentista. Se convocata alle urne per esprimersi su una scelta netta tra Italia e Veneto, la maggioranza dei veneti – ad esempio – si esprimerebbe con larga probabilità per la propria indipendenza (e un recente studio demoscopico ha stimato nel 56,7% la quota degli indipendentisti veneti), ma le formazioni politiche faticano a crescere perché questa prospettiva è giudicata dal ceto dirigente e dagli organi d’informazione come “irrealistica”, illegale, anti-costituzionale.

Da molto tempo l’Europa continentale appare allora in forte ritardo rispetto alla civiltà liberale di stampo anglosassone. Questa impossibilità ad autodeterminarsi, nonostante il diritto internazionale e i numerosi impegni che quasi ogni Stato ha assunto (incluse l’Italia, la Spagna ecc.), è l’ultima riprova di tutto ciò. È chiaro che, alla fine, a Madrid si rassegneranno e che i catalani, con il voto, costruiranno probabilmente istituzioni proprie: e lo stesso avverrà, in seguito, anche negli altri Paesi europei.

Lo Stato nazionale europeo ottocentesco è moribondo e morirà: non si tratta di sapere “se”, ma solo “quando”. Ogni mese perduto e ogni anno sprecato, però, sono qualcosa che i nostri figli e nipoti pagheranno a caro prezzo.

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