Nelle ultime settimane ho ricevuto quattro libri, che ora sto leggendo un poco in parallelo.

L’unico che già conoscevo, poiché l’avevo studiato molti anni fa e in lingua francese, è Pensare con le mani di Denis de Rougemont (Massa, Transeuropa, 2012), che ora è disponibile anche in traduzione italiana grazie all’impegno di Damiano Bondi, autore di un’interessante introduzione. Il libro – scritto nel 1936 entro un mondo dominato dalla ferocia di regimi disumani – riflette sulla persona umana quale nucleo di una resistenza essenziale di fronte al Potere, che per sua natura è intimamente totalitario.

De Rougemont era di Neuchâtel e della sua Svizzera è stato uno degli studiosi più appassionati. Ma egli è stato anche fautore di un’Europa politica che certo non ha molto a che fare con il pachiderma centralista che vanno costruendo a Bruxelles, Strasburgo, Francoforte e nelle altre capitali del Nuovo Mostro. Egli avrebbe voluto “elvetizzare l’Europa”, superando gli Stati nazionali e facendo rinascere quelle libertà cantonali che quasi ovunque sono state cancellate dal trionfo dello statalismo. C’era qualcosa di ingenuo e irragionevole, senza dubbio, nell’illusione che proprio l’Europa potesse servire a valorizzare le periferie sfruttate e maltrattate, ma la sua fu in qualche modo un’utopia generosa.

Il secondo libro è una corposa raccolta di saggi dedicati a Alexis de Tocqueville. Curato da Diana Thermes, questo volume permette di accostare le relazioni tenute il 12 ottobre del 2006 all’interno di un convegno di storici delle dottrine politiche intitolato – come il libro stesso – Tocqueville e l’Occidente (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012). In seicento pagine affidate a studiosi di vario orientamento si analizza questo grande liberale dell’Ottocento, che proprio al tema della libertà delle comunità politiche (maltrattate nella Francia monarchia e poi repubblicana, valorizzate nell’America federale) ha dedicato pagine importanti.

La questione della libertà è cruciale – sotto un altro angolo visuale – pure negli altri due testi: Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin, di Carlo Gambescia (Piombino, Edizione Il Foglio, 2012); e The Problem of Political Authority. An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey, di Michael Huemer (New York, Palgrave Macmillan, 2013). Se il primo volume accosta la tradizione liberale con gli occhiali del realismo politico di tradizione europea (e quindi è portato a valorizzare temi e autori che riconoscono un ambito specifico al “politico”), il secondo testo indaga in modo assai analitico gli argomenti spesso usati a giustificazione del potere, ossia del diritto di alcuni (i governanti) a disporre di altri (i governati).

Il percorso è molto serio e ragionato, la conclusione è senza equivoci: non è possibile trovare alcuna difesa eticamente argomentata dell’obbligo politico e, di conseguenza, del dovere da parte di ognuno di noi di considerare lo Stato, il Potere, la Costituzione, la Repubblica o qualsiasi altra Divinità immanente come un soggetto a cui si deve prestare obbedienza. Il Sovrano – e quindi ogni Sovrano (democratico, costituzionale o di altro tipo) – non dispone di alcun valido argomento morale a propria protezione.

Se il potere di alcuni uomini su altri uomini è illegittimo, che fare?

Forse vale proprio la pena di tornare a ripensare in termini del tutto nuovi – senza abbandonare la riflessione teorica e le sue sfide – quell’idea di elvetizzare l’Europa a cui pensava de Rougemont. Un progetto che oggi ci impone, in prima battuta, di smantellare gli Stati nazionali e, subito dopo, di riformulare in maniera completamente diversa (volontaria, pattizia, confederale) gli stessi rapporti tra le entità che potranno sbocciare dopo la dissoluzione dello Stato moderno nazionale. Se l’orizzonte deve essere quella libertà che Huemer esamina con tanto rigore, la strategia più ragionevole può essere proprio questa.

Tag: , , , , ,