Era facile prevederlo. Sono bastate poche ore dal momento dell’insediamento e la neo-ministra agli Affari esteri, la radicale Emma Bonino, ha subito riaffermato la già più volte asserita necessità di procedere velocemente verso gli Stati Uniti d’Europa, sulla strada tracciata da Altiero Spinelli e altri.

Anche se Bonino e il suo partito sono particolarmente determinati sulla questione, l’idea di sciogliere i vari Paesi europei in un’unica entità sovranazionale è condivisa da quasi tutto lo schieramento politico italiano. Solo pochissime voci non stanno nel coro e, quasi sempre, si oppongono a tale processo di centralizzazione per ragioni sbagliate: sulla base di argomentazioni variamente nazionaliste, populiste, anti-mercato e via dicendo. Ne deriva un dibattito totalmente squilibrato, in cui da una parte c’è chi propone un Leviatano continentale (certamente “democratico”, ma non per questo meno minaccioso) e dall’altra vi sono confusi retori che predicano di tornare alla lira per inflazionare o esaltano il Ventennio, considerano la Bce una tra le espressioni più pure del capitalismo selvaggio, e via equivocando.

In realtà basterebbe avere un po’ di familiarità con alcune grandi figure della tradizione occidentale – da Althusius a Jefferson, da Mises a Rothbard – per percepire con nettezza come la libertà che si trova al centro del pensiero liberale esiga un ordine policentrico: e una vera competizione tra istituzioni politiche indipendenti e concorrenti. Unificare e accorpare, anche se con il pretesto di ripercorrere la vicenda americana (ma solo in uno dei suoi aspetti meno apprezzabili), non può produrre un esito positivo.

Un libro che aiuta a cogliere il senso della resistenza libertaria di fronte al potere centrale, anche oltre Atlantico, è un volume pubblicato tre anni fa da Thomas Woods Jr.: Nullification: How to Resist Federal Tyranny in the 21st Century (edito da Regnery). Woods è un libertario cattolico e qui esamina un tema cruciale del dibattito ottocentesco, quella “nullificazione” grazie alla quale ogni stato federato può negare validità alla legislazione comune. In tal modo, un sistema federale riesce a operare – poiché gli stati federati non dispongono di un potere di veto – ma senza pretendere di uniformare realtà riottose e imporre loro soluzioni che rigettano. Il libro ha l’obiettivo di dare voce a un movimento di resistenza contro Washington che ancora oggi è vivissimo negli Usa, basti pensare a Ron Paul, e che interpreta radicati umori anti-statalisti.

Ma nell’America di oggi non solo soltanto i libertari a contrastare la capitale. Qualche mese è scomparso Thomas H. Naylor, un esponente tra i più noti dell’estrema sinistra Usa e fondatore della Second Vermont Republic: un progetto apertamente secessionista determinato a rigettare un’America lontana, oppressiva, estranea ai principi originari. In Secession: How Vermont and All the Other States Can Save Themselves from the Empire (edito nel 2008 da Feral House) Naylor propone la riscoperta, tramite la disgregazione del sistema federale, di una società americana più libera e pacifica, basata sul pieno autogoverno di ogni comunità – a partire da un Vermont fuori dalla federazione, appunto – e su una molteplicità di istituzioni indipendenti.

Questa stessa idea che ogni comunità debba autodeterminarsi è al centro di un volume di filosofia politica scritto da uno studioso liberal che insegna alla Washington University, Christopher H. Wellman: A Theory of Secession: The Case for Political Self-Determination (Cambridge University Press, 2005). Si tratta di un testo rappresentativo di come la questione del distacco istituzionale sia oggi assai più rilevante e dibattuta che quella dell’unificazione. In effetti, Wellman non parteggia in maniera aprioristica per le secessioni come i libertari à la Woods: da Rothbard  a Gauthier, da Salin a Livingston, a Hoppe e via dicendo. Per giunta egli stesso si definisce statist: statalista. Ma egli ritiene anche che il diritto di secedere sia un diritto che non possa essere negato.La sua tesi è che al fine di rafforzare le istituzioni pubbliche è opportuno che le frontiere siano costantemente a disposizione del dibattito pubblico e della volontà popolare. Come molti altri, Wellman evoca la metafora del divorzio politico e l’idea che la secessione sia da intendere come la rottura di una sorta di matrimonio tra popoli. Al riguardo egli afferma che

“come uno può difendere il divorzio senza colpa delle coppie sposate essendo al tempo stesso persuaso in maniera assai netta che le persone troppo spesso sbagliano a separarsi, io difendo il diritto a secedere anche senza essere un fautore della disgregazione degli Stati”.

Si può sperare che gli Stati non si sfaldino, insomma, ma non si può impedire alla gente il “diritto di votare” per scegliere tra lo status quo e un destino d’indipendenza.

Certo: da noi vigono ancora vecchi tabù giacobini, che vorrebbero farci credere che ogni Stato è uno e indivisibile. Non è vero, ovviamente, così come non ha alcun senso ritenere che l’Europa sia destinata a fondersi sempre più e non già, al contrario, a veder disgregare gli stessi Stati nazionali che oggi la compongono. Il dibattito filosofico è già ampiamente consapevole di tutto questo: speriamo che se ne renda conto al più presto anche l’universo della politica.

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