Nel corso degli ultimi anni il nostro sistema politico ha visto il definitivo declino di un modello, quello del partito organizzato, che ormai fatica a sopravvivere anche a sinistra. I militanti del Pd si trovano infatti alle prese con un’organizzazione che sul piano strutturale assomiglia sempre più alla vecchia Dc, che era una coalizione di correnti a guida personale (andreottiani, fanfaniani, dorotei ecc.) assai più che una struttura di singoli militanti determinati a operare verso un comune obiettivo.

Il partito moderno – delineato un po’ ovunque copiando il modello della Spd tedesca – declina perché la politica italiana si definisce sempre più attorno al rapporto tra un leader e il suo seguito: che si tratti di Berlusconi come di Renzi, di Vendola come di Grillo.

Questo fenomeno è spesso criticato da quanti guardano al confronto ideologico come a un ambito che deve essere dominato dagli ideali, e non dagli interessi. In effetti il leaderismo sembra riproporre la vecchia relazione patronus-clientes, propria della società romana, e si basa su una fedeltà che unisce carisma e interessi, autorità personale e relazioni di scambio. Ma anche il partito strutturato mostra limiti evidenti, in quanto tende (o tendeva) a trasformarsi da mezzo in fine.

Ma esiste un diverso modo di agire con efficacia nella società e perfino di “fare politica”? Certamente sì. È una sfida tutta nuova, ma è una sfida che oggi, con un ceto politico del tutto delegittimato, va presa sul serio.

In particolare, quanti vogliono allargare gli spazi di libertà e mettere in discussione i miti funesti della sovranità statuale (indivisibilità, territorialità, perpetuità) avvertono sempre più come la strada maestra per costruire il consenso necessario a coagulare forze nella giusta direzione non sia affatto quella della partecipazione alla vita di sezione di uno dei principali attori organizzati e neppure quella della costruzione di nuove minuscole formazioni.

Quella politica e quel modo di fare politica appaiono in larga misura marginalizzati, anche perché finiscono in un caso per celebrare l’apparato e nell’altro per idolatrare qualche capetto. In entrambe le circostanze si rischia di perdere di vista la ragione che aveva indotto a mobilitarsi. Non è detto che sia semplice trovare un’alternativa, ma è bene provare a ripartire dalle cose stesse. Come ha fatto il Tea Party con la sua battaglia sulle tasse o, in Lombardia, CoLoR 44 con la sua richiesta di un referendum sul tema dell’autodeterminazione.

Tempi nuovi e problemi inediti accompagnano il manifestarsi di coalizioni o iniziative che valicano i confini di partito e che però si costituiscono attorno a progetti molto ben definiti. Senza apparati e senza padroni forse si può fare più strada, senza perdere di vista il proprio obiettivo.

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