Negli ultimi giorni ci sono state due prese di posizione da parte di importanti esponenti dell’imprenditoria italiana e, più specificamente, del mondo confindustriale.

Le responsabilità e le connivenze storiche delle rappresentanze sindacali italiane sono ben note: sia per quanto riguarda i lavoratori, sia per quanto riguarda le imprese. La storia economica di questo Paese sarebbe stata ben diversa se, nel corso dei decenni, i vari presidenti succedutisi alla guida della principale tra le organizzazioni delle imprese (da Giovanni Agnelli a Guido Carli, da Luigi Lucchini a Luigi Abete, e via dicendo) non avessero dato il loro contributo alla costruzione del presente. Oggi, però, qualcosa potrebbe iniziare a mutare.

Intervistato da La Stampa, il leader di uno dei maggiori gruppi industriali – Guido Barilla – non ha usato perifrasi quando ha chiesto una svolta che mettesse fuori dall’organizzazione le imprese che si occupano di servizi. Al di là della forma, la sostanza è chiara: si tratta di tornare ad avere un’organizzazione che riunisca e difenda le imprese private, dal momento che l’obiettivo polemico sono aziende (da Eni a Enel, da Poste a Ferrovie) che hanno ormai snaturato il senso stesso dell’associazione di viale Astronomia.

L’affondo è stato duro e non ha neppure escluso la possibilità che il gruppo emiliano possa decidere, se si continuerà su questa strada, di uscire dall’organizzazione. “Rischiamo – ha denunciato Barilla – di essere uguali a quel sistema politico e istituzionale che tanto critichiamo perché non riesce a esprimere una politica industriale”.

Più o meno nelle stesse ore era stato il presidente stesso di Confindustria, Giorgio Squinzi (proprietario della Mapei) a richiamare l’attenzione su un altro tema: la disgregazione del sistema produttivo settentrionale. Aprendo i lavori dell’assemblea annuale di Confindustria egli ha dichiarato che “il Nord Italia è sull’orlo del baratro economico che trascinerebbe tutto il nostro Paese indietro di mezzo secolo, escludendolo dal contesto europeo che conta”. Chi conosce anche superficialmente l’Italia sa bene che la produzione è concentrata nell’area settentrionale e se c’è crisi è del tutto evidente che essa riguarda primariamente il Nord. Perché allora quella sottolineatura? Perché parlare apertamente del Nord e non genericamente dell’economia nazionale?

A me pare che, con la catastrofe di stile argentino che si profila all’orizzonte, ci sia qualcuno che s’è stufato di minuetti e diplomazie. Con toni diversi e con accenti in parte distinti, Barilla e Squinzi hanno in qualche modo lasciato intendere che in questo Paese c’è un vero conflitto di classe (conflitto di logiche, culture, interessi, diritti) che in larga misura vede contrapporsi il privato e il pubblico, e al tempo stesso il Nord e il Sud. Spesa pubblica, protezioni di apparati improduttivi e fuori mercato, assistenzialismo senza limiti e redistribuzione politica stanno affossando la capacità di competere. Secondo l’economista Lodovico Pizzati nel periodo 1997-2006 ogni emiliano di media ha perduto 27 mila euro (differenza tra imposizione fiscale e l’insieme dei servizi – nazionali e locali – ricevuti dall’apparato politico) e per ogni lombardo la cifra sale addirittura a 35 mila euro.

Se non si prenderà atto di tutto questo e se non se ne trarranno tutte le conseguenze, la secessione silenziosa dei tanti giovani e dei tanti imprenditori che lasciano il Paese continuerà senza sosta.

PS. Solo l’altroieri l’agenzia di rating Fitch ha sostenuto che il giudizio di affidabilità del Veneto sarebbe analogo a quello riservato alla Svizzera, ma questo ovviamente solo in linea teorica, dato che la regione è pesantemente penalizzata dal fatto di essere in Italia. Per questa ragione, Fitch ha confermato il rating di lungo termine della Regione Veneto a BBB+ con outlook negativo, una valutazione “che riflette il rating sovrano dell’Italia”. Appunto.

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