Vi sono questioni che ormai accomunano larga parte del dibattito pubblico in tutto l’Occidente. Una di queste è quella della libertà educativa e, in sostanza, del diritto di studenti e famiglie di scegliere la propria istruzione, sottraendosi agli orientamenti fissati dallo Stato ed evitando di frequentare gli istituti pubblici che i contribuenti sono costretti a finanziare.

Deputato al parlamento del Canton Ticino per il movimento Area Liberale, in questi giorni Sergio Morisoli ha lanciato una proposta che già sta muovendo le acque della politica cantonale. La proposta mira a offrire un riconoscimento effettivo al lavoro assai meritorio svolto, a favore dell’intera società, dalle scuole private: confessionali e no.

La considerazione di base è elementare: le scuole private sono protagoniste di un welfare spontaneo che non può essere penalizzato e che anzi ognuno di noi dovrebbe sostenere e valorizzare. Esso però è oggi penalizzato dalla concorrenza sleale degli istituti pubblici, che sono del tutto “gratuiti” per gli studenti dal momento che sono finanziati con la fiscalità ordinaria. Per mutare questo stato di cose Morisoli proposto di rendere fiscalmente deducibili le rette versate alle scuole libere oppure, in subordine, che quanto viene pagato per l’educazione possa finire tra le deduzioni già oggi ammesse per figli o anche, infine, che queste spese siano incluse tra le liberalità per enti di pubblica utilità (che godono di qualche beneficio fiscale).

La proposta poggia su solide basi economiche e non solo.

C’è una ragionevoplezza economica in tutto ciò perché in Ticino – esattamente come in Italia – le scuole private  permettono allo Stato di operare massicci risparmi. Nel piccolo cantone di lingua italiana si stima che i conti pubblici già ora risparmino – grazie ai 3.600 studenti delle private – circa 50 milioni di franchi ogni anno. Se grazie a forme di incentivo nel corso degli anni il numero di tali studenti potesse crescere, è chiaro che le casse cantonali potrebbero ricavarne un beneficio anche maggiore.

La questione maggiore, però, è di carattere culturale. I rapporti tra pubblico e privato, in Svizzera, sono già assai sviluppati da tempo in altri settori: nella sanità, ad esempio, dove vi sono forme di convenzione che vedono l’efficienza del privato integrare l’offerta delle strutture pubbliche. Perché, invece, vi sono tante resistenze di fronte alle scuole private? È chiaro che a nord di Chiasso, esattamente come da noi, non è facile lasciarsi alle spalle l’eredità di un Kulturkampf che ha opposto cattolici e laici, clericali e “liberali”. E che ha visto le libertà individuali venire assai compresse da una retorica che ha esaltato lo Stato educatore e l’idea che il potere deve costruire i propri cittadini.

Bisogna allora al più presto lasciarsi alle spalle quel mondo che in Italia è stato caratterizzato dal Risorgimento e che in Svizzera, analogamente, si è delineato con la guerra del Sonderbund e la costruzione della “nazione svizzera” e la fine del sistema confederale. Dopo un secolo e mezzo è davvero ora di voltare pagine.

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