Poiché è detestato in maniera  pregiudiziale e sulle base di una serie di superstizioni, il libero mercato è spesso oggetto – e talvolta perfino all’interno del medesimo discorso – di critiche del tutto contraddittorie. Il caso più classico è quello di chi rigetta la libertà economica accusandola di causare povertà e, al tempo stesso, di indurre a comportamenti consumistici.

C’è anche un’altra coppia di accuse incompatibili ed è su questa che qui mi preme richiamare l’attenzione.

Quanti attaccano l’ordine economico basato su imprese private in concorrenza sottolineano come esso sia strutturalmente instabile e, di conseguenza, possa essere accompagnato da precarietà. Nel mercato è il consumatore che la fa da padrone: e da ciò discende che un’azienda che ieri era florida oggi può essere in difficoltà, a causa della volubilità dei comportamenti dei consumatori. Questo, però, rende ogni posizione professionale esposta a incertezze, rendendo difficile per chiunque fare piani e compiere scelte cruciali sul piano esistenziale (sposarsi, fare figli e via dicendo).

Le imprese che operano sul mercato sono però accusate pure di fare tutto il possibile per stabilizzarsi. Lo sforzo di monopolizzare con strumenti di mercato un settore (grazie a prodotti sempre migliori, acquisizioni, accordi di cartello e via dicendo) è proprio volto a far perdurare nel tempo la propria posizione. Sul tema hanno scritto pagine fondamentali autori come Hayek, Rothbard e Salin, a cui qui mi limito a indirizzare il lettore. A ben pensarci, comunque, anche sul piano delle relazioni tra prodotto e consumatore appare chiaro come ogni impresa sia tentata in qualche misura di creare una sorta di “assuefazione”, inducendo una qualche dipendenza psicologica.

Questo vale non solo per ambiti come il gioco o il tabacco, dato che una certa assuefazione può generarsi in tutte le situazioni in cui qualcuno acquisisce qualcosa da qualcun altro. In un certo senso, lo stesso sistema delle “raccolte a punti” adottato dai supermercati si propone l’obiettivo di agganciare stabilmente i propri clienti, creando un legame tra loro e il fornitore abituale.

Si tratta di un fenomeno negativo? In parte sì, perché ogni dipendenza può rappresentare una limitazione della nostra sfera di autonomia, ma al contempo è pur vero che quanti sono determinati a farci consumare oggi quello che già consumammo ieri sono chiamati – in virtù di questo – a realizzare prodotti, beni o servizi, di buona qualità. È anche lo sforzo di mantenere i vecchi clienti che induce le attività presenti ora sul mercato a dare il meglio di sé. Quello che conta è che la ripetitività delle scelte abbia luogo volontariamente e non presenti alcuna forma di coercizione.

Ma come sarebbe il mondo in cui viviamo senza questi costanti sforzi delle imprese di tenerci agganciati a certi prodotti? Sarebbe ancor più caratterizzato da precarietà e mobilità.

Il continuo nascere e morire delle attività umane, d’altra parte, è lì a dimostrare che nessuna impresa è onnipotente di fronte ai propri consumatori. I suoi sforzi di portarci a iterare i nostri comportamenti talvolta hanno successo e in altri casi no. Questa compresenza di una precarietà che è figlia della nostra volubilità e di una costante volontà di restare sul mercato da parte delle aziende è comunque l’ordine di mercato, con i suoi pregi e con i suoi limiti.

E, in tutta onestà, ogni alternativa ci pare assai peggio.

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