Ormai è stato stabilito: il prossimo 9 novembre (e cioè tra meno di un anno) in Catalogna si terrà un referendum con due distinti quesiti che faranno decidere alla popolazione stessa se mantenere lo status quo, allargare il solco che già divide Barcellona da Madrid, o addirittura dare vita a un nuovo stato del tutto indipendente. E secondo tutti i sondaggi è quest’ultima l’eventualità più probabile.

La scelta della data è significativa: il 9 novembre 2014 saranno passati 25 anni dal crollo del muro di Berlino e le autorità catalane hanno scelto questa data proprio per collegare la fine del comunismo a quello che ritengano possa essere un momento analogamente significativo, come spiega assai bene Alex Storti in questo suo intervento sul blog liberale e indipendentista “Diritto di Voto”.

Per i catalani si tratterà, dopo trecento anni, di riacquistare la propria indipendenza: perduta a seguito di una conquista militare. Ma la consapevolezza diffusa è che non sia solo e soltanto in gioco il destino del potere di Madrid sulle varie realtà economiche, linguistiche e culturali che la Spagna controlla. A essere in gioco è lo Stato nazionale, quella creatura che ha causato tanti lutti, che distrutto molte libertà, che ha favorito l’espansione delle burocrazie e ha aperto la strada al socialismo, al fascismo e al welfare state.

La stessa Unione europea, con il suo progetto di una “cittadinanza continentale”, è la proiezione di quell’incubo nazionalista e statolatrico alimentato da Giuseppe Mazzini e altri nel corso degli ultimi due secoli. La Ue è stata creata dagli Stati e secondo logiche statuali, diventando una sorta di “cartello” delle classi politiche nazionali: un meccanismo per trasferire sempre più lontano i poteri e renderli, in tal modo, quasi irresistibili.

Quando salterà l’unità spagnola e i catalani saranno padroni a casa loro, anche altre realtà dovranno fare i conti con quell’avvenimento: il Regno Unito (e gli scozzesi voteranno grosso modo nello stesso periodo), il Belgio e la stessa Italia, dove la crisi della Lega – che ha a lungo squalificato certi temi e ha ottenuto voti di un certo tipo che ha poi speso su altri tavoli – apre prospettive nuove ai gruppi che rivendicano l’indipendenza delle varie realtà locali, come già si vede chiaramente in Veneto.

La scelta dei catalani è stata coraggiosa e in qualche modo inevitabile. Le conseguenze che potrebbero derivare da quell’appuntamento referendario possono però andare anche ben oltre gli intenti di Artur Mas e degli altri leader indipendentisti. Il crollo del muro di Barcellona potrebbe annunciare un anti-Risorgimento e, con esso, la fine di ogni progetto di uno Stato centralizzato europeo.

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