In questa convulsa società italiana che pare condannata a un inesorabile declino e che continua a ruotare attorno alle logiche di una politica politicante, il prossimo appuntamento elettorale riguarda la Regione Sardegna e – ne sono tutti persuasi – anche stavolta tutto sarà letto in termini “romani”. Opinionisti e analisti proveranno a vedere quanto guadagna Berlusconi stando all’opposizione del governo Letta, quanto può aiutare il Pd avere trovato un segretario rottamatore, cosa varranno in termini di voti gli scissionisti del centro-destra, e via dicendo.

È facile prevedere che la Sardegna non interesserà nessuno: neppure a molti sardi, che a causa di un’informazione nazionalizzata hanno il corpo sull’isola e la testa a Roma (Saxa Rubra) o a Milano (in via Solferino).

Sarebbe invece una buona cosa che questa terra, tanto bella quanto penalizzata da una storia troppo segnata da conquiste e domini, provasse a chiedere una sola cosa: il diritto a decidere del proprio futuro. Il diritto a essere libera, a governarsi da sé, a tassarsi e gestire in proprio le risorse prodotte. E tutto questo per ridurre quella presenza di Stato, politici, burocrati, aiuti assistenziali e apparati parassitari che impedisce alle tante forze vive dell’isola di esprimersi appieno.

Qualche mese fa in Veneto è stata depositata una proposta di legge regionale, primo firmatario Stefano Valdegamberi (eletto in consiglio regionale nelle liste dell’Udc) per un referendum consultivo con un quesito molto semplice, che chiede ai cittadini se vogliono essere indipendenti o restare all’interno della Repubblica italiana. Una richiesta secca: basata sui principi fondamentali di ogni ordinamento civile, e non dissimile da quella a cui risposero anni fa gli elettori del Québec e a cui dovranno presto rispondere gli elettori della Scozia.

Venezia è stata libera e potente per undici secoli. La storia della Sardegna è diversa, e registra molti più soprusi che libertà. Ma esiste sempre un momento in cui la storia può prendere una strada diversa.

Forse è il momento che i candidati sardi di destra, sinistra, centro e via dicendo pongano pure loro al centro della discussione questo tema cruciale: istituzionale per eccellenza. Si tratta di vincere la logica della “dipendenza”, essere responsabili, capaci di disporre di sé, chiamati a dare il meglio, pronti a vincere le sfide più difficili.

Se non ora, quando?

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