Sull’ultimo numero del settimanale ticinese “Il Caffè” viene affrontata una questione di fondamentale importanza per il cantone in cui vive la grande maggioranza degli svizzeri di lingua italiana, e cioè il rapporto tra Berna e la periferia. Nell’affrontare tale tema il giornale dà voce a molte personalità della politica e della cultura con l’intenzione di scavare sulle ragioni delle crescenti difficoltà che caratterizzano la relazione tra il Ticino e la Confederazione, ma la lettura dei vari pareri può soltanto suscitare delusione e perplessità.

Da una parte, infatti, taluni ritengono che il cantone italofono dovrebbe pesare di più nelle decisioni comuni e ricevere maggiori attenzioni da parte del potere centrale. Per ottenere questo risultato, ad esempio, si pensa che i ticinesi dovrebbero sostenere il passaggio da 7 a 9 ministri federali, così da poter rivendicare con successo la presenza permanente di un italofono nel governo di Berna. Altri sostengono poi l’esigenza per gli svizzeri italiani di acquisire un profilo più aperto e in qualche modo più progressista, facendosi coinvolgere maggiormente nelle vicende federali e diventando così sempre più in grado di influenzarle.

Dall’altro lato c’è chi, invece, ritiene che queste lamentele siano ingiustificate, dato che già ora i ticinesi riceverebbero dalla federazione vari sostegni, aiuti e via dicendo. La lingua italiana – anche se parlata solo da un numero limitato di confederati – ha uno statuto molto alto, per non parlare dell’importanza (in investimenti e dipendenti) della Radio-televisione nella lingua di Dante. E poi c’è chi ricorda i finanziamenti a favore del traforo del Sempione e altro ancora.

C’è insomma chi afferma che il Ticino dovrebbe avere di più dagli altri e chi, opponendosi, ritiene che già ora riceve moltissimo. Il dibattito però si muove – da entrambe le parti – entro logiche convenzionali e statuali, che hanno ben poco di autenticamente elvetico.

Sia chiaro: comparativamente, la realtà svizzera resta assai da preferire a quella dei grandi Paesi che la circondano. Nel mondo dei cantoni la pressione fiscale resta inferiore che in Germania, in Francia o in Italia; le autonomie sono più solide; le diversità maggiormente rispettate. Ma questo dibattito sembra confermare un triste processo di omologazione.

In una vera società federale i componenti il patto assegnano alla federazione solo quello che essi ritengono opportuno attribuire a quel livello: sempre potendo richiamare a sé ogni potere e sempre potendo smettere di finanziare dati servizi (che a quel punto la comunità locale smetterebbe di ricevere). In una vera società federale la redistribuzione è ridotta al minimo, così che nessuno può vivere delle risorse altrui o sentirsi danneggiato dal sistema delle assegnazioni delle risorse: come invece avviene nei Paesi centralizzati.

Le tensioni in atto nell’universo ticinese testimoniano allora come sia sempre più difficile, in Svizzera, ritrovare lo spirito del federalismo più autentico basato sulla libertà degli attori locali e su patti liberamente sottoscritti. Sembra che quasi nessuno chieda che il Ticino possa tenere le proprie risorse e amministrarsi da sé, avendo con Berna un rapporto meno significativo.

D’altra parte, quando anche in Svizzera si inizia guardare a questa o quella realtà come a una “minoranza”, è chiaro che molto dello spirito originario è venuto meno e la difformità tra la confederazione e gli Stati nazionali si sta riducendo sempre più. In una realtà davvero basata sull’autogoverno non è possibile parlare di una maggioranza germanofona, né vi sono minoranze francofone o italofone. Sia chiaro: gli svizzeri sono ancora in tempo a frenare tale processo, ma perché questo avvenga è necessario un serio ripensamento culturale del sistema federale e delle logiche che lo sostengono.

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