Nelle scorse ore la Provincia di Pavia – sulle orme di quella di Brescia, quella di Lecco, quella di Monza e Brianza, quella di Milano – ha approvato una mozione che chiede l’avvio in Lombardia di un processo volto a interpellare la popolazione in merito alla scelta tra status quo e istituzioni nuove e indipendenti. In sostanza, anche la provincia pavese accoglie il senso del progetto lanciato dal Comitato Lombardo Risoluzione 44 (CoLoR44), un gruppo di cittadini che intende mettere in moto un processo analogo a quello che sta delineandosi in Veneto.

In sostanza oltre a 22 comuni, sono già 5 le province lombarde che hanno accettato la logica democratica e referendaria, nella convinzione che istituzioni basate sul voto non possano sottrarsi a consultazioni che mettono in discussione quanto vi è di più fondamentale: l’opportunità o meno di stare assieme.

Il voto di Pavia è interessante, perché questa provincia ha un’amministrazione di centro-sinistra, ma la mozione (proposta dai leghisti) è passata con i voti della Lega, del Pdl (Forza Italia), di due consiglieri di maggioranza e del presidente del Consiglio. In buona sostanza, assenze e defezioni hanno permesso a un’iniziativa avanzata dalla minoranza di trovare i voti necessari per l’approvazione.

Come è stato possibile? Un elemento va tenuto presente, e cioè che il movimento per l’autodeterminazione fa appello a principi che non è facile rigettare. I veneti di Plebiscito e Indipendenza Veneta, così come i gruppi che anche in Lombardia e altrove stanno costituendosi, chiedono soltanto che venga riconosciuto di diritto di votare. A Pavia non se la sono sentiti di dire di no. Succederà lo stesso anche in molte altre istituzioni.

 

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