Ci proverà, e non è sbagliato. Il premier Matteo Renzi proverà a ridurre il numero degli F35, dimezzando il quantitativo (da 90 a 45) che l’Italia comprerà. Non sarà facile convincere gli americani, ma è bene tentarci e provare a ottenere almeno una riduzione dell’impegno finanziario.

La scelta è condivisibile perché l’Italia ha una emergenza su tutte: e questa emergenza si chiama “spesa pubblica e tassazione”. Nella situazione in cui si trova, ogni riduzione delle uscite statali è importante. Per giunta sappiamo che la protezione dell’Italia non è garantita dalle dimensioni o dalla qualità del nostro esercito. Ciò che impedisce a Putin o ad altri d’invaderci è il nostro essere parte di un sistema di alleanze: il nostro essere nella Nato e alleati degli Usa.

Di fatto Renzi ha gettato la maschera e ha in qualche modo riconosciuto tutto questo. Forse però non ha tenuto in considerazione le implicazioni di lungo periodo.

Da cosa cerca di trarre giustificazione lo Stato? Dalla protezione. Ma ora siamo in presenza di istituzioni statali che in larga misura hanno abdicato a tale compito. Questo è particolarmente significativo in rapporto all’Italia, dato che l’idea di unificare le varie realtà storiche è sempre stata associata (fin da Machiavelli, se si vuole) a questa idea.

L’Italia – lascia intendere Renzi – da tempo non è un’istituzione volta a proteggere gli italiani, che in effetti  non sono meglio protetti da invasioni militari dei cittadini del Lussemburgo o della Danimarca. Ma l’Italia a cosa serve, allora? A finanziare il Cnel? A gestire le poste? A tenere in ordine il catasto o avviare indagini sul pericolo terrorismo rappresentato dagli indipendentisti veneti?

Renzi  ci ha detto che l’Italia, da tempo, non serve a difenderci alla minaccia rappresentata dagli eserciti stranieri. Senza volerlo, però, in qualche misura ha lasciato pure intendere che l’Italia non serve  a nulla.

 

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