Si può essere contro l’Europa con buoni argomenti, e anche con pessimi.

Il rinnovo del Parlamento europeo probabilmente manderà un segnale molto chiaro alle classi politiche del Vecchio Continente e a quell’euroburocrazia che, da Jean Monnet in poi, è impegnata nella costruzione di un super-potere centralizzato, lontano dai cittadini, voltato a moltiplicare l’azione coercitiva e a ridurre le libertà individuali.

Da tempo l’Unione è più all’origine di problemi che non di soluzioni. E se molti liberali sono euroscettici è perché l’Ue ha rovinato l’agricoltura europea con l’assistenzialismo e il protezionismo, è intrusiva e illiberale con direttive che restringono l’autonomia dei singoli e la libertà di mercato, è minacciosa con il suo progetto di un’armonizzazione crescente della regolazione e dei sistemi fiscali. (Ho già affrontato alcuni di tali temi in questo articolo, apparso nei giorni scorsi sul quotidiano on-line “L’Intraprendente”).

Liberali e libertari ritengono che l’Europa sia stata grande, in passato, proprio grazie al fallimento di Carlo Magno, Federico Barbarossa, Carlo V, Napoleone e Hitler. Quanti hanno provato a unificare l’Europa non ci sono riusciti e la molteplicità degli ordinamenti ha sempre permesso la più ampia concorrenza e varietà, spingendo le classi politiche a moderare le proprie pretese. Quando oggi la Francia è troppo esosa, un’impresa di Strasburgo può spostarsi a Colonia, sfuggendo con una certa facilità alla rapina fiscale parigina. Ma l’armonizzazione voluta da Bruxelles punta proprio a evitare questo genere di comportamento, che in qualche modo vincola l’arbitrio dei governanti.

Gli argomenti liberali contro l’unificazione europea, allora, sono molti e assai solidi.

Purtroppo l’euroscetticismo in genere è alimentato da altro. Il più delle volte i nemici di Bruxelles sono tali perché prigionieri di logiche nazionalistiche, senza comprendere come esista un legame assai forte tra sciovinismo patriottico e unificazionismo europeo. In fondo, Bruxelles sta tentando di realizzare in Europa quello che Parigi – nel corso di secoli e secoli – ha fatto in Francia, cancellando il diritto all’autogoverno della Provenza, della Bretagna, dell’Alsazia, della Corsica, della Normandia e via dicendo, e soprattutto distruggendo in larga misura le libertà degli individui. L’Ue è una sorta di proiezione mostruosa degli Stati nazionali e in larga misura ne replica le logiche. Essa è stata creata dagli Stati nazionali e non a caso avversa ogni progetto di autodeterminazione: dalla Scozia alla Catalogna, dalle Fiandre al Veneto.

Quello che si è detto per l’Europa lo si può ripetere per l’euro.

I liberali sono contrari alla moneta comune perché è stata creata dagli Stati, in modo del tutto artificiale, sottratta a quella competizione tra valute che è la sola condizione per avere monete affidabili. In secondo luogo, è una facile previsione quella di chi sostiene che presto la Banca centrale europea userà l’espansione monetaria per venire in soccorso di quanti (l’Italia, in primo luogo) devono fare  conti con debiti pubblici insostenibili. E l’espansione monetaria è essenzialmente una redistribuzione di ricchezza da taluni ad altri: senza alcuna giustificazione e legittimità.

L’euro è un errore, anche se in questi anni ha garantito all’Italia e a qualche altro Paese bassi tassi di interesse sul debito e, di conseguenza, ha permesso significativi risparmi. Ma anche qui quanti sono contro l’euro lo fanno perché vogliono tornare a manipolare la moneta in maniera del tutto discrezionale. I fautori della lira vorrebbero ripristinare le cosiddette svalutazioni competitive: quelle rapina legali che distruggono i risparmiatori e beneficiano gli indebitati, eliminando quella stabilità della moneta che è una delle condizioni necessarie ad avere un’economia sana.

Lo scenario, alla fine, è quindi abbastanza disastroso, perché vede opporsi una tecnocrazia di politici e funzionari (i fanatici dell’Europa e dell’euro, fideisticamente convinti – come ha detto Matteo Renzi – che l’Europa sia “un destino comune”, qualcosa a cui non ci si può sottrarre) a cui si oppone quasi esclusivamente un coacervo di politici e intellettuali o presunti tali (pensi agli esponenti di quella teoria economica del tutto risibile che va sotto il nome di MMT) fondamentalmente votati al populismo e al nazionalismo.

Divisa in sostanza tra due statalismi, è difficile che l’Europa se la passi bene: e in effetti la situazione è alquanto drammatica, mentre l’intero continente va declinando. Ovviamente la storia è aperta e in particolare offre qualche ragione di speranza il possibile disgregarsi di realtà come il Regno Unito, la Spagna, il Belgio e l’Italia. Se il 2014 si rivelasse una sorta di rovesciamento del 1848, una specie di contro-risorgimento di taglio antinazionalista, anche la direzione dell’Europa potrebbe mutare in maniera significativa.

Molto dipende da noi e da cosa sapremo fare.

 

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