All’interno di un museo d’arte contemporanea ogni visitatore, anche senza chiaramente tematizzarlo, si trova dinanzi alla difficoltà di non sapere dove posare lo sguardo e su cosa fissare la propria attenzione. L’estintore appeso al muro è parte della mostra oppure è unicamente chiamato a svolgere la sua funzione in caso di incendio? La parete dipinta parzialmente in bianco e parzialmente in giallo è semplicemente uno sfondo su cui apporre quadri o altri oggetti, oppure è un’opera di qualcuno che si richiama a Piet Mondrian o altri ancora? E così la sedia in legno, il tavolo e altri oggetti.

Questo spaesamento la dice lunga su cosa è successo nel corso del Novecento.

Molto semplicemente, le avanguardie hanno dissolto le regole: non si sono limitate ad arricchire il linguaggio, a modificarlo, a innovarlo, immettervi altri stilemi. Hanno finito per distruggerlo. L’orinatoio di Marcel Duchamp è uscito dalle toilette e ha perso la sua funzione originaria: ora non attende che qualcuno possa usarlo per liberarsi dei liquidi in eccesso, ma pretende un’attenzione ammirata da parte di un pubblico da vacanze intelligenti. Quel cesso esposto al pubblico è il trionfo della democrazia moderna quale culto dell’eguaglianza, perché ciò che è alto diventa basso e ciò che è basso pretende di essere considerato alto.

Di tutto questo, è facile prevederlo, resterà ben poco. Certamente vi sono oggetti (le tele tagliate, lo sterco in scatola, il volto di Mao riprodotto in molteplici colori) che sono ormai parte della storia, ma difficilmente entreranno in un canone estetico destinato a durare e, legati come sono al gusto della provocazione, fatalmente invecchieranno male. Un po’ come le musiche per intonarumori scritte da un futurista come Luigi Russolo. L’arte esige novità e capacità di sorprendere, poiché l’accademismo è la negazione dello spirito creativo, ma il nuovo per il nuovo è l’impossibilità della comunicazione. Se possiamo passare qualche minuto dinanzi a una sedia e poi scopriamo che un addetto del museo la usa per riposarsi un po’, ciò attesta che siamo in una Babele in cui tutto è possibile e nulla ha consistenza.

Le élite della tarda modernità occidentale continuano certo a stare al gioco e seguitano a dar credito all’idea che anche il nostro tempo abbia i suoi Caravaggio, ma questo non basta a garantire un vero futuro a larga parte della produzione artistica dell’ultimo secolo. Uomini anche intelligenti spesso sbagliano e non si deve pensare che gli alchimisti o i marxisti fossero tutti sciocchi o imbroglioni. Questo vale per l’arte e non solo, perché la filosofia contemporanea conobbe la propria Waterloo in occasione del celebre Sokal hoax, quando il fisico Alan Sokal inviò un testo senza alcun senso – ma in stile postmoderno – alla rinomata rivista accademica “Social Text” (nel cui board figuravano nomi come Frederic Jameson e Andrew Ross) e si vide pubblicare quello scherzo. Non dimentichiamo che il falso Ossian affascinò molte grandi menti della fine del diciottesimo secolo e che, più di recente, i migliori critici d’arte diedero credito ai Modigliani fasulli prodotti in un garage da alcuni giovani burloni.

È possibile che oggi non vi siano artisti autentici o che il numero sia davvero molto modesto? È possibile, certamente è possibile. D’altra parte, la polvere si è posata su tanti autori del passato e anche su intere epoche (chi oggi toglie dagli scaffali questo o quel testo della letteratura italiana del Seicento?): è possibile che ci sia giusta polvere anche per questa rituale e accademica rincorsa a un nuovo apparentemente sempre diverso che alla fin fine è sempre uguale e terribilmente ripetitivo.

A ben pensarci, non si tratta solo dell’arte. La nostra stessa esistenza (la vita pubblica, la condotta morale, l’appartenenza a questa o quella confessione) è dominata da una simile confusione. Avevamo regole forse inadeguate e abbiamo deciso di sbarazzarcene, senza però avere la forza di rifondare la nostra vita in altro modo e su altre basi. Per questa ragione siamo smarriti, costretti a scegliere tra un vecchio mondo in cui non riusciamo più a stare e uno nuovo in cui tutto è possibile e nulla pare avere consistenza.

Il vacuo egualitarismo dell’arte contemporanea che ha preteso di elevare ciò che è basso, nella convinzione che nulla valga davvero, ci parla allora direttamente di noi stessi: ben oltre l’arte stessa e la sua crisi. Ci mostra di un Occidente confuso che si rispecchia nel disordine delle nostre anime.

 

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