Sarà stato il 1977, o forse il 1978. Un mio compagno di liceo, autentico cervellone in fisica e già allora proiettato verso la ricerca in ambito elettronico, mi chiese una sorta di consulenza per predisporre un meccanismo generatore di musica a partire da qualche formula elementare. Gli fornii volentieri una melodia (se non ricordo male, gli diedi una serie dodecafonica) e in breve egli tornò da me con una registrazione di musica sintetica che né io né lui, in senso stretto, avevamo scritto.

Entrambi avevamo il senso del limite, e del ridicolo, e lasciammo cadere la cosa. D’altra parte, la musica era noiosa… più noiosa di una zuppa di produzione industriale e meno bella di una canzonetta scritta con la mano sinistra.

Quella piccola cosa mi è tornata però alla mente dinanzi a un oggetto visto in una recente mostra d’arte contemporanea: un aggeggio che spruzza inchiostro – in maniera sostanzialmente caotica, senza alcun vero controllo umano – su una tela. Per creare cosa? Non un’opera, direi, poiché non si dà opera senza operatore… e una macchina non è un operatore. Per fare emergere un “qualcosa” che attesti essenzialmente un’assenza. L’assenza dell’artista, e quindi del senso, e quindi della realtà ecc.

Naturalmente tutto questo è molto noto e tante volte già sentito. La fine della creazione artistica a partire dalla fine del soggetto, il venir meno della gerarchia tra bello e non bello, la dissoluzione del rapporto tra un autore onnipotente e un fruitore succube ecc. Va bene: c’è un intero repertorio di argomenti che il Novecento – un secolo finito da un pezzo, ormai – ha sfornato per barattare come nuove più o meno le stesse cose. In musica chi conosce John Cage e gli stessi post-weberniani ha presente come non ci sia proprio nulla di nuovo sotto il sole. Giocare a dadi per scegliere le combinazioni musicali o azionare una specie di pennello impersonale non sono, alla fine, operazioni tanto diverse.

La macchina che produce da sé opere celebra l’assenza (del soggetto umano), ma resta un fatto abbastanza sconcertante: che questa assenza continua a chiedere attenzione. Se quella macchina non produce opere, perché esibirla? E perché mostrare quanto in maniera del tutto insignificante (senza un’azione umana non c’è la possibilità di un significato) quella macchina ha in qualche modo prodotto?

Tutto questo valeva anche per Cage. Se l’arte è finita e il soggetto non esiste, e se sono musica i rumori che vengono da un porto esattamente come qualsiasi altro insieme di suoni, perché mai registrare il confuso miscuglio delle sirene dei vaporetti, delle voci degli scaricatori e ogni altro avvenimento similmente casuale?

La contraddizione è palese, ma è solo una delle tante contraddizioni dell’arte del nostro tempo. In fondo quando nel 1962 (più di cinquant’anni fa… e molte mostre continuano a ruotare attorno a queste cose, a offrire variazioni sul tema… ) Andy Warhol propose le 32 immagini della zuppa Campbell, cosa fece? Ci mostrò quello che chiunque poteva vedere in un qualunque supermercato americano. Ok: l’arte non c’è più e la pop art ha celebrato la democrazia dell’appiattimento. Può piacere o no, convincere o meno, ma perché mettere tutto questo in una mostra? Non c’è già sugli scaffali dei grandi magazzini?

Il paradosso esiste. L’artista si nega e s’impone al tempo stesso. Gioca la propria carta con posa “intellettuale” – più o meno intellettuale… suvvia: ormai siamo tutti vaccinati – e al tempo stesso smentisce nei fatti quanto va proclamando. L’arte sarà pure morta, ma l’artista è vivo e vegeto. Spesso ha moglie e figli, un mutuo da pagare, l’ambizione di comprarsi una seconda casa al mare. E poi il mercato dell’arte è lì a chiedere “nomi” (ma l’arte contemporanea non celebra la fine del soggetto?) e perfino opere. Tutti sono in cerca, è bizzarro…, di nuovi capolavori la cui quotazione salga con il tempo.

In questo senso, il paradosso è positivo. Nonostante la povertà del concettualismo che vaga da una mostra all’altra, nonostante la cronica e inevitabile carenza di lavori di qualità (per quale ragione dovremmo avere artisti ovunque? la società democratica può regalare a chiunque il diritto di voto, ma non il genio e la creatività), il mercato dell’arte sta lì a difendere l’opera e chi la fa emergere dal nulla. Un decostruzionismo maldigerito rimbalza nei vari cataloghi, ma la realtà è più forte delle parole: Herr Schmidt e Mr. Lewis si propongono quali pittori, scultori, creatori ecc. e vogliono in qualche modo renderci partecipi della qualità di quanto hanno fatto.

La logica del marcato, che ha un suo “realismo” strutturale, difende il soggetto e quanto egli produce. Le troppe parole dei critici tra qualche anno scompariranno. Alcune (poche, come sempre) delle creazioni del secolo attuale continueranno a essere osservate e apprezzate, a suscitare emozioni e interrogarci nel profondo.

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