Alla Galleria d’Arte Moderna di Milano è stata aperta lo scorso 8 ottobre (chiuderà a inizio febbraio) una personale dedicata ad Alberto Giacometti, che offre la possibilità di ammirare 60 opere provenienti dalla Fondazione Alberto e Annette Giacometti di Parigi. Quello che viene offerto è un percorso che conduce dagli esordi, piuttosto tradizionali e tardo-impressionisti, fino ad alcune tra le migliori opere dell’autore maturo, dotato di un linguaggio personale e compiuto.

Nato nei Grigioni nel 1901, Giacometti si trasferisce presto a Parigi, dove entra in contatto con le avanguardie artistiche del tempo, che l’interessano e l’influenzano in profondità. E così la mostra offre la possibilità di ammirare opere profondamente influenzate dal cubismo, dal primitivismo, dal dadaismo e dal surrealismo. In particolare, un lavoro come la “Boule suspendue” fu individuato da André Breton come una delle formulazioni più esatte della poetica surrealista. Per Breton, d’altra parte, l’artista svizzero era dotato di qualità uniche: un poeta “dont la sensibilité est à mes yeux sans égale”.

Più e meglio di altri, in quella fase egli avrebbe saputo intendere quegli “objets à fonctionnement symbolique” che stanno in qualche modo al cuore della poetica surrealista come la guerra o la velocità erano al centro dell’ideologia futurista alcuni anni prima.

Ma che ne sarà del rapporto tra Giacometti e il surrealismo?

La mostra prosegue dandoci la possibilità di ammirare un artista che trova sempre meglio la propria intonazione originale: anche senza disporre di un “manifesto” e anche senza giocare in truppa entro una squadra o un movimento. Le opere successive si focalizzano, in forme che pure attestano quanto siano state significative le esperienze giovanili, sulla figura umana e sul volto. Non più e non tanto oggetti, cose, simboli, allusioni, connessioni misteriose, ma lo sforzo di scavare nel corpo e nello sguardo: provando a ripercorre, da uomo del proprio tempo, le strade più antiche.

D’altra parte nel 1934 Giacometti era stato espulso dal movimento surrealista per avere fatto qualche ritratto. “Espulso”: come può succedere in una setta o in un movimento. L’arte ridotta a poetica, e cioè a ideologia, non poteva accettare l’anticonformismo autentico di uno spirito creativo che sapeva guardare al passato se gli serviva a immaginare il futuro.

Fosse rimasto ancorato a una qualche astrazione intellettuale più o meno rivoluzionaria a parole (ma sostanzialmente repressiva e conservatrice: di fatto prigioniera di un nuovo conformismo), Giacometti non avrebbe ricercato la sua verità in quelle figure esilissime che sono il suo tratto espressivo più originale, non avrebbe elaborato la sua singolare poesia, non sarebbe diventato l’artista che è.

La storia ha le proprie ironie. Breton aderì al partito comunista francese nel 1927 e poi procederà all’espulsione di Giacometti (ma anche di Dalì e altri). Ma nel 1933 sarà a sua volta espulso, da quel Pcf che pochi anni dopo continuerà a pubblicare il proprio quotidiano, “L’Humanité”, in una Parigi occupata dai nazisti. D’altra parte, il Novecento ha insegnato che chi epura prima o poi viene epurato, ma le opere di Giacometti – al di là di ogni astratto manifesto, al di là di ogni ideologia mortifera e di ogni caserma intellettuale – restano vive a testimonianza di una individualità forte e di una espressività del tutto personale.

Tag: , , , , , ,