In questi giorni i presidenti di due tra le più inquiete e insoddisfatte aree del Vecchio Continente, Luca Zaia (presidente del Veneto) e Artur Mas (presidente della Catalogna), stanno giocando partite molto diverse, anche rappresentative della distanza che separa i dibattiti politici che caratterizzano le due comunità, oltre che della maturazione delle distinte classi politiche.

Zaia ha inviato una lettera ai parlamentari veneti eletti a Roma invitandoli a fare il possibile perché – nella discussione di questi giorni sulla riforma della Costituzione – si inserisca anche un emendamento che collochi il Veneto tra le regioni a statuto speciale. Lo schema è quello di incamminarsi verso la conquista di limitate autonomie, nella convinzione che un uovo oggi (lo statuto speciale) sarebbe meglio di una gallina domani (l’indipendenza). Un Veneto simile al Friuli? Questa sembra l’ipotesi su cui Zaia vuole giocare le sue carte per affrontare e risolvere i gravi problemi della società veneta.

Di altro tipo è la discussione che ha luogo a Barcellona, dove non molte settimane fa si è tenuto un coraggioso referendum (autogestito) che ha sfidato il potere di Madrid ponendo con forza la richiesta del diritto dei catalani a decidere nelle urne se restare in Spagna o dare vita a una Catalogna indipendente. E martedì 13 gennaio il presidente di CiU comparirà davanti alla Camera catalana per fare un bilancio della prima metà della legislatura e – con ogni probabilità – per illustrare anche l’accordo raggiunto con il suo (spesso scomodo) alleato indipendentista di sinistra, l’ERC di Oriol Junqueras.

L’ultim’ora annuncia in effetti un accordo tra CiU e ERC. Mas avrebbe ottenuto che alle prossime elezioni per il rinnovo della Generalitat – che nei fatti sarà trasformato un referendum tra Spagna e indipendenza – vi sia una lista unica, da lui guidata, che riunirà tutti gli indipendentisti, mentre Junqueras avrebbe comunque ottenuto di andare a un voto anticipato: subito a marzo. Se le cose stessero così, la strada verso una Catalogna libera si farebbe davvero in discesa o, quanto meno, si avrebbe un’ulteriore accelerazione della corsa verso la separazione da Madrid.

In Catalogna hanno compreso che gli Stati nazionali stanno disfacendosi e le (legittime) ambizioni personali o di partito coltivate da Mas o Junqueras non intralciano più che tanto un processo che si muove speditamente verso il pieno riconoscimento dell’autodeterminazione.

A Venezia il presidente Zaia non ha lo stesso coraggio, né un’analoga visione strategica. Oggi pare avere non troppe difficoltà ad essere rieletto presidente grazie ai consensi neo-nazionalisti della Lega Nord-Centro-Sud di Matteo Salvini e grazie alla debolezza degli avversari in campo. Propone una specialità che da un lato è oggettivamente impossibile da ottenere e che dall’altro sarebbe soltanto un’aspirina data a un malato di tumore. Mentre è realistico prospettare un’indipendenza veneta post-italiana, è velleitario immaginario un Veneto autonomo in un’Italia sempre unita.

Allora ci sono solo due possibilità: o Zaia cambia linguaggio e si sintonizza con i tempi (come fece lo stesso Mas due anni fa), oppure il Veneto continuerà a rincorrere sogni impossibili, sterili, improduttivi.

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