Il prossimo 28 aprile la Consulta vaglierà la costituzionalità – a seguito di un’iniziativa del governo Renzi – della legge regionale del Veneto che, qualche mese fa, ha deciso di offrire alla popolazione veneta la possibilità di essere interpellata in un referendum consultivo che mette a tema la scelta tra restare in Italia oppure dare vita a un Veneto indipendente. Il referendum avrà valore solo consultivo, perché la discussione costituzionalistica sull’articolo 5 è accesa e molti giuristi sostengono che la Costituzione italiana non sia sufficientemente liberale da permettere un voto deliberativo su tali materie.

Eppure anche un referendum che si limiti a chiedere un’opinione è oggi avversato dal governo di centro-sinistra, che non ha perso tempo e ha subito impugnato la legge votata a larga maggioranza dall’organismo di rappresentanza dei veneti. Quasi nessun organo di stampa nazionale aveva parlato del voto tenutosi in Consiglio regionale a Venezia, ma Renzi è stato prontissimo nel prendere l’iniziativa. È curioso come l’ipotesi della secessione veneta sia del tutto ignorata e al tempo stesso, in maniera assai evidente, molto temuta. (Proprio in difesa del diritto del Veneto a riconquistare la propria indipendenza ho scritto un breve pamphlet, con la speranza di contribuire a tenere viva la speranza che la richiesta di votare proveniente da Venezia sia rispettata.)

Per certi aspetti, però, la questione più paradossale è un’altra. Perché è curioso vedere come molti tra quanti difendono i vignettisti di “Charlie Hebdo” non abbiano alcuna vergogna a condividere l’iniziativa censoria avviata dal governo. Eppure si tratta, in un caso come nell’altro, di libertà di espressione.

Cosa hanno fatto, e si spera continueranno a fare anche in futuro, i vignettisti del giornale francese? Satira: ironizzando su Gesù Cristo, su Allah, sul papa, su Maometto e via dicendo. Ironie (talvolta anche pesanti e inopportune) su tutto e su tutti: come deve essere più che lecito in una società libera. L’Occidente ha costruito la propria libertà di parola non perché si potessero dire cose che piacciono a tutti, condivise, ben pensate, meglio espresse. No: la tolleranza va esercitata soprattutto nei riguardi delle tesi più contestabili ed espresse nelle forme più scorrette. Ma se hanno diritto di parola gli autori di satira, per quale motivo non dovrebbe averla chi, in Veneto, vuole mettere nero su bianco la sua preferenza per l’unità italiana o per l’indipendenza veneta?

Una società libera si basa su relazioni volontarie: e non a caso a Londra hanno accolto la richiesta del parlamento scozzese di votare sui confini. Quello di poche settimane fa non era un referendum consultivo, poiché se gli “yes” avessero prevalso, oggi la Scozia sarebbe uno Stato indipendente. Chiedere al potere romano di avere la stessa apertura mentale di un Cameron è troppo. Il Regno Unito non ha conosciuto il fascismo, né il maggiore partito comunista dell’Occidente: e in queste cose si vede.

È però bizzarro che gli stessi personaggi che un giorno sì e l’altro pure, nelle ultime due settimane, hanno voluto insegnarci cos’è la libertà e cos’è la tolleranza difendendo le buone ragioni di “Charlie”, non vogliano che i veneti possano confrontarsi in una campagna elettorale che condurrà a un voto e, di conseguenza, alla libera espressione delle loro opinioni.

Siamo alle solite. Per la cultura progressista ci sono libertà che vanno riconosciute solo ad alcuni e, in particolare, la libertà di parola va tutelata solo quando è usata per dire quello che piace ai padroni del vapore. Osservando come si muovono Renzi e i suoi, “Je suis Charlie” non sarebbe traducibile in veneto. Ne siamo proprio sicuri?

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