Interpellato qualche anno in merito a quale fosse il miglior regime politico apparso sulla scena della storia (quello che meglio favorisce lo sviluppo civile), il filosofo liberale anglo-ungherese Anthony de Jasay non ebbe dubbi nell’affermare che si trattava dell’antica Repubblica di Venezia. In effetti, la Serenissima è durata tanto a lungo e ha giocato un ruolo così significativo proprio grazie al suo mirabile equilibrio di elementi aristocratici, borghesi e popolari. Una saggezza istituzionale che si è tradotta in un’economia florida e, di conseguenza, in una formidabile fioritura artistica. La storia di Venezia è una delle migliori eredità della civiltà europea: come nel caso di Firenze, Amsterdam, Siena, Bruges e altre città che tanto hanno dato alla cultura occidentale.

Questo spiega perché, in queste giorni, in Laguna vi sia un notevole disappunto di fronte al progressivo stravolgimento del Museo Correr, che ha deciso di dedicare crescenti spazi all’età napoleonica, al dominio austriaco e all’unificazione sabauda. Così, nell’ultima domenica di Carnevale, domani 15 febbraio, alcuni veneziani manifesteranno “in maschera” proprio all’ingresso del palazzo un tempo detto delle Procuratie, e questo nella speranza che chi gestisce questa istituzione torni sui propri passi. La loro idea è che quanti dimenticano il passato, disconoscendone la grandezza, non possono avere un futuro.

Il museo di piazza San Marco fu creato nel 1830 a seguito della donazione fatta da un patrizio veneziano (Teodoro Correr, nella cui famiglia figura anche un papa, Gregorio XII) allo scopo di dare testimonianza a una storia cittadina lunga e luminosa. La specificità veneziana non è nel dominio francese o in quelli successivi ed è assurdo, agli occhi di tanti veneziani, che non lo si sappia riconoscere.

Una vera tutela del patrimonio storico-artistico non può permettersi, allora, di snaturare una realtà come il Correr. E come non si prendono i libri già appartenuti a uno studioso e li si distribuiscono tra dieci diverse biblioteche (dissolvendo l’unità di quella raccolta e il senso culturale di quella collezione), analogamente non è ammissibile che si stravolga l’identità di un museo che da sempre si caratterizza per la maniera in cui illustra ai visitatori l’epopea della Serenissima.

Ha senso che, proprio a Venezia, si ammiri una statua di Napoleone, qualche ambiente dedicato a Sissi e Cecco Beppe, alcuni cimeli dei Savoia? Forse che Venezia è diventata un’appendice di Parigi, Vienna o Torino?

Conservare un capitale storico e culturale significa permettere, al pubblico, di cogliere la peculiarità di quel monumento e del contesto in cui si colloca. Né è un buon argomento quello usato da chi sostiene che in tal modo si illustrerebbe la continuità della storia veneziana. Un museo Correr che ospitasse qualche fotografia di Massimo Cacciari e Giorgio Orsoni oppure le immagini di George Clooney in occasione del suo recente matrimonio veneziano sarebbe semplicemente un’altra cosa. Esattamente come ora è snaturato dalla presenza di cimeli di epoche successive ai dieci secoli della Serenissima Repubblica.

Venezia è unica ed è riconosciuta come tale in ogni angolo del mondo. Curioso che solo certa intellighenzia italiana sia incapace di comprenderlo.

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