La filosofia libertaria ha formulato una serie di critiche, anche molto nette, nei riguardi dello Stato moderno. Vari autori di questa tradizione evidenziano in particolare come sia essenzialmente illegittima un’istituzione che non vive del libero consenso (come fanno chiese, comunità, imprese e via dicendo), ma che al contrario s’impone con la violenza. Mentre ognuno di noi compra i servizi di questa o quella compagnia telefonica se liberamente ha firmato un contratto con una ben precisa azienda, lo Stato vive di costrizione. Una tale obiezione di carattere etico, che evidenzia il carattere violento del potere statale, è fondamentale. Ma si possono muovere pure altre contestazioni.

In particolare, bisogna ricordare come la civiltà si sviluppi attraverso divisione del lavoro e specializzazione. Nei piccoli gruppi del Paleolitico l’umanità non era ancora divisa in soggetti aventi funzioni diverse, ma in seguito ha iniziato a crescere e civilizzarsi quando qualcuno è diventato allevatore, qualcun altro sarto, qualcun altro ancora fabbro o muratore o insegnante e via dicendo. L’avvento del mercato accompagna questo perfezionamento della vita sociale, grazie al quale oggi abbiamo conoscenze scientifiche e capacità tecnologiche che diversamente sarebbero indisponibili.

Il nesso tra civiltà e mercato è cruciale, e nel mercato nessuno fa tutto. Il Silvio Berlusconi imprenditore ha fatto case, prima, e televisioni, dopo. Essenzialmente si è specializzato in questi ambiti e non si è sognato di produrre motorini o mortadelle. Ma il Silvio Berlusconi politico, data la struttura dei moderni welfare State, è diventato immediatamente – quando fu presidente del Consiglio – capo in testa di una realtà che produce istruzione, sanità, previdenza, trasporti, poste, servizi bancari, energia, cultura e mille altre cose. Il povero Matteo Renzi, come Hollande o Cameron o la Merkel, oggi deve insomma fingere di sapere tutto e avere le qualità per dirigere qualsiasi cosa nella giusta direzione.

Sul mercato ogni impresa è sempre alla ricerca del miglior equilibrio tra specializzazione e integrazione verticale, così che le aziende – ad esempio – talvolta assumono personale per le pulizie e in altri casi, invece, si rivolgono a ditte esterne. Lo Stato però non ragiona così, perché è sorretto da un’ideologia che lo colloca ben al di sopra delle agenzie ordinarie e di mercato, e poi perché è stato catturato da interessi che l’hanno portato a espandersi sempre di più. Nel suo essere essenzialmente anti-mercato, lo Stato tende a riprodurre in forme nuove quell’indifferenziato fare tutto e in ogni modo che caratterizzava l’esistenza delle società che hanno preceduto la specializzazione e la divisione del lavoro. Il risultato è che fa tutto e male.

Se vogliamo provare a salvare la nostra civiltà, dobbiamo allora provare a immaginare qualche seria alternativa.

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