I media non amano parlare delle elezioni venete e del ruolo che la proposta indipendentista potrebbe giocare: per due chiare ragioni.

In primo luogo perché informazione e politica vivono in simbiosi, e certamente l’assetto di potere attuale è schierato con lo status quo. Destra e sinistra non vogliono confrontarsi con novità fastidiose e sperano che, se i riflettori resteranno spenti, la diversità veneta verrà alla luce solo in maniera molto attenuata. Conservatori e progressisti si oppongono su molti punti, ma certo non vogliono mettere in discussione l’asse destra-sinistra.

Per giunta, e questo è il secondo motivo, da tempo il Veneto è una sorta di periferia variamente ignorata e fraintesa. Sotto vari punti di vista le terre venete sono una sorta di Trieste dilatata, tanto belle quanto remote, agli estremi confini di un’Italia molto nazionalizzata e romanizzata. Si tratta di un universo che l’Italia malsopporta e disistima, che non rispetta e non conosce, che osserva con fastidio e supponenza. Sono in tanti a essere prigionieri di quei luoghi comuni secondo cui il veneto medio abusa nel consumo di alcol (anche se beve assai meno di un tedesco medio), non conosce l’italiano (anche se sono veneti alcuni dei più grandi autori anche degli ultimi decenni: basti pensare alla formidabile poesia di un Andrea Zanzotto), sia refrattario agli studi e ostile alla cultura (sebbene l’università di Padova abbia laureato la prima donna della storia e Venezia sia tuttora una delle capitali universali dell’arte con la Biennale e del cinema con il Festival).

Il Veneto è ignorato e confinato in una dimensione “locale”. Per questo non bisogna stupirsi se magari la questione indipendentista verrà percepita soltanto a urne aperte.

Resta il fatto che, in Veneto, il tema è ben vivo e i politici locali lo sanno. Non è un caso che il candidato del Movimento Cinquestelle, Jacopo Berti, poche settimane fa abbia accettato un confronto pubblico con i candidato di Indipendenza Veneta, Alessio Morosin. Gli adepti locali di Grillo e Casaleggio sanno bene, anche senza leggere i sondaggi di Ilvo Diamanti, che da Verona a Treviso la richiesta di un voto popolare sull’indipendenza è molto sentita. E questo spiega anche perché quasi tutti i sei candidati alla presidenza del Veneto hanno costruito liste e listarelle in vario modo autonomiste e/o indipendentiste a proprio sostegno. La speranza di Luca Zaia, Alessandra Moretti e Flavio Tosi è riuscire a intercettare almeno una parte della spinta centrifuga.

Per giunta la Corte costituzionale si appresta a bocciare la richiesta la legge elaborata proprio da Indipendenza Veneta e successivamente approvata dal Consiglio regionale. Si tratta di una legge che ha istituito un referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto e che subito il governo Renzi ha impugnato. La Consulta dirà che ai veneti non è permesso di votare. Lo farà dopo il voto del 31 maggio, molto probabilmente, ma è difficile che i veneti apprezzino che un falso plebiscito nel 1866 li abbia incatenati all’Italia e che ora un vero plebiscito non dia loro la possibilità d’andarsene.

Secondo la maggior parte degli analisti, ad ogni modo, dal voto regionale dovrebbe uscire una conferma del centro-destra nazionale guidato da Zaia. In una situazione molto complicata come è quella del mondo moderato, il messaggio di Matteo Salvini ha una sua riconoscibilità e difficilmente una candidata piuttosto scialba come la Moretti potrà permettere ai progressisti di vincere. Un Veneto che sceglie la sinistra post-comunista non è impossibile, ma resta improbabile. E se Zaia può essere un po’ disturbato da Tosi (ma nemmeno tanto), molto più danno alla candidata del Pd possono fare il M5S e anche l’estrema sinistra.

Se Zaia sembra insomma destinato a essere riconfermato quale candidato dell’area berlusconiana, può anche darsi che la sua vittoria alla fine risulti un po’ amara. Infatti, se la novità che uscirà dalle urne saranno gli indipendentisti a Palazzo Ferro Fini, le attuali ambiguità leghiste (ben riconoscibili in un linguaggio che continua a confondere autonomia e indipendenza) dovranno essere in qualche modo sciolte. In Veneto la quasi totalità dell’elettorato leghista sogna un Veneto los von Rom, che smetta di essere solidale con il resto d’Italia e costruisca proprie istituzioni: al tempo stesso venete e aperte al mondo. La maggior parte sa bene che il vero problema non sono gli immigrati, ma l’Italia.

La scelta italiana e di centro-destra della Lega – non va dimenticato – ha aperto un’autostrada a chi in Veneto rigetta lo schema destra-sinistra e punta tutto, invece, sull’asse Roma-indipendenza. E così, mentre la Lega si spostava a occupare gli spazi lasciati liberi dalle formazioni moderate in difficoltà, l’indipendentismo si trova ora a presidiare aree elettorali un tempo in qualche modo occupate dalla Lega, ma che ora sono state lasciate libere. Senza contare che ora a parlare di libertà e secessione non c’è più uno sguaiato e volgare Umberto Bossi, ma invece una pluralità di soggetti che rigettano ogni forma di razzismo e che vantano pure una leadership tanto ben preparata quanto gentile.

Prima delle elezioni, Zaia avrebbe potuto allearsi con gli indipendentisti di Morosin, che però esigevano un posizione netta in tema di referendum. Ha preferito non fare accordi e ora spera che i fautori di un Veneto indipendente, che hanno raccolto senza troppi problemi le 20 mila firme necessarie e hanno un loro candidato alla presidenza, non raggiungano il 3%. Potrebbe invece ritrovarseli in consiglio regionale come una costante spina al fianco: una pressante richiesta di linearità e coerenza a difesa del diritto dei veneti a votare sul loro futuro.

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