L’ho trovato per caso in una bancarella di libri usati e l’ho letto di un fiato, sempre più persuaso che questo “Le sang des autres” di Simone de Beauvoir valesse la pena di leggerlo. Probabilmente non un capolavoro, ma un’occasione per riflettere in varie direzioni. Il romanzo è del 1945 e – dalla prima all’ultima pagina – è nutrito dei miti intellettuali del tempo. Si tratta di un testo essenzialmente comunista, che però ha il merito d’investigare temi cruciali dell’esperienza morale, gravitando costantemente sulla celebre frase di Dostoevsky posta a esergo del volume: “Ciascuno è responsabile di tutto davanti a tutti”.

Il protagonista (Jean) è un giovane di estrazione alto-borghese che, tra le due guerre, lascia la propria famiglia in quanto proiettato verso gli ideali rivoluzionari del socialismo, diventa operaio tra gli operai e, in questa sua nuova condizione, è in qualche modo responsabile del decesso di un amico, colpito a morte in uno scontro politico. Scioccato da questa esperienza, Jean decide di non scegliere, non volere, non decidere. Lascia il Pcf e si fa interprete di un sindacalismo spontaneista e nemico di ogni struttura istituzionale. Oltre a ciò, sposa le tesi della sinistra pacifista che esulta dopo gli accordi di Monaco, mentre la Germania di Hitler si rafforza progressivamente ed estende la propria influenza su una parte crescente d’Europa. Anche sul piano affettivo, Jean è incapace di amare e al massimo finisce per accettare, quasi fosse un destino, l’affetto di Hélène.

Ancor più che Jean, è questa donna innamorata a caratterizzare le parti più dense del testo. Hélène non ha passioni ideologiche: è solo una ragazza che ama con tutta se stessa. In questo senso, la sua distanza dalle tragedie del tempo è giudicata in termini negativi dalla narrazione della Beauvoir, che non a caso condurrà Jean a redimersi nel momento in cui – nella Francia occupata dai soldati tedeschi – si metterà alla testa di gruppi resistenti impegnati in azioni terroristiche.

Questo è il tema cruciale: il male è ineludibile, poiché tutti i mezzi sono malvagi. Opporsi ai nazisti genera certamente un’escalation della violenza, dal momento che l’esercito tedesco uccide molti prigionieri innocenti dopo ciascuna delle azioni condotte dalla Resistenza. Ma non fare nulla, al tempo stesso, significa essere complici di quanti riempiono di famiglie ebree innumerevoli vagoni piombati destinati a nutrire la ferocia dei campi di sterminio. La scelta non è allora tra il bene e il male, poiché il male è ineludibile. Noi disponiamo sempre del sangue altrui e non possiamo farne a meno. Restare fermi è impossibile.

La “conversione” di Jean prelude a quella di Hélène, che morirà a seguito di un’azione condotta dal gruppo anti-nazista di cui anch’ella entrerà a far parte. Prima di accettare la necessità della lotta politica e prima di sporcarsi le mani, Hélène avrebbe voluto – più semplicemente – riuscire a salvare Jean dai rischi della guerra e tentare di traghettare il loro amore al di là dei lutti, delle bombe, degli scontri, ma poi diventa una persona nuova e s’immola al servizio di questa battaglia civile, politica, sovraindividuale.

In questo senso, “Le sang des autres” è davvero un testo del ventesimo secolo: del secolo che ha esaltato la dimensione collettiva (il pubblico) e ha marginalizzato tutto quanto è personale, individuale, privato. Fino a quando ha “solo” cercato di salvare l’amato Jean e fuggire assieme a lui, Hélène era una piccola donna inadeguata alle sfide da affrontare. Senza ideologia e senza militanza, la sua vita era ben poca cosa. Era solo un individuo in cerca di felicità.

 

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