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	<title>il Blog di Carlo Lottieri</title>
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	<description>Credere nello Stato?</description>
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		<title>Tre libri, una ministra e vecchi tabù</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 21:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era facile prevederlo. Sono bastate poche ore dal momento dell’insediamento e la neo-ministra agli Affari esteri, la radicale Emma Bonino, ha subito riaffermato la già più volte asserita necessità di procedere velocemente verso gli Stati Uniti d’Europa, sulla strada tracciata da Altiero Spinelli e altri. Anche se Bonino e il suo partito sono particolarmente determinati sulla questione, l’idea di sciogliere i vari Paesi europei in un’unica entità sovranazionale è condivisa da quasi tutto lo schieramento politico italiano. Solo pochissime voci non stanno nel coro e, quasi sempre, si oppongono a tale processo di centralizzazione per ragioni sbagliate: sulla base di argomentazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era facile prevederlo. Sono bastate poche ore dal momento dell’insediamento e la neo-ministra agli Affari esteri, la radicale Emma Bonino, ha subito riaffermato la già più volte asserita necessità di procedere velocemente verso gli Stati Uniti d’Europa, sulla strada tracciata da Altiero Spinelli e altri.</p>
<p>Anche se Bonino e il suo partito sono particolarmente determinati sulla questione, l’idea di sciogliere i vari Paesi europei in un’unica entità sovranazionale è condivisa da quasi tutto lo schieramento politico italiano. Solo pochissime voci non stanno nel coro e, quasi sempre, si oppongono a tale processo di centralizzazione per ragioni sbagliate: sulla base di argomentazioni variamente nazionaliste, populiste, anti-mercato e via dicendo. Ne deriva un dibattito totalmente squilibrato, in cui da una parte c’è chi propone un Leviatano continentale (certamente “democratico”, ma non per questo meno minaccioso) e dall’altra vi sono confusi retori che predicano di tornare alla lira per inflazionare o esaltano il Ventennio, considerano la Bce una tra le espressioni più pure del capitalismo selvaggio, e via equivocando.<span id="more-422"></span></p>
<p>In realtà basterebbe avere un po’ di familiarità con alcune grandi figure della tradizione occidentale – da Althusius a Jefferson, da Mises a Rothbard – per percepire con nettezza come la libertà che si trova al centro del pensiero liberale esiga un ordine policentrico: e una vera competizione tra istituzioni politiche indipendenti e concorrenti. Unificare e accorpare, anche se con il pretesto di ripercorrere la vicenda americana (ma solo in uno dei suoi aspetti meno apprezzabili), non può produrre un esito positivo.</p>
<p>Un libro che aiuta a cogliere il senso della resistenza libertaria di fronte al potere centrale, anche oltre Atlantico, è un volume pubblicato tre anni fa da Thomas Woods Jr.: <em>Nullification: How to Resist Federal Tyranny in the 21st Century</em> (edito da Regnery). Woods è un libertario cattolico e qui esamina un tema cruciale del dibattito ottocentesco, quella “nullificazione” grazie alla quale ogni stato federato può negare validità alla legislazione comune. In tal modo, un sistema federale riesce a operare – poiché gli stati federati non dispongono di un potere di veto – ma senza pretendere di uniformare realtà riottose e imporre loro soluzioni che rigettano. Il libro ha l’obiettivo di dare voce a un movimento di resistenza contro Washington che ancora oggi è vivissimo negli Usa, basti pensare a Ron Paul, e che interpreta radicati umori anti-statalisti.</p>
<p>Ma nell’America di oggi non solo soltanto i libertari a contrastare la capitale. Qualche mese è scomparso Thomas H. Naylor, un esponente tra i più noti dell’estrema sinistra Usa e fondatore della Second Vermont Republic: un progetto apertamente secessionista determinato a rigettare un’America lontana, oppressiva, estranea ai principi originari. In <em>Secession: How Vermont and All the Other States Can Save Themselves from the Empire</em> (edito nel 2008 da Feral House) Naylor propone la riscoperta, tramite la disgregazione del sistema federale, di una società americana più libera e pacifica, basata sul pieno autogoverno di ogni comunità – a partire da un Vermont fuori dalla federazione, appunto – e su una molteplicità di istituzioni indipendenti.</p>
<p>Questa stessa idea che ogni comunità debba autodeterminarsi è al centro di un volume di filosofia politica scritto da uno studioso <em>liberal</em> che insegna alla Washington University, Christopher H. Wellman: <em>A Theory of Secession: The Case for Political Self-Determination</em> (Cambridge University Press, 2005). Si tratta di un testo rappresentativo di come la questione del distacco istituzionale sia oggi assai più rilevante e dibattuta che quella dell’unificazione. In effetti, Wellman non parteggia in maniera aprioristica per le secessioni come i libertari <em>à la</em> Woods: da Rothbard  a Gauthier, da Salin a Livingston, a Hoppe e via dicendo. Per giunta egli stesso si definisce <em>statist</em>: statalista. Ma egli ritiene anche che il diritto di secedere sia un diritto che non possa essere negato.La sua tesi è che al fine di rafforzare le istituzioni pubbliche è opportuno che le frontiere siano costantemente a disposizione del dibattito pubblico e della volontà popolare. Come molti altri, Wellman evoca la metafora del divorzio politico e l’idea che la secessione sia da intendere come la rottura di una sorta di matrimonio tra popoli. Al riguardo egli afferma che</p>
<blockquote><p>“come uno può difendere il divorzio senza colpa delle coppie sposate essendo al tempo stesso persuaso in maniera assai netta che le persone troppo spesso sbagliano a separarsi, io difendo il diritto a secedere anche senza essere un fautore della disgregazione degli Stati”.</p></blockquote>
<p>Si può sperare che gli Stati non si sfaldino, insomma, ma non si può impedire alla gente il “diritto di votare” per scegliere tra lo <em>status quo</em> e un destino d’indipendenza.</p>
<p>Certo: da noi vigono ancora vecchi tabù giacobini, che vorrebbero farci credere che ogni Stato è uno e indivisibile. Non è vero, ovviamente, così come non ha alcun senso ritenere che l’Europa sia destinata a fondersi sempre più e non già, al contrario, a veder disgregare gli stessi Stati nazionali che oggi la compongono. Il dibattito filosofico è già ampiamente consapevole di tutto questo: speriamo che se ne renda conto al più presto anche l&#8217;universo della politica.</p>
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		<title>Le libertà locali e il diritto di rigettare il sovrano</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 11:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[filosofia teoretica]]></category>
		<category><![CDATA[teoria politica]]></category>
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		<description><![CDATA[Nelle ultime settimane ho ricevuto quattro libri, che ora sto leggendo un poco in parallelo. L’unico che già conoscevo, poiché l’avevo studiato molti anni fa e in lingua francese, è Pensare con le mani di Denis de Rougemont (Massa, Transeuropa, 2012), che ora è disponibile anche in traduzione italiana grazie all’impegno di Damiano Bondi, autore di un’interessante introduzione. Il libro – scritto nel 1936 entro un mondo dominato dalla ferocia di regimi disumani – riflette sulla persona umana quale nucleo di una resistenza essenziale di fronte al Potere, che per sua natura è intimamente totalitario. De Rougemont era di Neuchâtel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle ultime settimane ho ricevuto quattro libri, che ora sto leggendo un poco in parallelo.</p>
<p>L’unico che già conoscevo, poiché l’avevo studiato molti anni fa e in lingua francese, è <em>Pensare con le mani</em> di Denis de Rougemont (Massa, Transeuropa, 2012), che ora è disponibile anche in traduzione italiana grazie all’impegno di Damiano Bondi, autore di un’interessante introduzione. Il libro – scritto nel 1936 entro un mondo dominato dalla ferocia di regimi disumani – riflette sulla persona umana quale nucleo di una resistenza essenziale di fronte al Potere, che per sua natura è intimamente totalitario.<span id="more-416"></span></p>
<p>De Rougemont era di Neuchâtel e della sua Svizzera è stato uno degli studiosi più appassionati. Ma egli è stato anche fautore di un’Europa politica che certo non ha molto a che fare con il pachiderma centralista che vanno costruendo a Bruxelles, Strasburgo, Francoforte e nelle altre capitali del Nuovo Mostro. Egli avrebbe voluto “elvetizzare l’Europa”, superando gli Stati nazionali e facendo rinascere quelle libertà cantonali che quasi ovunque sono state cancellate dal trionfo dello statalismo. C’era qualcosa di ingenuo e irragionevole, senza dubbio, nell’illusione che proprio l’Europa potesse servire a valorizzare le periferie sfruttate e maltrattate, ma la sua fu in qualche modo un’utopia generosa.</p>
<p>Il secondo libro è una corposa raccolta di saggi dedicati a Alexis de Tocqueville. Curato da Diana Thermes, questo volume permette di accostare le relazioni tenute il 12 ottobre del 2006 all’interno di un convegno di storici delle dottrine politiche intitolato – come il libro stesso – <em>Tocqueville e l’Occidente</em> (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012). In seicento pagine affidate a studiosi di vario orientamento si analizza questo grande liberale dell’Ottocento, che proprio al tema della libertà delle comunità politiche (maltrattate nella Francia monarchia e poi repubblicana, valorizzate nell’America federale) ha dedicato pagine importanti.</p>
<p>La questione della libertà è cruciale – sotto un altro angolo visuale – pure negli altri due testi: <em>Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin</em>, di Carlo Gambescia (Piombino, Edizione Il Foglio, 2012); e <em>The Problem of Political Authority. </em><em>An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey</em>, di Michael Huemer (New York, Palgrave Macmillan, 2013). Se il primo volume accosta la tradizione liberale con gli occhiali del realismo politico di tradizione europea (e quindi è portato a valorizzare temi e autori che riconoscono un ambito specifico al “politico”), il secondo testo indaga in modo assai analitico gli argomenti spesso usati a giustificazione del potere, ossia del diritto di alcuni (i governanti) a disporre di altri (i governati).</p>
<p>Il percorso è molto serio e ragionato, la conclusione è senza equivoci: non è possibile trovare alcuna difesa eticamente argomentata dell’obbligo politico e, di conseguenza, del dovere da parte di ognuno di noi di considerare lo Stato, il Potere, la Costituzione, la Repubblica o qualsiasi altra Divinità immanente come un soggetto a cui si deve prestare obbedienza. Il Sovrano &#8211; e quindi <em>ogni Sovrano</em> (democratico, costituzionale o di altro tipo) - non dispone di alcun valido argomento morale a propria protezione.</p>
<p>Se il potere di alcuni uomini su altri uomini è illegittimo, che fare?</p>
<p>Forse vale proprio la pena di tornare a ripensare in termini del tutto nuovi – senza abbandonare la riflessione teorica e le sue sfide – quell’idea di elvetizzare l’Europa a cui pensava de Rougemont. Un progetto che oggi ci impone, in prima battuta, di smantellare gli Stati nazionali e, subito dopo, di riformulare in maniera completamente diversa (volontaria, pattizia, confederale) gli stessi rapporti tra le entità che potranno sbocciare dopo la dissoluzione dello Stato moderno nazionale. Se l’orizzonte deve essere quella libertà che Huemer esamina con tanto rigore, la strategia più ragionevole può essere proprio questa.</p>
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		<title>Le Falkland si autodeterminano. Una bella lezione</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Mar 2013 10:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli ultimi a votare – nelle scorse ore – sono stati gli abitanti delle isole Falkland. È stato un plebiscito e difficilmente sarebbe potuta andare diversamente. Ben 1.154 abitanti delle isolette sotto il controllo del Regno Unito, ma rivendicate dall’Argentina, hanno scelto Londra e solo 3 (tre) hanno optato per Buenos Aires. Ci si sarebbe sorpresi del contrario: date l’origine e la cultura degli isolani, ma anche la condizione miserevole in cui si trova l’economia argentina. La mossa del governo britannico è stata politicamente abile, ma è pure espressione di una logica e di una cultura che meritano grande rispetto. Questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli ultimi a votare – nelle scorse ore – sono stati gli abitanti delle isole Falkland. È stato un plebiscito e difficilmente sarebbe potuta andare diversamente. Ben 1.154 abitanti delle isolette sotto il controllo del Regno Unito, ma rivendicate dall’Argentina, hanno scelto Londra e solo 3 (tre) hanno optato per Buenos Aires. Ci si sarebbe sorpresi del contrario: date l’origine e la cultura degli isolani, ma anche la condizione miserevole in cui si trova l’economia argentina. La mossa del governo britannico è stata politicamente abile, ma è pure espressione di una logica e di una cultura che meritano grande rispetto.<span id="more-405"></span></p>
<p>Questo micro-referendum, in effetti, è solo l’ultimo di una serie, perché ormai è chiaro che quando vi sono problemi di rivendicazione nazionale e/o territoriale nel mondo anglosassone ci si orienta abbastanza facilmente verso il voto. Si è già votato due volte (nel 1980 e nel 1995) nel Canada francofono, quando le spinte separatiste dei <em>québecquois</em> hanno portato al voto una popolazione che, alla fine, ha preferito restare all’interno della federazione canadese.</p>
<p>E l’anno prossimo, nel 2014, si voterà in Scozia, a seguito di un accordo tra Alex Salmond (leader dei separatisti scozzesi) e David Cameron (premier britannico). Anche stavolta non è escluso che a prevalere siano i fautori dello <em>status quo</em>, ma il punto fondamentale è un altro: nelle società di tradizione liberale le richieste di indipendenza vengono risolte, molto semplicemente, lasciando che sia la maggioranza della popolazione a decidere. Si tratta di una soluzione imperfetta, ma comunque preferibile alla difesa di uno Stato-caserma.</p>
<p>Nell’Europa continentale questo non succede. Dalla Catalogna al Tirolo meridionale, dai Paesi Baschi al Veneto, dalle Fiandre alla Lombardia, dalla Corsica alla Sardegna, e via dicendo, sono ormai molte le aree in cui vi è una forte domanda di autodeterminazione. In alcune circostanze è noto a tutti come la maggioranza sia favorevole alla separazione: e se talora i partiti separatisti sono politicamente deboli, questo è soprattutto la conseguenza del fatto che il sistema politico e istituzionale nega espressamente ogni praticabilità del processo indipendentista. Se convocata alle urne per esprimersi su una scelta netta tra Italia e Veneto, la maggioranza dei veneti &#8211; ad esempio &#8211; si esprimerebbe con larga probabilità per la propria indipendenza (e <a href="http://indipendenzaveneta.net/il-567-dei-veneti-vuole-lindipendenza-veneta/">un recente studio demoscopico ha stimato nel 56,7% la quota degli indipendentisti veneti</a>), ma le formazioni politiche faticano a crescere perché questa prospettiva è giudicata dal ceto dirigente e dagli organi d&#8217;informazione come “irrealistica”, illegale, anti-costituzionale.</p>
<p>Da molto tempo l’Europa continentale appare allora in forte ritardo rispetto alla civiltà liberale di stampo anglosassone. Questa impossibilità ad autodeterminarsi, nonostante il diritto internazionale e i numerosi impegni che quasi ogni Stato ha assunto (incluse l&#8217;Italia, la Spagna ecc.), è l’ultima riprova di tutto ciò. È chiaro che, alla fine, a Madrid si rassegneranno e che i catalani, con il voto, costruiranno probabilmente istituzioni proprie: e lo stesso avverrà, in seguito, anche negli altri Paesi europei.</p>
<p>Lo Stato nazionale europeo ottocentesco è moribondo e morirà: non si tratta di sapere &#8220;se&#8221;, ma solo &#8220;quando&#8221;. Ogni mese perduto e ogni anno sprecato, però, sono qualcosa che i nostri figli e nipoti pagheranno a caro prezzo.</p>
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		<title>Resistere e costruire nel tempo della barbarie</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2013 14:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vittoria del duo Grillo-Casaleggio porta con sé varie conseguenze: per il sistema politico e, più in generale, per le prospettive stesse della società italiana. In primo luogo, è chiaro che stanno venendo al pettine le conseguenze nefaste di decenni di predicazione avversa al mercato, al mondo industriale, alla finanza, al capitalismo. Nel cuore e nella mente dei “grillini” c’è la volontà di costruire un’Italia affrancata dal profitto e volta a indirizzare i comportamenti individuali verso stili di vita frugali: anche usando la forza coercitiva della regolazione pubblica. I militanti cinquestelle sono cresciuti, in questi anni di oscura militanza, leggendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vittoria del duo Grillo-Casaleggio porta con sé varie conseguenze: per il sistema politico e, più in generale, per le prospettive stesse della società italiana.</p>
<p>In primo luogo, è chiaro che stanno venendo al pettine le conseguenze nefaste di decenni di predicazione avversa al mercato, al mondo industriale, alla finanza, al capitalismo. Nel cuore e nella mente dei “grillini” c’è la volontà di costruire un’Italia affrancata dal profitto e volta a indirizzare i comportamenti individuali verso stili di vita frugali: anche usando la forza coercitiva della regolazione pubblica. I militanti cinquestelle sono cresciuti, in questi anni di oscura militanza, leggendo Serge Latouche e Maurizio Pallante. Non sono autori che meritino un&#8217;attenzione teorica, ma testimoniano senza dubbio che l’Occidente che ha perso la bussola: che la libertà individuale ha smarrito ogni interesse e attrattiva agli occhi di molti.<span id="more-390"></span></p>
<p>Il pauperismo antimoderno che caratterizza la mentalità di questo nuovo ceto politico allo sbaraglio è il frutto di decenni di propaganda post-marxista in vario modo ambientalista e assembleare (nelle scuole, nelle televisioni Rai e Mediaset, nei libri pubblicati da Einaudi e Mondadori, ecc.), che ora s&#8217;impone come nuovo linguaggio corrente e quale senso comune di una gioventù che adotta tutto ciò senza nemmeno avvertirne le implicazioni ideologiche. Siamo sempre più nelle mani di fanatici ultrapoliticizzati che neppure immaginano di esserlo. E per spaventarsi non c&#8217;è bisogno di evocare gli scritti e i video &#8211; non certo esoterici &#8211; dello gnosticismo da quattro soldi della Casaleggio Associati: basta scorrere il programma politico del movimento cinquestelle e ascoltare le autopresentazioni in You Tube di questi nuovi legislatori emersi dal nulla.</p>
<p>Intanto, a Roma quel che resta della Seconda Repubblica gira a vuoto. Nella disastrata politica dell&#8217;Italietta in declino, ci si affanna perché manca una maggioranza e perché ci si dirige a grandi passi verso nuove elezioni: forse – a detta di alcuni – anche prima dell’estate. Vi sono però ampie probabilità che il prossimo parlamento non sia in grado di dar vita a un governo e quindi potremmo trovarci, a giugno, nella stessa situazione in cui siamo ora. C’è anche la possibilità, perfino più inquietante, che l’onda rivoluzionaria porti il M5S ad avere la maggioranza alla Camera e al Senato, così che l’Italia potrebbe consegnare l&#8217;esecutivo nelle mani dei “nuovi barbari” che sognano la decrescita. In quel caso, aspettiamoci leggi contro il trasporto privato, contro i consumi individuali, contro le produzioni industriali, e insieme a ciò la moltiplicazione delle pretese e dei diritti sociali. La follia conquisterà definitivamente il potere e il parassitismo s&#8217;imporrà quale pratica generalizzata e perfino obbligata.</p>
<p>La Terza Repubblica si annuncia orribile perché la Seconda è stata tragica. In effetti, la peggiore classe dirigente dell’Occidente sta producendo una ribellione verso tutto e tutti, la quale nasce da una cupa insofferenza verso ogni autorità. Grillo – tra le altre cose – è anche la versione casereccia di Julian Assange e, se preferite, una specie di Michel Foucault dei poveri: il rigetto di ogni istituzione, non solo politica (come è giusto e comprensibile), ma anche culturale ed economica. Un egualitarismo radicale (“uno vale uno”) che si nutre della retorica democraticistica della rete e poi si converte nella celebrazione del Nuovo Capo, che tutto decide.</p>
<p>In questa situazione, è probabile che si salverà chi riuscirà a distaccarsi dall’impero in decomposizione. Anche perché la tassazione aumenta mese dopo mese, e il grillismo promette altri incrementi e una nuova stretta sul privato.</p>
<p>Dato il quadro generale, molti emigreranno: e già nel 2012, dopo tanti anni, il numero degli italiani che se ne sono andati ha superato quello degli stranieri venuti da noi. Qualcuno proverà a costruire una sua <em>polis parallela</em>, tentando di realizzare un proprio universo – culturale, economico, relazionale, religioso – al riparo dalla follia del vecchio ordine in decomposizione e di quel nuovo che ne è in larga misura il prodotto.</p>
<p>Al Nord, è legittimo prevedere il ritorno dei temi che la Lega agitava vent’anni fa e che poi ha abbandonato. Se a Roma s’insediano i barbari, è possibile che la Milano di sant’Ambrogio e sant’Agostino si sforzi di costruire un suo percorso catalano: dividendo il proprio destino da quello di un sistema politico impazzito.</p>
<p>Comunque sia, saranno tempi difficili e non è agevole essere ottimisti. Ma è anche necessario che ognuno provi a costruire una sua via d’uscita da questa trappola infernale.</p>
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		<title>Sempre più vicino il voto sull’indipendenza del Veneto</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2013 09:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri molti cittadini veneti hanno lasciato la propria città e sono confluiti a Venezia. Hanno marciato con le loro bandiere, attraversato Dorsoduro e, infine, hanno formulato una richiesta molto semplice: quella di poter votare sull&#8217;indipendenza della loro comunità. Lungo le calli e nei campielli, dinanzi ai palazzi e alle chiese che si affacciano sul mare li ha uniti una convinzione: quella che le istituzioni pubbliche sono legittime solo se nascono dal consenso e se costantemente interpellano i cittadini. Ero assieme a loro perché penso che questa sia la strada giusta: in Veneto e altrove. Se lo Stato unitario ha massacrato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri molti cittadini veneti hanno lasciato la propria città e sono confluiti a Venezia. Hanno marciato con le loro bandiere, attraversato Dorsoduro e, infine, hanno formulato una richiesta molto semplice: quella di poter votare sull&#8217;indipendenza della loro comunità. Lungo le calli e nei campielli, dinanzi ai palazzi e alle chiese che si affacciano sul mare li ha uniti una convinzione: quella che le istituzioni pubbliche sono legittime solo se nascono dal consenso e se costantemente interpellano i cittadini.<span id="more-383"></span></p>
<p>Ero assieme a loro perché penso che questa sia la strada giusta: in Veneto e altrove. Se lo Stato unitario ha massacrato le libertà in Europa, solo la fine dello Stato nazionale può darci una speranza e indicare il percorso da seguire.</p>
<p>L’iniziativa è stata promossa da un movimento politico, <a href="http://indipendenzaveneta.net">Indipendenza Veneta</a>, che non ha rappresentanti in Consiglio regionale e che d’altra parte è nato solo lo scorso maggio. Nonostante questo, la sua azione sta dettando l’agenda politica, dato che ieri il testo di una proposta di legge regionale è stato consegnato ad alcuni rappresentanti del popolo veneto eletti a Palazzo Ferro Fini. Nei prossimi giorni saranno raccolte quindici firme di consiglieri affinché si abbia un consiglio straordinario sul tema e di seguito l’assemblea sarà chiamata ad esprimersi.</p>
<p>La proposta di legge è molto semplice e si limita a convocare, per il prossimo 6 ottobre, un referendum consultivo che chieda ai veneti se intendono che la loro comunità resti in Italia oppure possa avviare una strada autonoma, aggiungendosi a quelle numerose realtà indipendenti di recente costituzione (dall’Estonia alla Slovenia, dalla Lituania alla Slovacchia, e via dicendo) che ormai affollano l’Europa.</p>
<p>Il governatore Luca Zaia e la Lega a questo punto sono dinanzi a un bivio: o sposano le ragioni del diritto dei veneti a votare e decidere sul loro futuro, oppure devono accettare di mutare in profondità il senso stesso (la “ragione sociale”) del movimento fondato da Umberto Bossi. In ogni caso, le cose non potranno più essere le stesse e nella peggiore delle ipotesi si uscirà da un equivoco.</p>
<p>È ragionevole prevedere, però, che i consiglieri regionali &#8211; di ogni orientamento &#8211; si esprimeranno a maggioranza a sostegno dell’iniziativa che intende far votare i veneti. Non soltanto la Lega non potrà del tutto tradire il senso di quello che è, ma l’intero consiglio – come già è successo nel novembre scorso – non potrà ignorare (da sinistra a destra) che la democrazia ha una sua logica e questo implica che alla fine siano le urne a decidere.</p>
<p>L’atto politico compiuto ieri, per giunta, si colloca in un momento drammatico. L’economia veneta è in ginocchio e ormai la rapina fiscale che il sistema produttivo subisce è diventata insostenibile. Quei 20 miliardi di euro del residuo fiscale – la differenza tra quanto i veneti pagano a Roma e l’insieme del costo dei servizi ricevuti – stanno uccidendo il Veneto. La crisi costringe i veneti e le loro élite a considerare l’indipendenza quale unica strategia possibile.</p>
<p>La &#8220;questione veneta&#8221; sta pure acquisendo un profilo sempre più internazionale. Negli scorsi giorni è stato reso pubblico un <a href="http://www.risoluzione44.org">Manifesto per la libertà del Veneto</a> redatto in quattro lingue (inglese, italiano, veneto e catalano) promosso dall’<a href="http://www.dirittodivoto.org">associazione Diritto di Voto</a> e che ha quali primi firmatari Marco Bassani, Hans-Hermann Hoppe, Donald W. Livingston, Xavier Sala-i-Martin e Pascal Salin. Oltre a questi eminenti studiosi, tale appello a favore del diritto dei veneti a votare sta iniziando a raccogliere un ampio sostegno: chiunque può sottoscriverlo e molti già lo stanno facendo. Il velo del silenzio, insomma, inizia a essere squarciato.</p>
<p>Per giunta, nel 2014 si vota in Catalogna e in Scozia. Quale che possa essere il risultato di quelle elezioni, è chiaro che ormai in Europa non sono più ammesse “democrazie zoppe”.</p>
<p>Se c’è una richiesta dal basso di esprimersi con il voto, questa richiesta ha una forza quasi irresistibile. Credo che lo sappiano anche nei palazzi del potere veneziano e che ne terranno conto.</p>
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		<title>Niente elezioni per &#8220;Forza Evasori&#8221;. Perché lo Stato è anti-giuridico</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 15:27:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lista &#8220;Forza Evasori &#8211; Stato Ladro&#8221; promossa da Leonardo Facco e dal Movimento Libertario non sarà sulle liste elettorali. Perché? Non per la difficoltà a raccogliere le firme, che pure ci sarebbe stata, e nemmeno per l&#8217;avversione di molti libertari al&#8217;idea stessa di presentarsi alle competizioni elettorali. Non ci sarà per una decisione del Ministero, che ha ravvisato che i termini contenuti nel simbolo potrebbero integrare vilipendio dello Stato e istigazione a delinquere. Non c&#8217;è da sorprendersi. La struttura dello Stato moderno, in Italia come altrove, è intimamente autoritaria poiché poggia su quella nozione di sovranità che non soltanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lista &#8220;Forza Evasori &#8211; Stato Ladro&#8221; promossa da Leonardo Facco e dal Movimento Libertario non sarà sulle liste elettorali.</p>
<p>Perché? Non per la difficoltà a raccogliere le firme, che pure ci sarebbe stata, e nemmeno per l&#8217;avversione di molti libertari al&#8217;idea stessa di presentarsi alle competizioni elettorali. Non ci sarà per una decisione del Ministero, che ha ravvisato che i termini contenuti nel simbolo potrebbero integrare vilipendio dello Stato e istigazione a delinquere.</p>
<p>Non c&#8217;è da sorprendersi. La struttura dello Stato moderno, in Italia come altrove, è intimamente autoritaria poiché poggia su quella nozione di sovranità che non soltanto ha esiti illiberali, ma &#8211; come mostra questo episodio &#8211; comporta logiche antidemocratiche.</p>
<p>L&#8217;episodio mostra che cittadini che vogliono portare in Parlamento deputati schierati a difesa della proprietà e contro ogni forma di esproprio legale, e che vogliono farlo dicendo ad alta voce quanto pensano, non possono partecipare alla competizione elettorale. Qualcuno ha negato loro l&#8217;effettivo esercizio del diritto di voto passivo: il diritto di essere votati.</p>
<p>Lo Stato è sovrano (sta in alto) e noi siamo sudditi (e cioè stiamo in basso).</p>
<p>In realtà la situazione è perfino peggiore, dato che noi ormai siamo &#8220;cittadini&#8221; &#8211; nell&#8217;accezione di Jean-Jacques Rousseau &#8211; e quindi siamo costretti a riconoscerci come parte integrante della sovranità popolare, anche se ci rifiutiamo di avere a che fare con essa.</p>
<p>In sostanza, quello che emerge con chiarezza è che lo Stato è intimamente anti-giuridico, dato che non accetta e non può accettare di porre gli uomini e le istituzioni su un piano di eguaglianza. Alcuni dispongono della vita di taluni altri: funzionari del ministero, deputati di questo o quel partito cooptati da piccole consorterie, magistrati divenuti tali grazie a un concorso, burocrati di enti parastatali, ecc.</p>
<p>Siamo messi male.</p>
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		<title>Moralizzazione del potere pubblico e crisi degli Stati unitari</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2013 13:05:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[iniziative di libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Catalogna]]></category>
		<category><![CDATA[Euskadi]]></category>
		<category><![CDATA[Fiandre]]></category>
		<category><![CDATA[secessione]]></category>
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		<description><![CDATA[Da anni sono persuaso che disgregare gli Stati nazionali sia una strategia fondamentale per superare lo Stato nazionale e, di conseguenza, anche per iniziare a mettere in discussione il potere statale in quanto tale. La costruzione delle “nazioni” ottocentesche è stato un passaggio cruciale verso quel trionfo della sovranità che ancora oggi caratterizza la scena politica europea. Per un libertario, uscire da quelle trappole è un passaggio cruciale sulla strada che conduce a un ordine giuridico più rispettoso di tutti noi, perché caratterizzato da alta concorrenza istituzionale. Farla finita con l’Italia significa anche interrompere, una volta per tutte, quel flusso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da anni sono persuaso che disgregare gli Stati nazionali sia una strategia fondamentale per superare lo Stato nazionale e, di conseguenza, anche per iniziare a mettere in discussione il potere statale in quanto tale.</p>
<p>La costruzione delle “nazioni” ottocentesche è stato un passaggio cruciale verso quel trionfo della sovranità che ancora oggi caratterizza la scena politica europea. Per un libertario, uscire da quelle trappole è un passaggio cruciale sulla strada che conduce a un ordine giuridico più rispettoso di tutti noi, perché caratterizzato da alta concorrenza istituzionale.<span id="more-367"></span></p>
<p>Farla finita con l’Italia significa anche interrompere, una volta per tutte, quel flusso di risorse che lascia il Nord per affluire al Sud e anche alle regioni a statuto speciale. Per chi condivide le premesse fondamentali della cultura e dell’economia del liberalismo classico, è chiaro che un simile flusso di risorse danneggia le aree sfruttate (che danno più di quanto ricevono in servizi) senza aiutare le aree destinatarie di tali finanziamenti (anche perché quel denaro rafforza il potere del ceto politico e induce, in modo del tutto razionale, ad assumere atteggiamenti parassitari, che caratterizzano ogni società assistita).</p>
<p>Quanti sostengono simili tesi e si dicono favorevoli a ogni ipotesi di disgregazione dell’Italia si espongono però all’accusa – è un <em>non sequiteur</em>, ma è così – di razzismo o anti-meridionalismo. Io stesso cerco di usare lo stesso linguaggio quando sono in Lombardia e quando sono in Campania o Calabria, ma devo ammettere che nel secondo caso ho la percezione assai chiara che quanto dico non sia ricondotto ai termini precisi del mio intervento, ma invece sia associato a un rigetto culturale o addirittura a una sorta di fastidio nei confronti del Sud. Non è così.</p>
<p>È abbastanza facile comprendere le ragioni di tale fraintendimento, ma al di là di questo vale la pena di rilevare come il trionfo dello statalismo porti a credere che se qualcuno intende staccarsi da qualcun altro, questa richiesta di libertà e autogoverno debba associarsi a una forma di odio e rifiuto. Le istituzioni statali sono state ormai talmente moralizzate e trasformate in una sorta di organismo comune (una specie di Grande Madre) che perfino qualche liberale parla a più riprese di “educazione civica” o cose simili. La semplice aspirazione a starsene da sé, per gestire meglio quegli specifici servizi di cui si occupano gli apparati pubblici e senza subire penalizzazioni, è associata a un’attitudine aggressiva e un rigetto.</p>
<p>In questo senso, legittimare nel dibattito pubblico il tema della disgregazione degli Stati europei e delle battaglie per l’indipendenza (in Scozia, Euskadi, Catalogna, Veneto, Fiandre e via dicendo) significa anche demitizzare il Potere moderno e convincere i nostri interlocutori – a ogni latitudine essi vivano – che ci si può rispettare e voler bene anche appartenendo a giurisdizioni separate.</p>
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		<title>Un credente non può amare il potere dello Stato e la sua violenza</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 00:54:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[teoria politica]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
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		<category><![CDATA[Socialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Come sottolinea Nicolás Gómez Dávila con la sua consueta precisione d’analisi, «il dialogo tra comunisti e cattolici è diventato possibile da quando i comunisti falsificano Marx e i cattolici Cristo». In questa prospettiva, il cattocomunismo è un marxismo dimentico di Marx e un cristianesimo svuotato, in cui la salvezza è immanente, l’individuo è annullato nella massa collettiva, la carità inutile, lo Stato onnipotente. La riflessione cristiana più autentica in tema di società, economia e politica è stata deformata solo a sinistra, ma pure a destra. E ne è una prova il distributivismo di autori del passato come Gilbert K. Chesterton [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come sottolinea Nicolás Gómez Dávila con la sua consueta precisione d’analisi, «il dialogo tra comunisti e cattolici è diventato possibile da quando i comunisti falsificano Marx e i cattolici Cristo». In questa prospettiva, il cattocomunismo è un marxismo dimentico di Marx e un cristianesimo svuotato, in cui la salvezza è immanente, l’individuo è annullato nella massa collettiva, la carità inutile, lo Stato onnipotente.</p>
<p>La riflessione cristiana più autentica in tema di società, economia e politica è stata deformata solo a sinistra, ma pure a destra. E ne è una prova il distributivismo di autori del passato come Gilbert K. Chesterton o Hilaire Belloc, che hanno ben poco compreso le radici morali del capitalismo e della società liberale.<span id="more-361"></span></p>
<p>Di questi temi parla Dylan Pahman su sito dell’<a href="http://www,acton.org">Acton Institute</a>, in un post in cui cita pure <a href="http://blog.acton.org/archives/46731-is-distributism-a-form-of-capitalism.html">una mia breve analisi dedicata a un volume di John C. Médaille</a>.  Chi fosse interessato può leggere qui <a href="http://www.marketsandmorality.com/index.php/mandm/article/view/31">quella recensione</a>.</p>
<p>La discussione sulle implicazioni politiche del messaggio evangelico ha molte risvolti, ma il punto cruciale è semplice: e va riconosciuto nel fatto che se l’altro deve essere oggetto di amore e rispetto, non c’è spazio per la violenza del potere, per le logiche dell’esproprio, per il cinismo dell’intimidazione.</p>
<p>È sempre Gómez Dávila ad affermare che “il <em>potere</em> non corrompe: libera la corruzione latente”. All’origine, insomma, c’è sempre e solo la libertà umana, sospesa tra il bene e il male. Ma questa esplosione del negativo coincide con il trionfo dello Stato. I cristiani non possono ignorarlo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>“Manifesto per il contante libero”: e per liberare tutti noi</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jan 2013 23:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[iniziative di libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Senza sponsor clamorosi, senza il sostegno di grandi star della scena pubblica e senza significativi capitali, ieri alcune brave persone hanno realizzato un autentico miracolo. Hanno varato un sito che, in poche ore, è riuscito a catalizzare l’attenzione di centinaia di persone attorno a una vera battaglia di libertà. Non hanno chiesto di esprimersi a favore di Monti, Bersani o Berlusconi, o sui veri o presunti aiutini che la Juventus riceverebbe dagli arbitri. No: hanno invece chiamato a raccolta su un tema concreto, duro, controcorrente, proponendo di opporsi a ogni norma di legge che limiti l’utilizzo del denaro contante. Alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Senza sponsor clamorosi, senza il sostegno di grandi star della scena pubblica e senza significativi capitali, ieri alcune brave persone hanno realizzato un autentico miracolo. Hanno varato un sito che, in poche ore, è riuscito a catalizzare l’attenzione di centinaia di persone attorno a una vera battaglia di libertà. Non hanno chiesto di esprimersi a favore di Monti, Bersani o Berlusconi, o sui veri o presunti aiutini che la Juventus riceverebbe dagli arbitri. No: hanno invece chiamato a raccolta su un tema concreto, duro, controcorrente, proponendo di opporsi a ogni norma di legge che limiti l’utilizzo del denaro contante.</p>
<p>Alle ore 24.00 ben 2.865 persone avevano firmato il “Manifesto per il contante libero” ideato da una trentina di siti e associazioni schierati contro la volontà di limitare per legge il ricorso alle banconote. Non è possibile citare tutte le realtà promotrici, però è giusto ricordare almeno le prime riportate dal sito: <a href="http://www.economiaeliberta.com">Economia e libertà</a>, <a href="http://johnnycloaca.blogspot.it/">Freedonia</a>, <a href="http://www.ilgrandebluff.info/">Il grande bluff</a>, <a href="http://www.movimentolibertario.com">Movimento libertario</a>, <a href="http://www.qelsi.it">Qelsi</a>, <a href="http://www.rischiocalcolato.it">Rischio calcolato</a>, <a href="http://www.scenaripolitici.com">Scenari Politici</a>, <a href="http://www.lindipendenza.com">L’Indipendenza</a>, ecc.</p>
<p>Sui media principali il tema è spesso trattato in maniera demagogica e giacobina: a destra e a sinistra, si vuole impedire l’utilizzo del contante al fine di combattere l’evasione fiscale. Ma non si rileva che stiamo morendo di tasse e che ogni spazio liberato dall’occhiuta presenza dello Stato è una spazio dove si può creare futuro. Senza dimenticare che la scelta del mezzo di scambio (moneta fisica, mezzo elettronico o qualsiasi altra cosa) deve essere lasciata alla libertà dei soggetti. Per giunta, questo proibizionismo in tema di banconote è un illegittimo regalo alle banche, oltre che un meccanismo che distrugge gli spazi della nostra <em>privacy</em>.</p>
<p>Proprio sul “Giornale” alcuni mesi fa mi era capitato di scrivere <a href="http://http://www.ilgiornale.it/news/interni/libert-usare-i-contanti-lultimo-diritto-difendere-831370.html">un pezzo sul tema, prendendo spunto dalla battaglia giornalistica condotta da Milena Gabanelli in varie puntate di “Report”</a>, su Rai Tre. Allora, però, non avrei immaginato tanta reattività da parte della società civile: e proprio per questo mi sorprende positivamente questo manipolo di ardimentosi, che oggi hanno puntato il dito contro la volontà di forzarci a usare il conto bancario. Domani, è facile essere profeti, sapranno anche organizzare nuove iniziative contro quanto vi è alla radice del grande imbroglio monetario: la valuta di Stato a corso legale.</p>
<p>Loro sono stati bravi e promettono di esserlo ancor più in futuro. L’invito che rivolgo ai lettori è di aiutarli. <a href="http://www.contantelibero.it/">Firmando qui.</a></p>
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		<title>La &#8220;meglio gioventù&#8221; stavolta è davvero migliore. E se ne va</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2012 18:10:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo.lottieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autodeterminazione]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza istituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di secessione]]></category>
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		<category><![CDATA[Lombardia]]></category>

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		<description><![CDATA[Insegnando da alcuni anni, ho già visto parecchi studenti dell&#8217;università di Siena (e tra i migliori) andarsene. Chi in Svizzera, chi in Inghilterra, chi in America. Dopo vent’anni di una disastrosa alternanza tra un disastroso centro-destra e un disastroso centro-sinistra (e con la prospettiva, ora, di finire preda di qualcosa a metà strada tra Monti e Vendola…), l’Italia unita dalla retorica e dall&#8217;assistenzialismo è al collasso: e non è realistico immaginare che qualcuno o qualcosa possano riformarla. A poche ore dalla fine del 2012 mi capita di leggere una lettera aperta scritta da tre giovani lombardi che, assieme, non arrivano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Insegnando da alcuni anni, ho già visto parecchi studenti dell&#8217;università di Siena (e tra i migliori) andarsene. Chi in Svizzera, chi in Inghilterra, chi in America. Dopo vent’anni di una disastrosa alternanza tra un disastroso centro-destra e un disastroso centro-sinistra (e con la prospettiva, ora, di finire preda di qualcosa a metà strada tra Monti e Vendola…), l’Italia unita dalla retorica e dall&#8217;assistenzialismo è al collasso: e non è realistico immaginare che qualcuno o qualcosa possano riformarla.<span id="more-347"></span></p>
<p>A poche ore dalla fine del 2012 mi capita di leggere <a href="http://www.linkiesta.it/blogs/lombardia-next-state-europe/lettera-aperta-pro-lombardia-indipendenza">una lettera aperta scritta da tre giovani lombardi</a> che, assieme, non arrivano a 60 anni. È una lettera incredibilmente lucida, di chi ha capito l’essenziale della catastrofe italiana. Sono ragazzi che vivono in una terra che sta rapidamente degradando e nega loro vere opportunità: ormai oppressa da tasse e burocrazia, la società in cui vivono dice loro che o si salva l&#8217;Italia, o si salvano gli italiani (lasciando che emergano piccole istituzioni indipendenti, sotto il diretto controllo della gente), ma che le due cose assieme &#8211; Italia e italiani &#8211; non potranno essere salvate.</p>
<p>La riproduco qui di seguito, nella speranza che nel 2013 qualcuno sappia aprire gli occhi.</p>
<blockquote><p>Siamo nati all&#8217;inizio degli anni Novanta: non abbiamo la politica nel sangue. Non l&#8217;abbiamo ancora, perlomeno; e non deve sorprendere. Mentre noi crescevamo, ciò che rimaneva delle ideologie si dissolveva: non abbiamo nemmeno visto il muro di Berlino, ci siamo persi le Madonne pellegrine e i brigatisti.</p>
<p>Senza la frenesia di fazione a farci da pungolo, alla politica siamo arrivati per vie traverse: i nostri interessi andavano in tutt&#8217;altra direzione. Stefano oggi studia fisica a Brescia, Riccardo l&#8217;anno prossimo andrà a Pavia per frequentare la stessa facoltà. Paolo ha un certo interesse per la filosofia politica, più che per la militanza: le due cose stanno agli antipodi.</p>
<p>L&#8217;imprinting di tutti noi è leghista, senza dubbio. Ma anche lì siamo arrivati in ritardo, giusto per renderci conto che quelle di Bossi erano soltanto bugie. Ciononostante, abbiamo riposto nel Carroccio un po&#8217; della nostra fiducia: per questo errore abbiamo pagato meno di altri, più anziani, più seri di noi. Senza più una bandiera da sventolare né un simbolo da votare, abbiamo pensato bene di lasciar perdere, di abbandonare qualunque riferimento. Riccardo e Stefano, soprattutto, si sono rifugiati nei loro studi di fisica e matematica: e certo vi si trovano a loro agio. Ma nemmeno la terza legge della dinamica può salvarli, dato che in Italia tutto è politica: sia perché fioccano sigle e partiti, sia perché le televisioni non fanno che parlarne, sia perché l&#8217;apparato, cioè lo Stato, è dovunque: non solo in municipio, ma anche a scuola, sui treni, nei negozi, nelle strade, nei saloni delle banche.</p>
<p>L&#8217;Italia, per noi (a cui hanno risparmiato Cuore di De Amicis, grazie al cielo) è Trenord che si scusa per il disagio; è il muro crepato dell&#8217;aula scolastica; è lo sciopero del personale; è la negligenza e la maleducazione dei bidelli; è la macchina obliteratrice sempre fuori servizio. Piccole cose, d&#8217;accordo: minuscoli fastidi quotidiani che tuttavia non crediamo di meritare, e che nella terra dei cachi sono buona norma del vivere insieme. Non ci commuovono i sermoni di Napolitano: il fumo patriottico fa male ai polmoni, e noi vogliamo respirare liberamente. L&#8217;Italia ci ostacola pure nella ricerca della felicità; dove tutto è burocrazia, c&#8217;è torpore, chiusura, grigiore.</p>
<p>Nella certezza che ritagliarci uno spazio nel quale coltivare i nostri interessi sia fatica inutile, in un Paese che mortifica il merito e castiga l&#8217;impegno, non ci resta che proseguire gli studi altrove: dove andremo? Probabilmente in Svizzera, dove l&#8217;arroganza del potere trova ancora una forte resistenza.</p>
<p>Tuttavia, prima di andare ad irrobustire la legione dei «cervelli in fuga», ci sia consentita una presa di posizione: lasciateci dire semplicemente, come fanno i bambini, che non è giusto. Non è giusto che i lombardi, che poi sono i nostri genitori, i nostri parenti, i nostri amici più anziani, lavorino come bavaresi per vivere (quasi) come albanesi. Non è giusto che paghino per tutti, e che le loro tasse ingrassino lo Stato e i suoi traffici. Non è giusto che, come fossero asini, sia posto loro sul groppone un carico pesante e che il padrone continui a bastonarli; non è giusto, infine, che sia negato loro il diritto a decidere del proprio futuro.</p>
<p>Ce ne infischiamo dello «Stato di diritto» finché non ci garantisce il solo diritto che può renderci liberi: quello di dare vita a istituzioni volontarie, di inventare nuove forme di vita comunitaria. All&#8217;insegna dell&#8217;autodeterminazione dei popoli, delle famiglie e infine degli individui. Non c&#8217;è fervore nazionalista, non c&#8217;è rabbia in questa supplica: lasciateci fare. Siamo vicini al movimento Pro Lombardia Indipendenza, che tenta di interpretare il malcontento dei cittadini in questa fase storica; e nelle sue rivendicazioni scorgiamo l&#8217;uscita di sicurezza, la via maestra al cambiamento. Che ad esso si arrivi o meno, una cosa è certa: noi non moriremo italiani. Se andrà bene, fonderemo la Confederazione lombarda. Male che vada, andremo in Ticino per diventare cittadini svizzeri. Senza troppi rimpianti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Paolo Amighetti</p>
<p>Stefano Baiguera</p>
<p>Riccardo Barbieri</p></blockquote>
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