Era semplicemente invincibile. Non c’erano santi, bestemmie, trucchi, preghiere o maledizioni. Partiva lenta, quasi caracollando, poi scendeva lungo la discesa accelerando in modo costante, seguiva la linea delle curve, sfiorava i bordi di quella pista improvvisata, qualche volta, rara, si ribaltava, ma era solo una perfida speranza castrata, si rimetteva in piedi, ricominciando a correre. No, non era come le altre auto. Non era veloce, ma teneva la strada, sempre, con la metodica strafottenza dei vincenti regolari, inesorabili. Era la Baja Buggy.

Anzi, se proprio si vuole essere precisi, era la baiabuggi di Barbera. Nel senso che era unica, come la settimana enigmistica, le imitazioni non funzionavano. Non ricordi il colore, forse verde, forse gialla, compatta, con queste ruote grandi e la carrozzeria pesante. Non era bella. Non sai in quale tabaccheria Barbera la trovò. Sai che era quasi introvabile, un esemplare unico. Qualcuno in realtà riuscì a scovare una copia dopo tanto tempo. Era in vetrina da Ughetto. Biagio, capelli corti, alto per i suoi quasi nove anni, disperato da quella diavoleria verde (o era gialla? Arancione?)  quando la vide pernsò che certe fortune passano al volo e bisogna afferarle. Fece carte false per trovare i soldi. Bussò a tutte le porte. Entrò, pagò, strappò la macchinetta dalle mani di quel vecchio signore che vendeva sogni e fumo proprio sotto lo scalone e poi si arrmpicò per i vicoli di San Giovanni pronto a sfidare Barbera. Questa volta ad armi pari. Stessa macchina, la sua pure più nuova. Non trovò nessuno sulla pista. Poco male. C’era il tempo di provarla. E lei andò, come l’altra, meglio dell’altra, costante e forse più veloce, inesorabile. Fece su e giù una decina di volte. Aveva appena acquistato una nuova invincibile.

Quelle erano le ultime estati degli anni ’70. Piste, liscie, di cemento. Ci sono paesi dove gli scoli dell’acqua sono una fortuna per i bambini, soprattutto se l’alba dell’era digitale è lontana almeno un paio d’anni e il paese in cui vivi è in salita, o in discesa, e questo dipende da che parte guardi il mondo, e la fantasia è un buon compagno di viaggio. A San Giovanni, quello che gli anziani chiamavano il Colle, c’era la pista migliore per le auto di serie, quelle da strada, sfilavano Cinquecento e vecchie Ford Transit, Nuove Golf, e Lancia eleganti e quaslche volta vincenti, Aston Martin troppo basse e commoventi Millecento. A San Simeone, poco prima dell’Arco, il centro, la piazza, il Rione, era un’altra storia. Qui si sognava la Formula 1. Qui la pista era dritta e veloce, solo una lunga curva prima dell’arrivo. L’opposto del Colle con le sue curve, le sue buche e il tracciato più ruvido. Qui però la regina non era la Ferrari di Lauda o di Jody Scheckter, ma la Ligier, blu e bianca, ma tutti la chiamavano Gitanes, zingare, come la marca di sigarette che aveva come sponsor. Nessuno sapeva che le Gitanes erano sigarette e tantomeno che quello fosse uno sponsor. Era solo un nome, per una macchina con un segreto banale. Era più pesante delle altre e più stabile, con quelle pseudo minigonne ancorate a terra. La Tyrrel a sei ruote al contrario era una disgrazia, le ruotine davanti raccoglievano polvere, pezzi di spago, grasso, terriccio e dopo due discese diventava un trattore.

Le auto erano modellini in scala, tra i sette e i dieci centimetri, di solito il rapporto era uno a quarantatré. Quanto costavano? Adesso davvero non ricordi. Meno di mille lire, forse. Qualcuno ne aveva una collezione quasi senza fine, altri mettevano in pista sempre la stessa auto, l’unica che aveva. C’è chi le appesantiva con il piombo e chi oliava le ruote, sbagliando. C’è chi preferiva perdere con una Ferrari che vincere con una Renault. La gara era semplice. Si partiva da soli, quando l’auto si fermava o usciva fuori strada si ripartiva da lì. Vinceva chi arrivava giù con meno tiri. La Buggy andava giù sempre con un colpo solo, senza respiro, senza fiato, con il suo ritmo lento e maledetto. Una rovina per qualsiasi avversario.

Per anni ti sei chiesto che cavolo di auto fosse una Baja Buggy. Non solo quella di Barbera, ma quella reale. Nessuno aveva in fondo mai visto una Baja Buggy dal vivo. Adesso sai che è un Maggiolino modificato per correre sulle dune dei deserti americani. Sulla parte anteriore veniva montata una carrozzeria in fibra di vetro mentre la parte posteriore perdeva il cofano motore e i due parafanghi. Il motore restava  completamente esposto in modo da facilitare il raffreddamento. Sotto spuntavano ammortizzatori più lunghi che garantivano un potere di assorbimento maggiore sui dossi. Sembra che il primo a farla correre sulla spiaggia sia stato Dave Deal, un disegnatore di fumetti, che partecipò alla Mexican 1000 del 1968. Barbera di tutto questo naturalmente non sapeva nulla. Per lui la Buggy era un miracolo e quando accadono certe cose non c’è tanto da farsi domande.

“Vuoi sapere come è finita la mia storia con la Buggy?”.

Biagio ti guarda con un sorriso quasi tenero. E’ che certe cose raramente vanno come devono andare.

“Non ricordo tue grandi vittorie”.

“Infatti. Le mie prove dimostravano che la mia Buggy era un grande acquisto. Forse uno dei migliori della mia vita. Saltellavo per la gioia. Solo che ancora non arrivava nessuno per la prima gara. Stavo lì ad aspettare Barbera, te, gli altri”.

“Io non ero un avversario temibile a San Giovanni. Preferivo la Formula 1″.

“Mi andavi bene anche tu, ma è chiaro che aspettavo Domenico. Domenico Barbera”.

“E invece?”.

“Troppa fretta. Troppa ansia. Lasciai la mia Baja Buggie nuova di Ughetto il tabaccaio per terra. Non in mezzo alla strada, ma neppure troppo coperta. E camminai fino alla curva per vedere se spuntava qualcuno”.

“Stolto”.

“Sfortunato. Passò una macchina vera, grossa, pesante che risaliva lungo il vicolo e non so perché invece di camminare in mezzo si spostò sul lato, verso il canale di scolo, sfiorando la nostra pista. Lì c’era lei e la calpestò senza pietà. Io corro, mi avvicino, ma riesco solo a vedere che si perde sotto le ruote. E’ un attimo. La raccolgo. Prego e invoco. La vedevo robusta e resistente. La metto in pista per provarla. Fa pochi metri, mi stavo già illudendo e invece la vedo piegare a sinistra e andarsi a fermare oltre il bordo della pista. Le ruote della Baja Buggy erano storte. Storpie”.

Non potevi aggiustrle? Ci hai provato?

“In tutti i modi. Niente da fare. E’ andata così”.

La Baja Buggy di Barbera restò l’unica.

“Sì. Era destino. Quella maledetta macchina non poteva avere una gemella. E’ che la vita a volte va così. Non c’è spazio per una fortuna di troppo”.

Segui la strada. Segui il canale di scolo e cerca le carcasse di quelle macchine in miniatura. Forse è lì che c’è il senso, la rivelazione, delle nostre vite.

“Biagio!”.

“Adesso tocca a me”.

“Non so se c’è spazio. E poi come personaggio di una storia non so se hai il diritto di intervenire, di testimoniare”.

“Finora hai fatto parlare il mio personaggio. Non  me e questa è anche la mia storia”.

“Rompicoglioni”.

“Rompicoglioni. Ma siccome mi ci avete fatto passare per una vita, pazienza, una volta in più non cambierà nulla…. ( i tre puntini li ho messi apposta per farti incazzare)”.

“I puntini dipende da chi li mette. Sei una delle persone meno enfatiche che io conosca. Non saranno i tuoi tre puntini a farmi alzare la glicemia. Visto che stai qui, racconta”.

“Allora proviamo a mettere in parole un rodimento di culo che dura da più di 35 anni. Il mito dell’invincibile era già nato, ma fu un giorno in particolare che ne ebbi la prova, inconfutabile.  Una mattina ero andato con mia nonna a casa di mia zia , il che per me significava andare a giocare con Piero, dopo aver passato la mattinata tra indiani e sceriffi , colt e frecce spunta fuori dalla soffitta una scatola di giocattoli messi da parte, in realtà era un fustino di dixan in cartone, immagino ricordi la forma. Tra pistole rotte, costruzioni in legno, biglie scheggiate intravedo un pezzo di metallo grigio, un attimo di esitazione e poi la prendo, bella, stabile e soprattutto pesante, più grande di una macchinina normale, sicuramente fuori categoria ma per porre fine allo stapotere ero disposto a forzare le regole. Come un talent scout sicuro di aver messo gli occhi su un futuro campione inizio un’estenuante contrattazione con mio cugino ma lui non molla. Ero disposto a dare in cambio tutto quello che potevo, figurine introvabili comprese, ma niente. Lo sai come è Piero, no?  In preda ad una crisi isterica, supplicandolo in ginocchio, riesco a farmela dare in prestito, solo 24 ore, 24 ore per sfatare un mito, 24 ore per riscrivere la storia”.

Silenzio. Biagio ha smesso di parlare. Non sai cosa sta facendo. Non lo vedi. Magari si è emozionato e non riesce ad andare avanti.

“Aspetta. Sto preparando il caffè”.

Caffè e pausa sigaretta. C’è da attendere.

“Eccomi. Dove eravamo rimasti?”.

“Più o meno alla 24 ore di Le Mans. Ventiquattro ore per distruggere una leggenda”.

“Era ora di pranzo, si torna a casa. La sfida si avvicinava”.

“A che ora era prevista?”.

“Non c’è mai stato bisogno di darsi appuntamento. Il primo avrebbe aspettato gli altri. L’unica mia preoccupazione era far accettare il prototipo fuori categoria. Mangiavo e la mia mente studiava tutte le possibili tesi che mi avrebbero opposto per squalificarmi. Mi facevo le obiezioni da solo e trovavo le risposte. Ricordo ogni paritcolare di quel pranzo, il caffè con la mia famiglia, un rito lento, preciso. Solo che io ho frenesia e voglia di buttarmi in strada. La pista mi aspetta.  Ultimo controllo, le ruote pulite, niente polvere, di pesi supplementari non aveva bisogno.  Ricordi che l’ingegnere di pista, Marcello, per aumentare il peso metteva i piombi dei salamini Citterio?”.

“L’ho detto prima. Non ascolti”.

“Hai sempre preteso l’ascolto assoluto. Rassegnati. Ci sono molte cose che si perdono. Vado avanti. Arrivo. E’ la mia pista. Quella che amo.  Ci sono più o meno tutti, ma per me quel giorno contava solo Barbera con l’invincibile. Presento il mio prototipo grigio. E appena gli altri  vedono la mia sfidante partono le proteste.  Tutti a dire: ma che è ‘sta cosa. Ma è troppo grande. E’ un mostro. Solo uno non parla, Barbera. Dopo interminabili discussioni grazie a lui si giunge ad un accordo, con quel mezzo posso sfidare il campione ma non partecipare al campionato. Tutti dicevano che non potevo ma lui accettò. Il peso dell’imbattibilità era diventato inaccettabile più per lui che per noi o molto più semplicemente è sempre stato così, non si è mai nascosto dietro regolamenti e sotterfugi, accettare la sfida per lui era naturale. Pronti. Eravamo solo in due, quindi niente qualifiche.  Si partiva appaiati, a destra la mia senza nome, grigia, piatta, pesante. A  sinistra la Baya Buggy, grande meno della metà, verde, quasi una palla. Partenza, trattengo il fiato, è l’ora. Via, tutti in religioso silenzio, a differenza della F1 non c’era il rombo dei motori.  Ma questo valeva solo per gli spettatori, io la sentivo la potenza della mia macchinina, era in vantaggio, come prevedevo il peso gli aveva dato una bella accelerazione iniziale, ero decisamente più veloce, ma sapevo che quella dell’invincibile era una marcia magari lenta ma inesorabile. Era capace di tutto.  Metà pista, la macchina senza nome sbanda, mette 2 ruote fuori, trattengo il respiro, testacoda, ormai sono nel panico, rientra mentre sopraggiunge la palla verde, occhi fuori dalle orbite,  scontro,  il tempo si ferma come il mio cuore,  per qualche metro le 2 avversarie sembrano fare a pugni, ma non la nobile arte, è qualcosa di più simile alla lotta libera, un combattimento più antico, primordiale, come due corpi aggrappati che cercano di liberarsi l’uno dell’altro ma hanno paura a lasciarsi andare.  Poi, dopo l’ultima curva, tutto sembra più chiaro.  Finalmente riusciamo a capire e vedere quello che è successo.  La palla verde sta sul dorso della mia sogliola girgia. Non c’è dubbio, è più grande, arriverò primo. Il mito è asfaltato, la storia è riscritta. Manca meno di mezzo metro. Praticamente è fatta. Io non lo so, non te lo so dire.  Non so cosa provano gli atleti a vincere un’olimpiade. Forse stavo provando, sentendo, qualcosa di simile. Ma i miti non sono mica miti per nulla, sulle leggende qualcuno ricama ma da qualcosa di grande comunque nascono.  Ed ecco allora quello che la palla verde tira fuori, il colpo a sorpresa, la fortuna che si toglie la benda e condanna chi deve colpire e bacia chi ha sempre baciato.  Una pietruzza,  piccola, ma ancora più piccola di qualsiasi cosa tu possa immaginare. Una particella elementare che risponde alla legge segreta della probabilità. La mia freccia d’argento sobbalza e la palla verde mica casca di lato, e che mito sarebbe stato sennò. No, non casca di lato, non deraglia, quella la scavalca, si tuffa, butta avanti il petto. Scavalca, e sì, è proprio  questa la parola giusta, perché in fondo era come se per mezza pista l’avesse cavalcata, e oplà, il primo sorpasso fatto dall’alto”.

“La Baja Buggie aveva vinto anche questa volta. Chissà che fine ha fatto?”.

Ci sono storie con un finale che non ti aspetti. E’ sera e sulla mail arriva un messaggio dal passato. E’ lui, l’uomo della baiabuggi. L’originale. La baiabuggi di Barbera, Domenico Barbera. Ecco la sua lettera.

“Vuoi sapere come è finita la storia della mia Baja Buggy? C’era un’altra pista su al Castello di Alvito, vicino casa di mia zia dove andavo spesso, diciamo un circuito quasi personale perché “correvo” da solo, dove facevo i test invernali prima di iniziare la stagione estiva…Un circuito forse anche più bello degli altri due, sicuramente più noioso perché non riuscivo mai a portare nessuno a provarlo. E’ stato così che un giorno ho deciso che la storia della Baja Buggy doveva finire. L’ho distrutta con le mie mani buttandola a terra due, tre, quattro volte. Perché l’ho fatto? Non lo so, ancora oggi ci penso e non riesco a capire. Forse perché ero stanco di vittorie o forse perché pensavo di essere oramai diventato il “rompicoglioni” del gruppo, forse solo perché era giusto così”.

 

 

 

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