Vittoria è un nome che suona sbagliato, come chi lo porta. Se poi stai in un liceo a Roma negli anni ’70 e tuo padre è un commesso viaggiatore che va in giro con un 850 color crema è ancora peggio. E’ chiaro che puoi scegliere, ma le prime carte te le serve il destino e non è che poi riesci proprio a scantonare del tutto. E’ quello che capita a Vittoria. E’ figlia di borghese, che già puzza di fascista. Non un gran borghese. Non uno con i soldi. Non uno di quella classe dirigente eterna, sopravvissuta a tutte le guerre. Neppure uno medio, un professionista, un medico, un avvocato, un vostro onore, un dirigente di banca, un manager, insomma un professionista. Neppure un intellettuale, un artista, un cantastorie, un giornalista. Nulla di tutto questo. Ma il peggiore dei borghesi, quello che è arrivato dal paese, nel caso di Vittoria dalle parti di Rieti. Non pentito, capatosta, convinto che sui banchi di scuola si costruisca il futuro, eppure nostalgico, severo con le figlie quel tanto che basta, illuso che la fatica, il lavoro e l’onestà siano valori che prima o poi verranno ricompensati, uno che perde la pazienza se si arriva in ritardo a pranzo e a cena. Ecco, la figlia di uno così negli anni ’70 poteva nascondersi, sorridere ai collettivi cercando di sopravvivere o stare in testa al gregge per cancellare il suo peccato originale. Oppure fare come Vittoria.

Vittoria come il romanzo di Annalisa Terranova (editore Giubilei Regnani). Vittoria come una storia degli anni ’70. Vittoria che non è Annalisa, ma un po’ ci assomiglia. Questo è il romanzo di chi allora stava dalla parte sbagliata del cuore. Se non fosse blasfemo, ma comunque vero, si potrebbe perfino dire il romanzo di chi camminava in direzione ostinata e contraria. Niente retorica e neppure eroismo. Annalisa Terranova non è il tipo. E ancora meno lo è Vittoria. Lo ammetti. Se guardi le cose da lontano, se ti tiri fuori da quel tempo, non puoi che stare dalla parte di Vittoria. Pensate a questa ragazzotta che arriva in un liceo scientifico. E’ brava, studia, è carina, non è neppure una secchiona chiusa e micragnosa e viene da una famiglia normale, triste o felice a modo suo. La prima volta che il padre va a parlare con i professori trova quello di religione, un prete,  che gli parla così: “Oggi i ragazzi devono essere lasciati liberi di esprimersi, se si esprimono aprendo la porta con un calcio bisogna permettere questo loro linguaggio, solo in apparenza. Il tempo della disciplina è ormai finito”. Il povero padre borghese, ok diciamo pure piccolo borghese, con tessera del Msi e per di più tifoso laziale, chiaramente sbotta, schiuma indignazione: “Ma che sta dicendo?  Lei sarebbe un professore? E per di più un prete? E che pretende di insegnare? A sfasciare le porte a calci, ma non si vergogna?”. E il prete: “No, si vergogni lei, che parla come un fascista”.

Vittoria è marchiata. E’ la figlia del fascista. E’ la fascista. E sta in un posto dove le compagne di scuola sono rivoluzionarie e femministe, dove i professori sono marxisti, leninisti, maoisti, cattostalinisti, guevariani, comunque extraparlamentari, comunque a sinistra del Pci, anche quelli con la tessera del Pci comunque un po’ a sinistra del Pci. Tutti, ma proprio tutti, ti chiedono di abiurare. Di essere come loro. Di vestirti allo stesso modo, di bere, parlare, camminare, pensare, baciare, calpestare, scopare, respirare allo stesso modo. Siccome non sembri una bestia, qualcuno magari si avvicina o non sospetta, ti chiede la confessione e se non arriva ti dà l’estrema unzione, sociale e culturale. Vittoria è bannata e bandita. Se non l’ammazzano è perché fortunata, ma se si trova nel posto sbagliato potrebbe essere morta. Ucciderla non è reato.

Adesso possiamo disquisire su questo quanto volete. Vittoria è una che ha detto no. Ha detto “io non sono come voi”. Con questa frase ha deragliato dallo spirito del tempo. Gli altri erano convinti di stare dalla parte della ragione. I loro ideali erano migliori. Quelli di Vittoria sconfitti, cattivi e impresentabili. Quelli volevano cambiare la società, Vittoria viveva in un ghetto di renitenti alla rivoluzione. Rivoluzione come dovere. Rivoluzione come giustizia. Rivoluzione come necessità. E lascia stare che pure i fasciti erano partiti con la rivoluzione. Sta di fatto che Vittoria era una fuori casta. Allora a sentirti raccontare la sua storia adesso non ne puoi fare a meno.  Stai con lei, con i pochi, con l’anomalia, con l’individuo, con chi scantona, con chi muore pecora nera, con la ribelle, con il suo passo controcorrente. Tu non c’eri, eri ancora piccolo, e negli anni ’80 qualsiasi scelta era più facile. Era un altro orizzonte. Ma adesso da lettore non puoi che stare con lei. E costa poco. Come stai con gli jedi di Guerre Stellari contro l’impero o con gli indiani nella riserva. Solo che in questa storia anni ’70 tutto è sempre stato raccontato al contrario. I molti si pensano come pochi. I conformisti come ribelli. I cowboy come indiani e i sith come jedi. Continueranno a farlo. E paghi. Quelle come Vittoria pagano tutto. Perché se vai dalla parte sbagliata la corrente ti arriva in faccia, ti scarnifica la pelle, ti butta sputi e sorrisi ipocriti nei polmoni, ti fa fare il doppio, il triplo della fatica, e le tue idee sono terra di saccheggio, il tuo nome un’ombra, il tuo lavoro non merita una citazione. E perfino chi ti riconosce sente il bisogno di aggiungere un “ma” un “anche se” accanto al tuo valore.

Eppure Vittoria, con la sua famiglia borghese, onora il padre ma non gli assomiglia. Quel suo no in nero si colora giorno dopo giorno di un altro nero, perché questa ragazza marchiata come fascista a guardarla con i suoi occhi odora di anarchia. Il suo no è un no in nome dell’individuo, un no bastardo di tigna e coraggio per difendere il diritto libertario e inalienabile di gridare no a chi ti vuole fotocopiare. E’ un no che ti porta nel ghetto. Ma è anche il no dei picari e di Cyrano, il no di Hester Prynne e di Pasquino, il no della Primula Rossa o del Tulipano Nero. E’ il no dei cani sciolti, randagi per vocazione o per dispetto. Per presunzione. Perché quel giorno era troppo facile dire si.

 

 

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