Oggi voglio raccontarvi due storie.

La prima è quella del signor Achille Alemanni, che trent’anni fa fu assunto come chirurgo plastico all’Ospedale di Magenta. Da allora svolge lì la sua professione, senza che mai alcun collega o paziente se ne lamentasse, aprisse contenziosi o richiedesse risarcimenti per danni. L’operato del signor Alemanni, insomma, è stato ineccepibile per tutta la sua carriera. Poi, qualche giorno fa, la scoperta: Alemanni ha esercitato per trent’anni la professione di chirurgo, senza mai essersi iscritto all’Ordine dei medici. Ma senza l’iscrizione, per legge, non si può esercitare la professione, né in ospedale, né in strutture private. Risultato: Alemanni è stato licenziato e denunciato alla Procura della Repubblica.

Chiariamolo subito, a scanso di equivoci: presentare un certificato falso al proprio datore di lavoro è un reato; se così fosse avvenuto, l’Ospedale avrebbe ottime ragioni per licenziare Alemanni o chi per esso. Poi, certo, si può discutere sul valore legale dei titoli di laurea e delle abilitazioni, sulla loro utilità e opportunità. È incredibile, a pensarci, che Alemanni sia stato licenziato non per la propria incapacità, ma esclusivamente per ragioni burocratiche. Il punto che vorrei far emergere di questa storia, però, è un altro, e cioè: a cos’è servito, in trent’anni, l’Ordine dei medici? Che cos’ha garantito alla propria categoria, all’Ospedale di Magenta e ai pazienti? Com’è possibile che in tutto quel tempo nessuno si sia accorto che Alemanni non era iscritto all’Ordine? E cosa sarebbe cambiato se lo fosse stato, dato che le sue prestazioni professionali sono sempre state ineccepibili? Chi pagherà per questa incompetenza e irresponsabilità da parte dell’Ordine dei medici, che non perde occasione per rivendicare la propria assoluta necessità per la tutela dei pazienti, ma poi non effettua alcun controllo sui medici del proprio territorio di competenza in trent’anni?

La seconda storia è quella di Federico Rampini, noto giornalista, corrispondente di Repubblica da New York e prolifico scrittore. Talmente prolifico da far insospettire una traduttrice freelance, Marion Sarah Tuggey, che iniziando ad avere un po’ troppi déjà vu leggendo le articolesse di Rampini prova a confrontarli con la stampa e i siti americani. E scopre che quelle che sembravano suggestioni erano spesso riassunti, quando non veri e propri copia-incolla, tradotti – ça va sans dire – senza nemmeno citare la fonte. Un campionario dei migliori “spunti” di Rampini è stato raccolto anche su un apposito Storify, che potete leggere qui.

Come sulla vicenda di Alemanni, anche su quella di Rampini si potrebbero dire molte cose. Si potrebbe parlare, ad esempio, della sua onestà intellettuale. Oppure ci si potrebbe chiedere quale credibilità abbia un quotidiano che pubblichi semplici esercizi di copia-incolla-traduci sulle proprie pagine. E che, peraltro, di fronte alla vicenda ha ovviamente taciuto. Ancora, si potrebbe pensare a quanti bravi giornalisti potrebbero scrivere articoli originali, magari pubblicando un libro in meno all’anno, e invece sono sottopagati in qualche redazione di provincia.

Anche di questa storia, tuttavia, il dubbio più inquietante che mi sorge riguarda il ruolo dell’Ordine. A cosa serve, l’Ordine dei giornalisti, se non a vigilare sui doveri deontologici dei propri iscritti? E non è, quella di Rampini, una violazione gravissima? Certo, in Italia siamo abituati a vedere di tutto (basti pensare che, nella Carta dei doveri del giornalista, rientra il dovere di rispettare “sempre e comunque” il diritto alla presunzione d’innocenza…). Ma la vicenda di Rampini va al di là di qualunque discrezionalità e come tale dovrebbe essere sanzionata senza se e senza ma. Cosa che, se non accadrà (e non accadrà), confermerà un atteggiamento, da parte dell’Ordine, di forte coi deboli e debole (e compiacente) coi forti.

Mi sono sforzato parecchio per non titolare questo post “Ecco perché bisogna abolire gli ordini professionali”. Questi, però, mi sembrerebbero ottimi motivi.

Twitter: @glmannheimer

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