Mozzarella di bufala OGM di antipasto, poi un bis di pollo al cloro e bistecca agli ormoni con parmigiano del Wisconsin, e per concludere delle ottime fragole-pesce, anch’esse OGM; il tutto accompagnato da un calice di barolo californiano. Sarà davvero questo il menù che ci sarà servito dal Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), in corso di negoziazione tra Unione Europea e Stati Uniti?

Ovviamente no: di vero, nell’elenco, c’è solo la bufala, ma non nel senso della mozzarella. Eppure i luoghi comuni sul TTIP non accennano a placarsi. Con l’Istituto Bruno Leoni, qualche tempo fa, ne avevamo smascherati alcuni; ma i luoghi comuni, si sa, nascono come funghi (OGM?), se servono solo a “dimostrare” tesi precostituite. E dunque, è il caso di chiarire cosa comporterebbe il TTIP per le nostre indicazioni geografiche protette (cioè i marchi DOC, DOCG, eccetera).

Le IGP, nell’Unione Europea, sono riconosciute in relazione al territorio d’origine; negli USA, invece, in relazione al depositario del marchio. Ovviamente, nel tempo molte imprese USA hanno registrato marchi “italian sounding” (il famoso “Parmesan”, ad esempio), che, ad oggi, sono venduti negli USA con quei nomi. E questo è un punto di fondamentale importanza: oggi, senza TTIP, le imprese USA lucrano su prodotti italian sounding, e le nostre non possono competere alla pari su quel vastissimo mercato, perché la loro IGP non è riconosciuta. Con conseguenze nefaste per la nostra economia, tanto che, per restare al caso citato, nel 2014 le vendite di falso parmigiano hanno superato quelle dell’originale. Parallelamente, oggi il parmesan USA non può essere venduto come tale nell’ambito dell’Unione Europea.

Una situazione del tutto simile è stata affrontata nelle negoziazioni del CETA (cioè l’accordo di libero scambio, gemello del TTIP, tra UE e Canada), arrivando al compromesso di permettere alle IGP europee di inserirsi nel mercato canadese con le denominazioni originali, obbligando al contempo i prodotti canadesi a non adottare più denominazioni che siano “imitazioni servili” delle IGP europee. Per i marchi già registrati, dunque, originali e “finti” competeranno ad armi pari; per quelli di nuova registrazione, al contrario, saranno ammesse solo diciture come “italian style” o simili, ma non il nome protetto dalle IGP europee.

Essendo per sua natura un trattato reciproco, il CETA prevedrebbe, ovviamente, lo stesso medesimo trattamento per i prodotti canadesi importati in UE. Tali prodotti, pertanto, potranno essere venduti nei supermercati europei, ma solo con la dicitura “italian style” o simili e mai con quella della IGP. Questo è il modello su cui si basano le negoziazioni del TTIP, richiamato anche nel mandato negoziale pubblicato dalla Commissione europea e confermato a più riprese dallo stesso viceministro del MISE Carlo Calenda.

Data l’importanza del tema, ovviamente, nelle negoziazioni sul TTIP ci sono stati e ci saranno diversi intoppi su singoli aspetti della regolamentazione delle IGP. Ma, in linea generale e in sintesi, prendendo come esempio il parmigiano reggiano, gli effetti del TTIP sulle IG dovrebbero essere i seguenti:

- il Parmigiano Reggiano® continuerà ad avere denominazione protetta esclusiva nell’UE, e potrà essere venduto con la medesima denominazione protetta anche negli USA;

- il parmesan USA il cui marchio è stato registrato prima dell’entrata in vigore del TTIP potrà continuare a essere venduto come “parmigiano” negli USA, in competizione col Parmigiano Reggiano®, mentre nell’UE dovrà essere venduto con una denominazione differente;

- il parmesan USA il cui marchio non sia stato registrato prima dell’entrata in vigore del TTIP non potrà essere venduto come “parmigiano” nemmeno negli USA, ma potrà al massimo contenere denominazioni come “italian style” o simili.

Di conseguenza, grazie al TTIP il mercato americano potrebbe finalmente aprirsi ai prodotti di qualità, ad altissimo valore aggiunto, italiani ed europei, come riconosciuto dalla stessa Coldiretti. Al di là dei luoghi comuni, l’effetto sui consumatori americani di un prodotto realmente migliore dei surrogati di cui può usufruire ad oggi può davvero essere un volano per le nostre esportazioni, per l’appeal del Made in Italy e, in prospettiva, anche per il nostro turismo. Oggi, come detto, per le nostre IGP non c’è speranza di aprirsi agli USA: dazi e barriere non tariffarie ne alzano troppo i prezzi rendendoli poco competitivi e le denominazioni “false” delle aziende USA li rendono poco distinguibili. Con il TTIP, questo potrebbe cambiare e i nostri prodotti potranno essere valorizzati come meritano.

Per quanto riguarda i prodotti USA che importeremo, i consumatori avranno libertà di scegliere. Chi vorrà comprare il Parmigiano Reggiano® continuerà a farlo, chi invece, per qualunque ragione, preferirà invece acquistare “cheese parmesan style” prodotto nel Wisconsin sarà altrettanto libero di farlo. Chi teme la concorrenza, in realtà, teme che tra i due non ci sia differenza: che motivo ci sarebbe, altrimenti, per temere l’ingresso sul mercato di un competitor i cui prodotti sono peggiori dei propri? E se davvero tra i due non ci fosse differenza, perché i consumatori non dovrebbero avere diritto di scegliere il prodotto che costa meno (o che preferiscono, per qualunque altra ragione)?

Twitter: @glmannheimer

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