liberland2Due settimane fa, nel cuore dell’Europa, è nata una nazione. L’ha fondata Vít Jedlička, un politico e attivista originario della Repubblica Ceca, che lo scorso 13 aprile ha rivendicato una terra di nessuno di pochi chilometri quadrati tra la Serbia e la Croazia per creare un nuovo Stato: Liberland. Com’era prevedibile, l’iniziativa ha subito riscosso successo e curiosità: la creazione di un nuovo Stato, del resto, non è una cosa che accade tutti i giorni. È probabile, tuttavia, che larghissima parte dei simpatizzanti di queste prime settimane vada gradualmente scemando, anche nell’improbabile ipotesi che il progetto vada avanti senza che Croazia e Serbia si oppongano. Per ora, però, il clima è febbrile: anche grazie a una comunicazione accattivante, le richieste per ottenere la cittadinanza sono state – pare – centinaia di migliaia e il team di Jedlička sta lavorando a una Costituzione e al riconoscimento internazionale secondo la Convenzione di Montevideo.

A prescindere da come andrà finire, la storia di Liberland ci ricorda quanto tutt’oggi sia ancora ridotta, nonostante le apparenze, la nostra libertà politica. Siamo talmente assuefatti all’idea di Stato che abbiamo costruito, che l’idea che un gruppo di persone si riunisca per ideare nuovi e diversi sistemi politici suscita scherno e risate. Se in campo economico i benefici della concorrenza, almeno a parole, sono ormai accettati in modo più o meno unanime, l’idea che questi si producano ugualmente in campo istituzionale è ancora un miraggio.

Eppure, non è necessario andare lontani per capirlo. A pochi chilometri di distanza da noi, in effetti, c’è un Paese in cui la maggior parte delle questioni vengono decise con referendum, in cui esiste un meccanismo di freno all’indebitamento pubblico (il debito totale è calato del 17% negli ultimi dieci anni), in cui la tassazione è la più bassa d’Europa, in cui il tasso di felicità è il più alto del mondo secondo l’ONU, e in cui, ciononostante,

esiste moltissima volatilità, e le ostilità tra residenti si limitano alle liti sulle fontane pubbliche e a dibattiti simili, che lasciano altrettanto indifferenti. Non è detto che questo sia piacevole, visto che così i vicini vengono indotti a trasformarsi in ficcanaso: si tratta di una dittatura dal basso, non dall’alto, ma comunque di una dittatura. Eppure questa forma di dittatura bottom-up protegge dal romanticismo delle utopie, dato che in un’atmosfera così poco intellettuale non possono nascere grandi idee (…). Il modo in cui le persone gestiscono gli affari locali è molto diverso da quello in cui affrontiamo immense e astratte spese pubbliche.

Indovinato? Esatto, si tratta della Svizzera e queste parole sono di Nassim Taleb, il quale, nel sul ultimo libro, sostiene giustamente che sembrerebbe paradossale come il Paese più stabile e sicuro del mondo non abbia un governo, ma che in realtà non sia affatto un caso, anzi: la Svizzera è stabile proprio perché non ha un governo (nel senso che attribuiamo ai governi centrali tipici dell’Occidente) e i sistemi giuridici, fiscali e regolamentari sono messi in concorrenza fra loro. Ecco perché, comunque vada, l’avventura di Jedlička e compagni è importante. Lunga vita a Liberland.

Twitter: @glmannheimer

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