Nessuna squadra italiana ha mai vinto l’Europa League. A parole, per tutti i club che vi partecipano, è una competizione importantissima. Nei fatti, si è spesso rivelata un’ottima occasione per fare turnover o fare esordire i giocatori più giovani, quando non per snobbarla senza vergogna.

Il rapporto tra il centrodestra e la politica regionale non è tanto diverso. Se negli ultimi vent’anni i risultati ottenuti dalle politiche di decentramento amministrativo e fiscale fossero stati pari anche solo a un decimo di tutte le parole spese nei comizi, nei talk show e sui giornali ad esaltarne le virtù, il valore delle elezioni regionali non sarebbe più soltanto quello di termometro mid-term del consenso elettorale o di banco di prova per future coalizioni (ipotesi, si spera, parzialmente scongiurata dall’Italicum), bensì anche quello di rendere le regioni laboratori politici sempre più indipendenti, vicini ai cittadini e utili a individuare buone pratiche da imitare ed esportare al di fuori dei loro confini e a livello nazionale, o quantomeno a isolare i fallimenti.

Purtroppo, invece, la situazione è tragicomica. Tragica, perché mai come oggi il centrodestra appare diviso, preda di estremismi e di programmi incerti o contraddittori, debole e quindi propenso a farsi conquistare da protagonismi usa-e-getta, vittima di nazionalismi, protezionismi e fobie. Comica, perché all’entusiasmo di facciata sul federalismo sono sempre coincise candidature improbabili, programmi inesistenti e legislature fallimentari, per usare un eufemismo.

Le elezioni alle porte non sembrano smentire questa tendenza. Se la scissione tra Luca Zaia e il “sindaco ribelle” Flavio Tosi in Veneto non dovrebbe comunque avere conseguenze sul piano elettorale (pur confermando per l’ennesima volta che sia preferibile definire i candidati con le primarie, piuttosto che direttamente alle elezioni), basta dare un occhio al “programma elettorale” del governatore in carica per capire la rilevanza dei contenuti a livello di elezioni regionali: sotto lo zero. Il confronto con il programma (senza virgolette) di Tosi, in questo senso, è impietoso.

Gli elettori veneti, paradossalmente, sono tra i più fortunati. Il programma del candidato di Forza Italia, Area Popolare, Lega Nord e Fratelli d’Italia in Liguria, Giovanni Toti, semplicemente non esiste. Così come non sono reperibili i programmi di Stefano Mugnai (Forza Italia, Toscana), Claudio Borghi (Lega Nord e Fratelli d’Italia, Toscana), Gian Mario Spacca (Forza Italia, Marche), Francesco Acquaroli (Lega Nord e Fratelli d’Italia, Marche), Stefano Caldoro (Campania) e Adriana Poli Bortone (Forza Italia, Puglia).

Sono cose piccole, insignificanti. E poi, certo, il rito del “programma” è storicamente di sinistra. Così come quello della selezione democratica della classe dirigente, tramite le primarie. Ma l’accountability passa anche da qui. E nella misura in cui il federalismo è ancora un’istanza di centrodestra, i programmi di governo regionale dovrebbero essere un problema sostanziale e al centro dell’agenda politica. Viceversa, quantomeno, non obbligatemi ad ascoltare mai più quei blasfemi riferimenti a Repubblicani o Conservatori, uditi troppe volte nelle ultime settimane. Se nessuna squadra italiana ha mai vinto l’Europa League, un motivo ci sarà.

Twitter: @glmannheimer

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