Come ogni anno, anche quest’anno la legge di bilancio si sta rivelando, più di ogni altra cosa, un ottimo strumento per perpetuare la rapina ai danni delle generazioni più giovani – e di quelle future – che va avanti da ormai più di trent’anni. Le pensioni, si sente dire spesso, sono “redditi differiti”. Questa definizione, però, è fuorviante: in un sistema a ripartizione, come il nostro, sono infatti i redditi ‘attuali’ a finanziare le pensioni, e non invece somme precedentemente accantonate (e casomai investite) dai redditi passati.

Sui redditi di trenta o quarant’anni fa, le aliquote contributive medie si aggiravano intorno al 20-25% degli stipendi dei lavoratori dipendenti, e intorno al 10-15% di quelli dei lavoratori autonomi. Grazie al sistema previdenziale retributivo, allora vigente, la pensione maturata corrispondeva all’80% delle “ultime retribuzioni”. Anche tralasciando i casi (e non sono pochi…) in cui le “ultime retribuzioni” sono state considerate quelle degli ultimi mesi o addirittura delle ultime settimane del rapporto di lavoro, emerge un netto squilibrio con il trattamento riservato ai lavoratori di oggi, le cui aliquote contributive superano abbondantemente il 30% dello stipendio lordo e garantiranno, per i più fortunati, una pensione intorno al 60% delle “ultime retribuzioni”.

Come si spiega questo squilibrio? Semplice: dagli anni ’70 in poi, il valore delle pensioni è cresciuto a un ritmo quasi doppio rispetto a quello dei redditi da lavoro. E questo è accaduto per una ragione ben precisa: a differenza di altri Paesi, in cui pure vige un sistema a ripartizione, la legge italiana non ha mai previsto che la spesa pensionistica tenesse conto dell’andamento dell’economia, da cui dipende ovviamente la capacità contributiva dei redditi da lavoro. Risultato: i pensionati di oggi hanno beneficiato non solo dell’esplosione della spesa e del debito pubblico, ma anche di pensioni parametrate alla crescita che ne seguì e la cui entità, oggi, viene tutelata in nome dei “diritti acquisiti” nonostante le prospettive di crescita, l’elasticità del bilancio pubblico e le aliquote contributive siano nettamente peggiorate rispetto ad allora.

Poco più di quarant’anni fa, i sindacati elaborarono, in pieni anni di piombo, la teoria del salario come “variabile indipendente”. Quarant’anni dopo, i lavoratori e i sindacalisti di allora sono i pensionati di oggi, e la teoria è stata comprensibilmente adattata ai loro “redditi differiti”, vera e propria variabile indipendente – a qualunque congiuntura e a qualunque stagione politica – degli ultimi decenni.

Il governo in carica non sembra avere la minima intenzione di invertire la rotta, e anzi, Quota 100 costituisce una forte accelerazione al percorso di declino che il nostro Paese ha imboccato già da diverso tempo.

Il conto, oggi come allora, lo pagherà qualcun altro: noi.

Twitter: @glmannheimer

Tag: , , ,