Qualche sera fa, durante un programma TV, un giornalista ha chiesto ad Alessandro Di Battista qualche esempio di provvedimenti del governo in carica che cambieranno in meglio il Paese. “Il Decreto dignità ha vietato la pubblicità sul gioco d’azzardo, ti pare poco?”, è stata la risposta. Il giornalista non ha replicato; e del resto i potenziali effetti collaterali del divieto sono rimasti totalmente fuori dal dibattito pubblico. In realtà, di cose da dire ce ne sarebbero eccome.

Nascondere un problema è difficilmente il modo migliore di risolverlo, specialmente in politica. Il divieto di pubblicità colpirà solo il gioco online legale, che tuttavia rappresenta una quota minoritaria del mercato (sotto al 7%) e che, al suo interno, è anche l’ambito più regolamentato, obbligando i giocatori a controlli rigorosi su identità, maggiore età, vincoli di spesa, origine del denaro impiegato per giocare, eccetera. Nel frattempo, chi utilizza slot machine, gratta e vinci e gioca online su circuiti illegali non è soggetto ad alcun controllo o tutela, ma questi strumenti non saranno colpiti dal provvedimento.

Esattamente come il proibizionismo diede inizio al contrabbando, il divieto di pubblicità rischia di dirottare il gioco da canali controllati e regolamentati, gestiti dai concessionari online, all’illegalità. La possibilità di fare pubblicità è ad oggi l’unico vero vantaggio competitivo dei concessionari italiani, che consente di convertire sul circuito legale i giocatori acquisiti dagli operatori illegali. Se il gioco online è aumentato in modo significativo negli ultimi anni è anche grazie ad una regolamentazione che ha di fatto portato i giocatori italiani ad abbandonare i siti illegali a favore dei siti legali.

Non solo. Il divieto della pubblicità del gioco potrebbe avere ripercussioni negative anche sugli investimenti, inducendo le aziende a ritirarsi dal mercato italiano legale per tornare ad operare offshore. Il divieto comporterebbe inevitabilmente a questo punto una riduzione delle entrate dello Stato in termini di imposte di gioco e canoni di concessione a causa dell’inevitabile riduzione dell’attività di gioco sul circuito legale.

Il problema non è quello che pensa o quello che dice Alessandro Di Battista. Il problema è che il Decreto dignità, anche in questo caso, confonde propositi e risultati. Col rischio che il divieto di pubblicità riduca sì il gioco d’azzardo, ma soltanto nelle statistiche, per dirottarlo nel buio dell’illegalità.

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