In questi giorni in cui la discussione sull’Italicum ha preso una svolta sul possibile ritorno dell’elettività dei senatori, nessuno ha pensato all’altro caso in cui, poco più di cent’anni fa, un’altra Camera Alta cambiò modalità d’elezione.

Parliamo, ovviamente degli Stati Uniti e di quando nel 1912 fu introdotto il diciassettesimo emendamento costituzionale, approvato dalla maggioranza degli stati un anno più tardi.

Prima di allora, l’elezione dei senatori da parte delle assemblee elette dei singoli stati si diceva che causava inefficienza e corruzione: molti senatori venivano considerati a libro paga dei grandi monopolisti privati come petrolieri, aziende ferroviarie e altri grandi conglomerati industriali. E siccome in Senato venivano decise le nomine delle (allora poche) agenzie federali, questa pratica entrò nel mirino dei riformatori, primo tra tutti William Jennings Bryan, deputato democratico del Nebraska e acerrimo nemico delle banche e dei trust. Già l’Oregon nel 1907 riuscì a passare un referendum statale che garantiva l’elezione popolare dei senatori.

Quando l’emendamento passò, la corruzione diminuì in modo significativo. Anche negli stati razzisti del Sud, dominati dal Partito Democratico, alcuni senatori sgraditi all’elettorato vennero bocciati alle primarie.

Ecco.

In Italia, prima dell’ultima svolta renziana, si voleva andare in un altro senso. E così già si fa per quel che riguarda le province e le città metropolitane.

Mah…

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