Mentre cominciano a definirsi ormai definitivamente i vari contendenti alle primarie presidenziali repubblicane (che saranno un numero record: 15) e a quelle democratiche (solo 4, compresa Hillary).

Molti di questi hanno davvero una scarsa esperienza e tre di essi (tutti e tre repubblicani) non hanno mai occupato una carica elettiva.

Bisogna risalire al 1940, con la candidatura dell’avvocato repubblicano Wendell Willkie, per trovare un candidato completamente outsider. E comunque perse le elezioni con ampio margine contro Franklin Delano Roosevelt, già presidente da due mandati e proveniente da una ricca famiglia newyorkese politicamente impegnata e dove lui stesso aveva già occupato numerose cariche politiche, tra cui governatore dello stato di New York.

Ma anche tra i democratici è stata guardata con stupore la rinuncia della senatrice Elizabeth Warren, con la motivazione più che condivisibile che “vuole acquisire potere e influenza restando al Senato”.

Sembra che tutto si concentri e si risolva nella presidenza, tanto che anche una carica ministeriale, o meglio dipartimentale, pare una sconfitta.

Eppure i repubblicani hanno molto battuto un tasto dolente (con ragione) durante la presidenza Obama.

L’esperienza tornerà di moda. Ma per ora sembra di no, anche se, va detto, i candidati con più chance di vittoria sono persone di comprovata esperienza

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