La televisione è una puttana. Delle più talentuose. Va con tutti, pur non essendo di nessuno. E lo fa per soldi.
Eppure, un tempo fu il carro di buoi. Gli sceneggiati tratti dai grandi romanzi italiani ed europei, il teatro di Pirandello e di Eduardo e il melodramma, allestito appositamente negli studi televisivi. L’intrattenimento che presentava il meglio di quanto l’arte attoriale e canora producesse. Erano questi i buoi che trainavano il carro delle televisione pedagogica. Un carro bianco e nero, senza eccessi, senza risate sboccate o piagnistei plateali. 

Erano gli anni di Canzonissima, popolare trasmissione televisiva di varietà, mandata in onda dalla Rai dal 1956 al 1975. Carosello, il format più riuscito della storia della tv. Lascia o raddoppia? e il successivo Rischiatutto. Erano anni di sobrietà. Fare televisione voleva dire avere delle responsabilità. I buoi tiravano, la politica entrò nei palinsesti televisivi rendendo più reali e penetranti gli slogan dei partiti. E anche la storia entrò prepotentemente nel piccolo schermo e nelle case degli italiani.

Eppure qualcosa cambiò presto. Forse i buoi erano troppo stanchi ed il carro diventò presto noioso. Gli italiani avevano bisogno di distrazione. Di leggerezza. Di costumi sgambatissimi, davanzali generosi e cosce succulente. Arrivò la televisione commerciale che costrinse la tv pubblica a spingere sull’acceleratore per mantenere il passo del mercato. Negli anni ’80, infatti, lo stanco carro di buoi fu sopraffatto dall’avvento del pelo.

E la consapevolezza del pelo arrivò presto anche in Rai.

Una parabola che fu impossibile arrestare. Quasi senza accorgersene, i telespettatori si trovarono sempre più soddisfatti negli istinti e nelle pulsioni più basse. Un’orgia di nudo, doppi sensi, stacchetti sexy e donne molto ammiccanti invase il piccolo schermo. Ma anche la “tv verità” riuscì a prendersi la sua fetta di pubblico che, dopo un momenti di eccitazione mista a voyerismo, si struggeva volentieri con una storia strappalacrime o un dramma in diretta.

Nasce il trash, ovvero la tv spazzatura, quella che oggi incolla alla televisione milioni e milioni di telespettatori. Al centro del circo mediatico c’è sempre il pelo in tutte le sue declinazioni. A cominciare dall’aspetto fisico e dall’abbigliamento. Ma anche nuove e moderne interpretazioni del “Io sono io e voi non siete un cazzo!”, psicodrammi, confessioni intimamente becere, isterie di ogni specie e forma. Un vero e proprio circo che non ha nulla da invidiare a quello di Moira Orfei. Come animali in gabbia, ben addomesticati, i nuovi protagonisti della Scatola vengono spiati, controllati, studiati, pensati come argomento di discussione per intere trasmissioni. Cavie del tubo che crea e distrugge, come un Leviatano spesso squallido ma molto, molto potente. 

Il massimo che spetta a chi guarda è la scorciatoia per un intenso attimo di celebrità. La tv rende divino l’uomo e la donna comune, il vip ormai non più sulla cresta dell’onda. La tv premia il protagonista senza qualità e competenze: proprio perché non sa fare nulla, se non le cose che tutti fanno ogni giorno. La tv gli regala l’immortalità da video, la sbornia da successo facile, la scottatura da riflettori. Meglio avere un bel viso, un bel culo o un bel seno. Quelli, tirano sempre.

La parabola del carro e del pelo è ormai irreversibile. Il pelo ha dimostrato una forza che nessuno dei buoi, che per anni hanno trainato il carro (e il Carrozzone), ha mai avuto. La prova regina? Quando sei milioni e mezzo di italiani non aspettano altro che vedere il pistolino di Rocco Siffredi a Playa desnuda. Che poi, la novità qual è?