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La strage alla sinagoga di Copenaghen. Le vittime dell’attentato nel supermercato alla periferia di Parigi. L’attacco antisemita al museo ebraico di Bruxelles. La sparatoria davanti alla scuola ebraica di Tolosa. L’assassinio di Ilan Halimi.

Dal suo nascere fino al suo infrangersi. È l’ondata di antisemitismo che ha investito l’Europa degli ultimi anni. Una macchina di odio che è sempre la stessa. Rodata. Perfetta nella sua atrocità.

Nove anni fa, il 20 gennaio 2006, a Parigi, un ragazzo ebreo di nome Ilan Halimi è stato rapito. Solo perché ebreo. Torturato per 24 giorni. Solo perché ebreo. E ucciso. Solo perché ebreo. Il simbolo moderno di un odio che di moderno non ha nulla.
Una storia di cronaca, come tantissime, che forse in pochi ricordano. Sono queste le occasioni in cui è un bene che esista la televisione. Questa immensa cassa di risonanza, questo enorme contenitore di nullità che, sporadicamente, rivendica la sua funzione culturale, rivuole la sua onestà, la sua serietà. E il caso è proprio questo: va in onda su Raidue il film di Alexandre Arcady, ”24 jours, la vérité sur l’affaire Ilan Halimi”, che racconta la storia di un ragazzo “colpevole” di essere ebreo. Ma avrebbe potuto essere cristiano, musulmano, induista.

Una serata evento, come molti l’hanno definita, nel nome della lotta ai fondamentalismi. Tutti. Una serata che di certo non cambierà le cose. Che non cambierà le nostre teste battezzate, fin dalla nascita, nella fonte dell’odio verso l’inflazionato “altro”. E, sicuramente, non incepperà nessun meccanismo. Domani, accendendo la televisione, ci saranno i soliti Salvini di turno, gli strilloni della politica e tutti quei bocconi che ci mastichiamo volentieri senza dover per forza pensare.

Ma stasera il vero evento c’è: la Rai si riveste dei panni del servizio pubblico. Quello che deve e vuole dire qualcosa. Anche con coraggio. Andando contro quanto prevede il regime dello share.
La Rai rende un servizio presentando un prodotto che fa riflettere (per carità, non per forza tutti) di cui si parlerà domani. E forse dopodomani. In un bar, in un ufficio, per strada.
Rischiare la prima serata è coraggioso. Con un tema così difficile, controverso. Arricchirlo con uno speciale, con un dibattito, è coraggioso.

Ma come tutte le cose belle, ahimè, durano poco.

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