Io sto con Vespa. Je suis Vespà. Vespa non si tocca. Insomma, il concetto è chiaro.
Mentre il nubifragio della polemica continua ad abbattersi sul pezzo da novanta di Raiuno, quello a cui tutto è concesso con riverenza e plastica misericordia, credo che la questione necessiti di maggior chiarezza. Per carità, senza versare altro inutile inchiostro, la pensata di invitare a Porta a Porta il figlio del boss Totò Riina, non è stata delle più felici, soprattutto agli occhi dei telespettatori che nell’arte della semplificazione con nuances di populismo sono imbattibili.
È stato un brutto spettacolo. E fin qui siamo tutti d’accordo. Si sarebbe potuto evitare. Ma come? Riesumando un cadavere come quello della censura? Giammai.
Una volta fatta la frittata, una volta innescato il timer della bomba, di cui tutta la dirigenza Rai e di Rete era a conoscenza, ovviamente, la cosa più saggia da fare sembra quella di scapicollarsi a rilasciare dichiarazioni di sdegno, come a dire: “Adesso è davvero troppo!“, inneggiare alla chiusura del programma, cucirsi sul petto lo scudetto della legalità costi quel che costi (che poi, se il prezzo è lo share, gli incassi della pubblicità, li vorrei proprio aspettare al varco questi Capitan Coraggio).
Quante risate nel vedere certe petizioni online volute da nomi illustri del servizio pubblico televisivo.
E il povero Bruno Vespa? È diventato il Guy Fawkes del piccolo schermo, il fantoccio a cui dar fuoco in pubblica piazza. Colui che, invitando nella sua trasmissione il figlio di Riina, avrebbe fatto il gioco della Mafia.
Allora, facciamo così: vi ricordate Mafia Capitale? Bene. Tra gli arresti della maxi inchiesta sul malaffare della Capitale, ci fu anche un certo Giuseppe Ietto. Costui era titolare della società Unibar, assopigliatutto dei pasti nei centri gestiti dalla galassia di cooperativa di Salvatore Buzzi, che gestiva i bar delle otto sedi Rai romane. Il fatturato 2013 nei punti bar di viale Mazzini, circolo Rai di Tor di Quinto, via Asiago, Auditorium, Saxa Rubra, Teulada, Dear e

Salario ammonta a 2 milioni e 343 mila euro. Du’ spicci.

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Detto ciò, se la legge è uguale per tutti, qualunque tecnico, operaio, montatore, giornalista, dirigente e direttore abbia preso un caffè, mangiato un panino o bevuto una spremuta d’arancia, ha contribuito direttamente ad alimentare un sistema mafioso ben rodato e radicato. Certo, ma che ne sapevano?
Eccola qui la differenza. La Mafia c’è. E sinceramente preferisco vederla seduta nel salotto televisivo di Vespa che ritrovarmela dentro al panino.

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