“Le nostre case, la nostra terra, i nostri paesi non sono figli di nessuno. Non ci possono più essere gli alibi di una volta”. Salvatore Tramontano, sulle pagine de Il Giornale, picchia duro. Non lo fa solo contro lo Stato che ha abbandonato, ancora una volta, i propri cittadini davanti al terremoto che ha raso al suolo Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto, ma si scaglia contro l’immagine riflessa allo specchio. Siamo noi a dovere, in prima istanza, porre mano a dei rimedi per difenderci, per salvare la nostra incolumità e quella delle nostre famiglie. I terremoti non si possono prevedere, non si possono fermare, ma si possono limitare partendo da noi stessi, salvaguardando le abitazioni che ospitano la quotidianità di tutti i giorni. Piani, progetti per conservarci perché se non lo facciamo ora non lo farà nessuno al posto nostro. Tanto meno questa nazione. E’ un concetto che parte da lontano, lontanissimo. L’incapacità dei vertici governativi è palese, la secolarizzazione della democrazia ha portato in cancrena tutto l’apparato sociale della politica tricolore. Avvizzito, emaciato, ridimensionato e nascosto il Welfare State, letteralmente stato del benessere, è un ricordo arrugginito. Una cartolina appesa sul muro che ci riporta agli anni ’80 e forse anche a prima, un monito che dalla parete ci fissa e non ci lascia scampo. Solo l’immagine riflessa allo specchio può salvarti. Pensi di essere in cima alla lista dei pensieri di Matteo Renzi&Co.? Se la risposta è sì, caro amico, la diagnosi per te è gravissima.

“Delegare tutto a quella divinità corrotta chiamata Stato assomiglia a una forma di superstizione e senza alcun dubbio è sciocco, è miope. E’ un alibi, appunto. Significa non essere uomini liberi, ma sudditi. Il sospetto è che agli italiani questa condizione non dispiaccia, perché se sei libero devi scegliere e ogni scelta costa”. Sono false bandiere, false speranze quelle che ci regala il parlamento romano. Lo scheletro dell’appartato statale ci guarda come la malavita guarda le vele di Scampia, paesaggi di abbandono e lande di desolazione. Nel mezzo gli italiani. Brucia la pazienza, si esauriscono le forze eppure le gambe devono reggere ancora una volta. I servi della gleba sono lontani secoli, ma mai così vicini come in questi anni. L’individuo deve rimarcare la propria essenza, il proprio estro, la propria volontà di ergersi tra le rovine. Anche da solo se serve. Mamma Italia non può più occuparsi dei suoi figli, lo ha fatto, ora li sta uccidendo, li sta trasformando in mammoni smidollati incapaci di alcun azione che non sia un vagito di lamentala.
Dalla mia postazione di imprenditore, ogni giorno, vedo un pezzo di questa casa, chiamata Italia, crollare. Il frastuono dello sfacelo è diventata la colonna sonora della vita di ognuno di noi, ma a cosa serve piangere? Inginocchiarsi ed arrendersi? A nulla. Questa sera, quando tornate a casa, mettetevi davanti allo specchio e guardate negli occhi l’unica persona che può far rinascere questo paese. L’unica persona che può essere Stato sociale per se stesso. La rabbia deve essere il motore di un’esistenza che non si piega all’abbandono. Quando ho assistito, nuovamente, alla scia di morte che ha prodotto il sisma, vedendo le mille facce dei nostri concittadini costretti a lasciare la propria terra, mestamente come migranti di frontiera, ho capito che abbiamo una sola possibilità. Una sola chance e non possiamo fallire. Siamo italiani. “Cosa può mai accadere? Ecco, qualche volta il peggio accade. Siamo noi i primi che dobbiamo preoccuparci della nostra sicurezza. Poi viene lo Stato, che ha le proprie responsabilità, ma che non può comunque risolvere tutte le questioni private. E cosa c’è di più privato e personale di una casa?”. Non dobbiamo diventare comparse, come possiamo rinnegare una millenaria storia che scorre nelle vene per un tozzo di pane lanciato, come elemosina, da Montecitorio nel piatto dove mangiamo. Siamo diventati pazzi a furia di sentire gli sproloqui dei vari Letta, Monti, Boldrini e Boschi? Siamo stati fiaccati, indeboliti nella mente e nel corpo, ma dobbiamo reagire. Siamo i figli di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour ed è nostro dovere alzare la testa ogni volta, ogni volta rimboccarci le maniche ed andare avanti.
“Non si sta qui a distribuire colpe. E’ opportuno però guardarci in faccia e riconoscere che siamo un popolo che punta l’indice sempre contro gli altri e mai verso se stesso. Non è mai un problema tuo”. Facciamo questo passo avanti, questa presa di coscienza, trasformiamo questi difetti in punti di forza, liberiamoci dal male dall’inetta classe politica, dai gangli della burocrazia e riprendiamoci il sole. Sole che splende davanti a noi e rappresenta un futuro dove ci saranno sempre catastrofi naturali pronte a colpirci, ma svincolati, finalmente, da uno Stato capace solo di chiedere senza dare nulla in cambio, nemmeno l’affettuoso abbraccio, partorito dell’umana pietà, che la sofferenza chiede agli uomini ogni volta che un fratello piange. Restiamo persone, restiamo individui e respingiamo quell’inedia statalista capace solo di renderci carne da cannone. Partiamo dalle nostre case, rendiamole sicure, facciamo il primo passo gli altri ci seguiranno a ruota. www.ilgiornale.it
Tag: , , , ,