In God we Trump. L’apocalisse del politicamente corretto arriva direttamente dalla sua culla, da Wahington. Donald J. Trump ha messo gli Stati Uniti d’America nel sacco e per quattro anni li porterà dove vorrà. La vittoria dell’imprenditore newyorchese è il trionfo dei redneck, la sublimazione delle mani sporche dei minatori, degli occhi stanchi dei camionisti, delle preoccupazioni davanti ai palazzi di cristallo degli impresari edili degli States. Le carte in tavola sono state ribaltate, la tracotanza con cui Hillary Clinton ha trattato gli elettori statunitensi ha preso. Definire ignobile la spina dorsale di una nazione è un peccato capitale, la sentenza di morte anche quando i media sono dalla tua parte, anche quando Wall Street ti applaude. Maurizio Belpietro, sulle colonne de La Verità, lo ha scritto a chiare lettere: “Le promesse sessuali di Madonna, le ballate di Bruce Sprigsteen, la parodia di Meryl Streep e gli insulti di De Niro non sono serviti a fermare la scalata di Donald Trump alla Casa Bianca”. Lo spettacolo tristo e funereo delle star che si inginocchiano ai poteri forti è stato spazzato via.

Ho visto gli occhi dei lavoratori di Brooklyn, di Cheyenne, di Apalachicola e sono quelli di chi vuole riprendersi tutto, di chi vuole tornare a vivere il sogno americano. Qualche arguta penna, su Twitter, ha scritto “La Casa sbianca”, si perché il popolo, democraticamente, ha scelto il rinnovamento, ha scelto di tornare a sperare. Vedere i ragazzotti delle università, i figli della borghesia scendere in piazza ed incendiare i manichini con il volto di Trump rappresenta la follia della democrazia. Gridano contro il fascismo, contro il sessismo, contro la discriminazione, trasformandosi nella banalità del male, trasformandosi in esseri ripugnanti felici solo quando le votazioni fanno il corso che loro avrebbero voluto. “Spiace” anche per l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che non ha trovato niente di meglio che dichiarare: “La vittoria di Trump è uno degli eventi più sconvolgenti da quando c’è il suffragio universale”. Detto da chi ha taciuto e gioito, 60 anni fa, davanti ai carri armati sovietici che invadevano Budapest è un commento che strappa un sorriso, un sorriso beffardo. Di questo dobbiamo gioire perché la faccia del padrone si è mostrata. Ed è contratta come in una smorfia di ammonimento.
In queste ore ci stanno dicendo le stesse cose che abbiamo sentito durante la vittoria della Brexit. Chi ha votato per l’imprenditore repubblicano sono bianchi, bianchi uomini, bianchi che non sono laureati, bianchi con figli, bianchi che non pensano al futuro del proprio paese. In buona sostanza bifolchi che mangiano carne, portano a spasso un’arma da fuoco e bevono birra. Praticamente veri uomini. Ma questo alla finanza internazionale non sta bene. La lotta non è più sinistra contro destra, ma alto contro basso. Le viscere sono stanche di trangugiare cibo spazzatura ed inginocchiarsi al volere altrui. La “rust belt (Michigan, Wisconsin, Pennsylvania) che non è soltanto terra di operai bianchi, ma è avamposto della crisi esistenziale americana”, così come scrive Mattia Ferraresi su Il Foglio, ha dato fiducia a Trump.
L’America che ha vinto è quella di Mike Tyson, di Chuck Norris, di Hulk Hogan, di Bruce Willis, ma sopratutto di Clint Eastwood. Un uomo che ha saputo incarnare il mito americano e raccontare questi anni travagliati di finto razzismo nella pellicola Gran Torino. Quello che salva una giovane asiatica dalle molestie di un gruppo di afroamericani e li intima: “Avete mai fatto caso che ogni tanto si incrocia qualcuno che non va fatto incazzare? Quello sono io”. Quello siamo tutti noi. L’amico Magdi Cristiano Allam, lucido come sempre, ha scovato gli aspetti più fini nella vittoria repubblicana: “Trump metterà al centro del suo interesse la crescita dell’economia reale e del benessere degli americani. Trump collaborerà con Putin per porre fine alla follia di un Terza guerra mondiale, trasformando la Russia da nemico a alleato. Trump s’impegnerà a porre fine all’immigrazione clandestina e a sconfiggere il terrorismo e il radicalismo islamico perché rappresentano una minaccia al suo Paese. Trump consoliderà gli Stati nazionali, favorirà il localismo, rivitalizzerà i valori tradizionali che sostanziano la civiltà occidentale”. E tutto questo è inviso ai sostenitori di Hillary, nonché agli uomini e alle donne che ci hanno portato fin sull’orlo del baratro.
Gli U.S.A. hanno scelto un imprenditore che con la politica non centrava nulla. Questo significa che la gente ha smesso di credere a chiacchiere e promesse. Gli statunitensi hanno scelto chi nella vita ha saputo farsi, le ossa, da solo, costruendosi un avvenire fatto con il sacrificio. Chi può dare torto alla fiumana che ha votato per il boss di The Apprentice? Nessuno. Questo avvenimento deve segnare la svolta per l’Europa, perché quando il popolo può esprimersi democraticamente, in Italia ci siamo dimenticati come si fa, la politica dei parrucconi viene rottamata senza tante storie. E’ ora di cambiare, è ora di mettere in pratica i programmi proposti. Gli uomini veri mantengono la propria parola e questo deve diventare legge, in un’epoca di quaquaraquà. Una sola cosa bisognerebbe fare se il programma elettorale viene disatteso: tornarsene a casa. Come succede nelle aziende. Così facendo l’impegno davanti al proprio popolo avrà un senso unico ed irrevocabile. Questa mia proposta dovrebbe diventare legge immediatamente. La politica, del resto, è una missione civica non un lavoro, con vitalizi, che dura tutta la vita. Esempi come Vladimir Putin ce lo stanno insegnando, si può governare amando e servendo il proprio popolo. I tiranni democratici come la Clinton ed Obama hanno fatto il loro tempo, adesso è venuto il momento della concretezza. Questo vuole la gente, meno chiacchiere più senso pratico. www.ilgiornale.it
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