Torniamo sul luogo del crimine. Torno a parlare di Forze dell’Ordine dopo la lettera di qualche giorno fa. E’ stato un Natale denso di avvenimenti. Uno su tutti, l’uccisione di quell’immonda bestia che risponde al nome di Anis Amri, l’attentatore tunisino capace di scagliarsi, lo scorso 19 dicembre, con un tir Scania contro il tradizionale mercatino natalizio di Berlino, uccidendo 12 persone tra cui la giovane Fabrizia Di Lorenzo, costretta ad emigrare in terra teutonica, dalla sua Sulmona, per cercare lavoro. Ma questa è un’altra storia. Il 23 dicembre due agenti di Polizia hanno fermato l’attentatore per un controllo di routine. Era notte, lo scenario la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, per chi è di quelle parti sicuramente non il posto migliore da frequentare in una fredda sera invernale. L’uomo, anche se viene difficile classificarlo con questa nomea, si rifiuta di fornire i documenti e si scaglia contro i poliziotti. Apre il fuoco, ferisce uno dei due e viene freddato dal secondo agente, mentre cerca di nascondersi dietro una macchina. Qualcuno, ironizzando, sui social network ha scritto Sesto-Isis 1-0. A volte una battuta serve a rompere il ghiaccio e rendere tutto più accettabile. Anche se di accettabile in questa vicenda non c’è nulla.

L’immigrazione uccide. Su questo punto siamo tutti d’accordo. Il tour della morte di Amri lo ha portato da Lampedusa a Berlino passando per Palermo, Chambéry e Milano. Indisturbato, pronto ad entrare ed uscire dalle strutture d’accoglienza, pronto ad evadere dal carcere, pronto a gettarsi contro l’Occidente. Non servono insegnati, benpensanti, parolai, giornalisti, politici e moralizzatori che ci spieghino l’utilità dell’integrazione, l’utilità della globalizzazione, l’utilità del mondo degli uguali. Tutto questo è film in bianco e nero, un incubo lontano che arriva a distruggere le nostre vite, regalandoci ai signori del male. Siamo noi i nostri carnefici, non possiamo più permettere che le vite degli europei vengano spezzate da folli con la libertà tratta da Schengen. Viaggi della morte, merce libera, traffico di umani libero. Una rete all’ombra dei minareti, portano distruzione ed omicidi nascosti dagli Imam da sottoscala, pronti a dargli una nuova identità nelle moschee sparse agli angoli della città.
Il direttore Sallusti, sulle colonne de Il Giornale, scrive: “Non so se Amri fosse un cane sciolto – come si dice in gergo anche per tranquillizzare l’opinione pubblica – ma evidentemente ci sono canili pronti ad aprile le porte, anche nel cuore della notte, al fratello che bussa. Quella periferia milanese dove il terrorista pensava di trovare aiuto raggiungibile dal centro percorrendo la famigerata via Padova (…) La chiamano ‘integrazione’, ma è una bomba che ci siamo messi in casa”. Ci troviamo sedotti da una madre diventata vittima della serpe conficcata nel suo seno. Viaggiamo in un sogno autolesionista, esportiamo bombe nel vicino Oriente ed importiamo vendetta. Come direbbe lo scrittore meneghino Andrea Pinketts, a questo punto: “Il miglior perdono è la vendetta”, una sentenza che arriva da chi è stanco di subire chinando la testa. Un’altra Parigi è la possibilità di ogni giorno che Dio manda in terra. Un’altra Nizza è la rabbia che scorre nel nostro sangue. Un’altra Berlino l’impossibilità di restare con le mani in mano.
Poi venne la pazzia dei governanti. Franco Maccari, segretario del sindacato di Polizia, ha sentenziato: “Una follia rendere noti i nomi dei poliziotti. Si sarebbe dovuta tutelare la loro identità, così come avviene per i militari impegnati all’estero nelle attività di contrasto al terrorismo. E’ incredibile la superficialità con cui è stata gestita la vicenda da parte dello stesso Governo che ha dimostrato di sottovalutare il rischio di rappresaglie mettendo a rischio le vite dei nostri colleghi ed anche dei loro familiari”. Chi combatte l’Isis non è stato da meno: “In Iraq vi stiamo ridendo dietro. Non volevamo crederci che il ministro degli interni italiano avesse dato alla stampa i nomi e i cognomi con tanto di foto, dei due agenti di Polizia”. Uno spasmo governativo, il moto d’orgoglio di uno Stato, privo di ogni possibile logica, che vuole mettere in mostra i propri eroi per poi darli in pasto all’opinione pubblica. Ma sopratutto nelle fauci dei subumani che vorranno vendicare Amri. Per onestà intellettuale non ho voluto scrivere il nome dei due agenti. Loro rappresentano il meglio del nostro paese, difenderli, come loro hanno fatto con noi, è un dovere di tutti gli italiani.
Infine, volevo spendere una parola per Dante Franchi, ex consigliere comunale di Rifondazione Comunista a Marzabotto (Bologna). Preso evidentemente dal 25esimo anniversario della sparizione dell’Urss ha scritto su Facebook: “1) Un fascista resta un fascista anche se ammazza un terrorista. 2)Una Repubblica democratica con un Costituzione Antifascista non dovrebbe affidare la propria sicurezza a fascisti, neppure se sparano bene. 3)Non esistono fascisti buoni vivi”. La madre degli imbecilli è sempre incinta. Poveri frustrati incapaci di riconoscere il lavoro altrui, valido e coraggioso in grado di tutelare, anche lui, dalle conseguenze nefaste di un continente, il nostro, alla deriva. Non meritate niente, neanche la comprensione, meritate di essere mandati a quel paese, alla Alberto Sordi, e di restarci per sempre. www.IlGiornale.it www.AndreaPasiniTrezzano.it www.AndreaPasiniTrezzanosulNaviglio.com www.IlfattoQuotidiano.it
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