Vado sul dizionario del Corriere della Sera, per essere al di sopra delle parti. Cerco la parola esempio. Leggo. “Chi o ciò che costituisce un caso significativo rispetto a una categoria morale e in quanto tale è proposto come modello da imitare o da evitare”, mi fermo qui. Spesso penso alla realtà produttiva italiana. Spesso ne scrivo nei miei articoli. Raramente mi sono soffermato sul senso, ma anche sul significato, dei sindacati. Dovrebbero essere un punto d’incontro, una valvola, fondamentale, attraverso la quale dirigenti ed operai possano confrontarsi, anche lottare e discutere animatamente, eppure utile al fine di favorire i diritti dei funzionari. Lo leggiamo anche sulla Costituzione all’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Eppure non tutti sono pronti a prodigarsi per i lavoratori.

Settembre 2016. Carmelo Barbaglio, ex segretario generale della Uil, e Luigi Angeletti sono stati coinvolti, per questo finiranno a processo, in un giro vorticoso di note spese gonfiate. Da crociere a Swarovski, tutto “offerto” gentilmente dalle tasche dei tesserati dell’Unione Italiana del Lavoro. Angeletti ha avuto l’ardire di dichiarare: “Le crociere indicate avevano lo scopo di consentirci di discutere in maniera approfondita e per più giorni di importanti tematiche relative principalmente al blocco dei contratti del pubblico impiego e delle politiche previdenziali dei governi in carica, l’esito è stato ovviamente utile per i successivi confronti in seno alla segreteria”. E io pago, anzi gli iscritti pagano. Non sarebbe stato sufficiente accamparsi in un ufficio. Non sarebbe stato congruo chiudersi nelle sale riunioni di una delle sedi dell’Uil. No, servivano viaggi e gioielli. Mancanze di rispetto inaudite a fronte di chi bagna con il sudore un misero salario.

Passiamo a gennaio di quest’anno. Questa volta la protagonista recita il nome di Cgil. Susanna Camusso, flessibile come sempre, qualche tempo fa tuonò così: “Non si tratta di modificare alcune regole, si tratta di farle scomparire perché non solo offendono, come quelle sui voucher, la dignità delle persone, ma creano un precariato ancora più insopportabile di quello che si doveva eliminare”. Poi vai a Bologna e scopri che lo Spi, Sindacato Pensionati Italiani, associazione capace di raggruppare oltre 100mila tesserati in città, paga i lavoratori con i voucher. Bellezza è il lavoro e tu non puoi farci niente. Novelli Humphrey Bogart si vestono da capitalisti, recitando la parte dei difensori del proletariato. Spettacolo raccapricciante. Bruno Pizzica, segretario regionale Spi, ci mette una pezza: “La disposizione prevede che l’utilizzo fosse limitato solo ai pensionati che svolgono attività di poche ore al mese. Per intenderci: se lei venisse anche solo due giorni a settimana, ma tutte le settimane, nelle nostre sedi a dare una mano, io le farei un contratto. Secondo la circolare, non potrei utilizzare i voucher. Chi lavora in maniera continuativa nello Spi Cgil ha un contratto”. Una scusa è per sempre, come i diamanti e si ritorna al paragrafo sopra.

Potremmo andare avanti ancora, entrare maggiormente nel mondo della triade Cgil-Cisl-Uil, ma ci fermiamo. Facendo un favore alle nostre coronarie. Ma non è stato sempre così. Per esempio Filippo Corridoni, eroe durante il primo conflitto mondiale, fu appassionato sostenitore del sindacalismo rivoluzionario. In prima fila nei comizi e pronto a spendersi per i sommi diritti dei lavoratori. Tullio Masotti, nel volume Corridoni, scrisse: “Egli fu invero più poverello del Poverello, al quale forse non mancò mai il nutrimento elementare. Era spettacolo strano vedere Pippo che in un certo momento comandò la ricca e prosperosa Milano con le ginocchia fuori dei pantaloni. Corridoni fu raro esempio di assoluto e pieno distacco dalle cose materiali, dalle necessità concrete e comuni della vita”. Oppure ricordiamo le parole di Stefano Livadiotti, in una delle sue inchieste, definì in poche righe quello che è lo sfacelo dei sindacati ai giorni nostri: “L’immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del paese, agli occhi degli italiani si è disciolta ormai da tempo. Lasciando il posto a quella di un’arrogante casta iperburocratizzata e autoreferenziale che, sotto la guida di funzionari in carriera solleticati dalla voglia del grande salto nel mondo della politica, ha via via perso il contatto con il mondo reale. Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisione di valenza generale. E che in realtà fa gli interessi dei soli suoi iscritti, sempre più marginali rispetto al sistema produttivo nazionale, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno status quo fatto di privilegi”.

I sindacati hanno barattato il futuro dei lavoratori per una, loro, poltrona. L’invidia sociale li ha mossi, non la rabbia e la voglia di creare un altro mondo, un mondo più equo. Il tasso di sindacalizzazione negli anni ’60 era del 25%. E’ schizzato alle stelle tra gli anni ’70 e ’80, superando il 50%, mentre oggi, nel nostro paese, si assestata intorno al 33,8%. Un lavoratore su tre ha una tessera in tasca, ma tutto continua. Soldi fagocitati, privilegi, sogni spezzati e castelli di sabbia. Quelli che non mollano sono i pensionati. Secondo Treccani, dato aggiornato al 2010, il 52% degli iscritti a Cgil sono dipendenti a riposo. La Cisl recita 48,5%, mentre la Uil 30%. Una schiera di sacche vuote attraverso cui nutrirsi, tenutasi in vita per farsi spillare soldi. Soldi rubati ad una delle ultime colonne portanti di un ormai fatiscente Stato sociale. Siamo in ginocchio davanti alla finanza, davanti al servilismo politico e all’inedia anche per colpa dei sindacati. Enti che hanno fallito e devono essere rottamati, cancellati e rivisti ai fini di un’equità che deve diventare simbolo, e traguardo, per i lavoratori di ogni angolo d’Italia. Lo vediamo ogni giorno, anche nelle proteste dei tassisti e degli ambulanti, servono uomini capaci di assumersi responsabilità e sputare sangue. Uomini d’acciaio, non uomini da sindacato.

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