Fisica e musica. Un binomio tutt’altro che raro, specialmente se la materia in ballo è il suono. In questo caso la due discipline si sono alleate per un altro scopo. Dare “voce” a una particella (il bosone di Higgs), chiamata di Dio, che ancora nella pratica non è stata scoperta ma che, grazie a un lavoro di ricostruzione, ha potuto già “emettere” la sua voce. Sono le nuove frontiere della scienza: una voce senza lo strumento che la emette. Naturalmante la questione è molto più complessa e affascinante di così: si potrebbe capire solo addentrandosi nella materia. Ma qui e per ora basta sapere che la “voce” in questione è stata ricostruita con una simulazione.

Proprio così: l’esperimento si chiama “Atlas” ed è stato realizzato nel più grande acceletarore di particelle del mondo, il Large Hadron Collder (Lhc) del Cern di Ginevra. I dati sperimentali che probabilmente faranno riscrivere molte pagine dei libri di Fisica sono stati tradotti in suoni e in musica con l’obiettivo dichiarato dai ricercatori, coordinati dalla brintannica Lily Asquith, di “interessare la gente ai risultati degli esperimenti dell’Lhc in modo nuovo, eccitante e comprensibile”. Tradurre la Fisica in musica “è anche un modo per fare comunicare arte e scienza”, soprattutto per fare vedere “il bello che noi ricercatori vediamo nei numeri: c’è davvero molta estetica nella Fisica”, spiega Manuela Cirinni del Cern.

I fisici-ricercatori e i musicisti hanno faticato non poco per “trovare un metodo per rappresentare cose di cui non sa niente”, spiegano. Ma tant’è: ce l’hanno fatta. Adesso, probabilmente, le due materie si separeranno. I musicisti che strizzano l’occhio alle scienze – ovvero quelli che vanno cercando fonti ispirative anche nella ricerca – teoricamente hanno a disposizione nuovo materiale. C’è chi ha composto ispirandosi alle nanotecnologie, ai suoni che arrivano dallo spazio, dalla natura scatenata – eruzioni e maremoti – perché ora non provare con la “voce” del bosone di Higgs
In allegato: la voce delle particelle