Mi hanno sempre impressionato le storie degli autodidatti. In alcuni casi veri e propri big. Questa considerazione perché proprio i giorni scorsi ne è scomparso un altro eccellente. Si tratta del compositore inglese John Barry, autore delle famose musiche dei film dell’agente 007, del film La mia Africa e Balla coi lupi e vincitore di quattro Premi Oscar per altrettante colonne sonore cinematografiche. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla Bbc, rilanciando un’informazione diffusa dalla moglie.

A proposito di “autodidatta”. Si rintraccia questa parola anche nel curriculum di uno come Franco D’Andrea, uno dei pianisti italiani più concosciuti e apprezzati nel mondo, che ultimamente è andato in quel di Parigi a ritirare il premio per il miglior musicista europeo dell’anno. Altri esempi da fare impallidire. Beh, perlopiù lo è stato come chitarrista Frank Zappa, una cosa da non credere. E che dire poi del siciliano Salvatore Sciarrino: anche nel suo profilo si parla di studi, almeno inizialmente) fatti in proprio. E ancora, il siciliano Federico Incardona. Ma gli esempi potrebbero continuare numerosissimi. A parte questi esempi – tutti fuoriclasse, alcuni genii e altri giù di lì – spesso gli autodidatti “parlano” una lingua singolare, propria, in qualche modo unica…

Una domanda a questo punto sorge spontanea, da girare anche a professori, didatti ed esperti: fino a punto che nell’iter della formazione il musicista in divenire deve essere condizionato dalla “scuola” che lo alleva. Della serie: il talento fino a che punto è una pianta da lasciare libero di crescere? Non c’è il rischio che la formazione standard crei dei cloni? Naturalmente è un dibattito tutt’altro che nuovo. Ma si può proporre di nuovo nel momento in cui la cronaca dà lo spunto: clicchi sulla colonna della Mia africa di Barry e….cominci a sognare.
In allegato: musiche di John Barry